La mia prefazione al thriller “ La contessa di Calle”

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Un thriller scritto per gioco

31 dicembre 2006 – 1 gennaio 2007.

Notte di Capodanno a letto col febbrone. Che cosa inventarsi per ammazzare il tempo mentre gli amici se la spassano tra coppe di spumante, veglioni e fuochi d’artificio? Le alternative non sono delle più allettanti: ci si può dannare, singhiozzando disperatamente sulle proprie sventure; imprecare contro il destino avverso; sperare che il sonno sopraggiunga con l’innalzarsi della temperatura corporea; oppure ubriacarsi di Be-Total (le vitamine, si sa, fanno miracoli). Ma se il sonno latita, se le forze per imprecare scarseggiano, se il flacone delle vitamine è ormai agli sgoccioli e gli unici amici rimasti al tuo fianco sono una confezione di aspirine e un piccolo taccuino rosa, allora bisogna ingegnarsi diversamente.

Galeotto fu il taccuino rosa.

Mi serviva per prendere appunti. Prendere appunti è una mia costante abitudine, non potrei fare a meno di tenere a portata di mano un qualunque supporto cartaceo: dai quaderni di scuola alle pagine A4, dai biglietti dell’Atm al retro degli scontrini Esselunga; con buona pace della cartella “appunti” dello smartphone. Ma un taccuino così grazioso non è fatto per prendere appunti, sarebbe un vero spreco di carta riciclata! Copertina rosa-arancio a fiorellini rossi, pagine a colori, consistenti e vellutate, in cui la penna morbidamente affonda… ci si potrebbe quasi scrivere un racconto, un bel raccontino giallo, di quelli con tanto di assassini, veleno e fantasmi!

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E subito un’idea perversa mi balena in mente, un guizzo sanguigno, un bagliore crudele mi attraversa. Sì sì, davvero intrigante! Finiamolo presto. Di sicuro mi divertirò… molto più dei miei amici al veglione, ci scommetto.

Bene, per vendetta voglio metterci dentro anche loro. Ed eccoli (anzi, eccoci) tutti seduti attorno a un tavolo: cena con delitto o suppergiù, un classico dei classici, Agatha Christie docet.

Dunque, tredici amici si riuniscono per una cena in un’antica villa in Toscana. Dicono cose abbastanza intelligenti, ma anche un bel po’ di stupidaggini, discorsi non-sense, proprio come durante le “vere” cene tra amici (non so i vostri, ma i miei sono proprio così). Qualcuno di loro ha trovato in cantina un misterioso diario del milleottocento e adesso… Oh, sì, il diario! Non vedo l’ora di cominciare a scriverlo! Perché è proprio tra le sue pagine che ha inizio la narrazione vera e propria, la tragedia… il delitto!

Accidenti, non riuscirò mai a finire tutto questo in una sola notte. Sembrava dovesse venirne fuori un divertissement, un raccontino di venti pagine o suppergiù e invece… Per complicare le cose, al fine di caratterizzare storicamente la sezione del diario, m’insorge l’audace idea di ricostruire alcune prassi narrative e linguistiche tipiche del primo Ottocento e, a questo proposito, mi si affacciano alla mente certe reminiscenze di foscoliana memoria (Taci, taci: – vi sono de’ giorni ch’io non posso fidarmi di me: un demone mi arde, mi agita, mi divora…).[1] Foscolo (oso appena nominarlo) mi perdonerà, spero. Tempero l’audacia stilistica con la sobrietà nelle descrizioni. Tutto dovrà essere veloce, essenziale, da leggere in poche ore. Sarà come assistere a una pièce teatrale: il taglio da palcoscenico stempera, paradossalmente, i toni foschi del dramma – narrazione diretta contro narrazione indiretta, dialogo teatrale contro aria lirica.

Per farla breve, mi ci sono volute circa due settimane e ben più di un taccuino per terminare il tutto: la gestione dei salti temporali, il passato che si fonde con il presente, la ricostruzione del linguaggio d’epoca che si alterna al linguaggio moderno, reincarnazione, donne assassine… qualcuno dei nostri amici parla persino di entenglement, perbacco! Quasi quasi ne viene fuori un romanzo – di proporzioni contenute, ma pur sempre romanzo, – chi mai avrebbe potuto prevederlo.

Un thriller scritto per gioco (niente a che vedere con i miei precedenti Scrigno di Ossian e Werdenstein, intendiamoci: quel genere di libri che non si scrivono mai a letto sotto i botti di Capodanno, ma con tanto di scrivania e calamo) e ha anche un tono vagamente misandrico, nel senso di “misogino” al contrario. E come evitarlo, dato che parliamo di donne che uccidono gli uomini?

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A proposito, devo confessarvi che qualche lettore di sesso maschile si è davvero arrabbiato per questo e mi ha scritto delle cose non proprio carine. Per esempio, che non si dovrebbe parlare di donne assassine di uomini perché in realtà non esistono (sic!); che nel diario ho usato un linguaggio dannunziano, come mi sono permessa (ma no, non è D’Annunzio, è Foscolo!); che a un’insolente come me dovrebbe essere tolto il diritto di prendere in mano la penna; e via di questo tono. Forse quel lettore un tantino aveva ragione, giacché qualcuno dei nostri personaggi è davvero insolente. Però, che dire, io ci sono comunque affezionata, non fosse perché, fra tutti i miei scritti, questo è il più autobiografico e riflette, specie nel finale, un momento particolare della mia vita (… come dite? Volete sapere dove tengo nascosti i miei cadaveri? Oh, che indiscreti!)

Be’, leggetelo, amici miei, e forse, come me, vi divertirete e proverete qualche brivido (non per la febbre, spero!). Oppure… non insisto oltre. Questo adesso è il vostro romanzo, fate voi, io vi sono già grata che mi abbiate seguita fin qui.

Il sipario si alza, a me non resta che augurarvi buona lettura.

 Carmen Margherita Di Giglio

La prefazione al thriller “La contessa di Calle” è contenuta nella nuova edizione integrale del romanzo. Disponibile qui nella versione ebook: https://goo.gl/WbNdr1

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LO SCRIGNO DI OSSIAN nuova edizione. Decimo anniversario

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Cari amiciquest’anno ricorre il 10º anniversario della pubblicazione del mio  romanzo di esordio, Lo Scrigno di Ossian. Il libro nel corso degli anni è diventato un ebook bestseller su Amazon. Abbiamo voluto festeggiare questo successo e l’evento con una terza edizione cartacea riveduta e ampliata, in paperback e dal prezzo contenuto. Tra le novità di questa nuova edizione, una mia introduzione (presente anche nella versione ebook) e l’approfondimento di alcuni episodi e personaggi minori. 

Voglio però rassicurare i lettori delle precedenti edizioni: nessun cambiamento sostanziale,  solo alcuni ampliamenti che non vanno a compromettere in alcun modo la struttura fondamentale del romanzo. Quelli però che hanno già letto il libro e  vorranno rileggerlo per godersi le novità di questa terza edizione, potranno inviarmi una fotografia o una fotocopia della prima pagina del primo capitolo “Il sosia” (non della copertina) tratta dal volume in loro possesso, e sarò lieta di spedire loro in omaggio una copia di questa nuova edizione.

La foto (o la fotocopia) andrà inviata a questo indirizzo, completa del  recapito di spedizione. L’offerta è riservata esclusivamente ai lettori delle precedenti edizioni dello Scrigno di Ossian, in possesso di una copia cartacea del romanzo.

Un grazie a quelli che, nel corso degli anni hanno letto e  apprezzato Lo scrigno di Ossian, decretandone il successo. A tutti, in anteprima, dedico la mia introduzione al romanzo che potrete leggere qui: https://carmendigiglio.wordpress.com/2016/06/05/prefazione-alla-terza-edizione-del-romanzo-lo-scrigno-di-ossian/

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LO SCRIGNO DI OSSIAN

Lucania 1937 – Germania 1938. Respinto dalla donna amata, deciso a dimenticarla per sempre, il giovane pianista Andrea Ligerio si trasferisce in Germania per proseguire i suoi studi di piano. Qui conosce Philipp von Rosenberg, denominato “il Duca”, potente e generoso protettore di artisti, che, con l’intento di favorirne la carriera, lo introduce nel suo castello di Werdenstein. Ma una volta entrato a Werdenstein, circondato da una corte stravagante e fastosa, il giovane scoprirà che non è così facile uscirne e che quel luogo, apparentemente incantevole, cela in realtà un segreto mortale. Nel vortice di una vita sfrenata, fatta di piaceri e di vizi, fra intrighi politici, occulti riti d’iniziazione e passioni proibite, Andrea, bello e innocente, smarrisce se stesso e perde la purezza, precipitando così in un’inarrestabile discesa agli inferi.

Il romanzo è gia disponibile per l’acquisto a euro 10,00 sul sito di Amazon.it .

Dettagli prodotto

  • Copertina flessibile: 320 pagine
  • Editore: Nemo Editrice (Nuove Edizioni Milano Ovest). Terza edizione (2016)
  • ISBN-10: 8898790414
  • ISBN-13: 978-8898790418

 

Prefazione alla terza edizione del romanzo “Lo scrigno di Ossian”

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In anteprima per i lettori del mio blog , la prefazione al romanzo “Lo scrigno di Ossian” contenuta nella nuova edizione riveduta e ampliata per il decimo anniversaio della pubblicazione. 

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PREFAZIONE DELL’AUTRICE

La musica ha sette lettere e l’alfabeto venticinque note

(Joseph Joubert1)

Iniziai a scrivere Lo scrigno di Ossian quando avevo sedici anni e ne terminai la prima stesura a diciotto, tra i banchi di scuola. Sebbene la vicenda prenda lo spunto dalla storia dei miei antenati e dal paese in cui vivevano e nel quale io stessa ho vissuto per diversi anni, i personaggi e alcuni luoghi sono di pura fantasia. Certo non è un luogo di fantasia la Lucania, l’attuale Basilicata, ma chi vi cercasse la Lucania contadina o quella delle rivendicazioni sociali non la troverà fra queste pagine. Troverà, invece, un luogo vagamente sfumato e incorporeo, di solitudine, di lontananza e di riflessioni oniriche, in cui la natura indefinita e ambigua del protagonista affonda le sue radici.

Tuttavia le descrizioni di casa Ligerio rispecchiano piuttosto fedelmente gli interni di casa Scalese a San Mauro Forte (la casa dei miei antenati), e la cornice storico-geografica – i castelli della Baviera, la Germania nazista, la Notte dei cristalli – è basata sui fatti, che ho cercato di rappresentare con precisione, con tutti i particolari di fondo.

La coerenza storico-geografica è senza dubbio importante, ma credo che il senso di questo romanzo stia soprattutto nella musica. Quando cominciai a scrivere Lo scrigno, ero una ragazzina che aveva appena iniziato il suo percorso di cantante lirica e di musicista e il mio intento, allora, era quello di ricostruire un linguaggio che rispecchiasse, attraverso l’evocazione musicale, l’evoluzione interiore del protagonista – nato proprio mentre suonavo al piano un Lied di Schubert (Il sosia, Der Doppelgänger, quello che dà il nome al primo capitolo), – i cui moti dell’intimo sono scanditi dalla musica e scaturiscono da essa.

Mi premeva, perciò, che la punteggiatura riproducesse fedelmente le crome e le biscrome dell’anima, che i diminuendo e i crescendo del corso narrativo, così come le citazioni musicali, replicassero il variare dei destini, e che ogni virgola, come una pausa, scandisse certi silenzi interiori, in virtù di quelle arcane connessioni che legano i moti del sangue umano al suono musicale. Pensavo alla pagina bianca come a un pentagramma, rileggevo ogni riga per sentire se “cantava” e se quel canto era il canto del cuore di Andrea o il ruggito di Hans o il cupo lamento di Philipp.

Per questo motivo, in fase di revisione del libro per questa nuova edizione, si è discusso a lungo se spostare o no una virgola, se eliminare o meno un punto e virgola o un accapo, oppure se ridefinire la scelta di un aggettivo e la collocazione di un avverbio; e anche se una delle ragioni principali di questa riscrittura del romanzo sta nel fatto che si tratta dell’opera di una ragazza molto giovane, con tutti i problemi che conseguono all’esuberanza e all’imperizia della gioventù, alla fine si è deciso di intervenire con delicatezza sull’impianto originario: ogni cambiamento nella struttura “armonica e melodica” della frase sembrava riflettersi immediatamente sull’azione e sui personaggi, col rischio di snaturarli irrimediabilmente.

Se modifiche di rilievo ci sono state rispetto alla prima edizione, esse riguardano soprattutto la seconda parte del romanzo, in primis il capitolo “Il signore di Werdenstein” (la descrizione della serra tropicale di Philipp von Rosenberg, ad esempio, è notevolmente ampliata), i paragrafi finali e la definizione di alcuni personaggi minori.

Questo per dire che ci sono andata piano con le modifiche: la struttura delle frasi, il ritmo, il periodare, sono rimasti quanto più possibile coerenti rispetto alla prima stesura per non snaturare la concezione originaria del romanzo e serbarne intatta quella “musicalità” che mi sembra sia uno dei suoi elementi caratterizzanti, com’era negli intenti di  quell’adolescente che, seduta al piano, suonava Il Sosia di Schubert, e intanto vedeva al proprio posto un Andrea Ligerio innamorato che confondeva l’immagine di se stesso con quella della sua donna amata.

 Carmen Margherita Di Giglio

1 Filosofo francese (1754-1824) Citato in Maurice Toesca, Un homme heureux.

 

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LO SCRIGNO DI OSSIAN

Lucania 1937 – Germania 1938. Respinto dalla donna amata, deciso a dimenticarla per sempre, il giovane pianista Andrea Ligerio si trasferisce in Germania per proseguire i suoi studi di piano. Qui conosce Philipp von Rosenberg, denominato “il duca”, potente e generoso protettore di artisti, che, con l’intento di favorirne la carriera, lo introduce nel suo castello di Werdenstein. Ma una volta entrato a Werdenstein, circondato da una corte stravagante e fastosa, il giovane scoprirà che non è così facile uscirne e che quel luogo, apparentemente incantevole, cela in realtà un segreto mortale. Nel vortice di una vita sfrenata, fatta di piaceri e di vizi, fra intrighi politici, occulti riti d’iniziazione e passioni proibite, Andrea, bello e innocente, smarrisce se stesso e perde la purezza, precipitando così in un’inarrestabile discesa agli inferi.

Il romanzo è gia disponibile per l’acquisto a euro 10,00 sul sito di Amazon.it .

Dettagli prodotto

  • Copertina flessibile: 320 pagine
  • Editore: Nemo Editrice (Nuove Edizioni Milano Ovest). Terza edizione (2016)
  • ISBN-10: 8898790414
  • ISBN-13: 978-8898790418

 

La dieta mentale dei 7 giorni

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Dieta-salute-mentale-730x348E’ ormai una certezza di inizio d’anno. Molti ripartono con tanti buoni propositi per tornare in forma e smaltire le tossine e i chili accumulati tra un cenone e l’altro. Io, che non credo nelle diete dimagranti e non ne ho mai seguito una in vita mia, vi voglio proporre un regime “dietetico” molto più efficace e con effetti molto più profondi e duraturi. Si tratta della DIETA MENTALE.

È il cibo che forniamo alla nostra mente a determinare le caratteristiche della nostra esistenza. Sono i pensieri a cui permettiamo di avere accesso alla nostra mente, gli argomenti su cui la nostra mente si sofferma, a determinare quello che siamo oggi e a rendere le circostanze esterne ciò che sono.

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Benjamin Franklin e Albert Einstein

Ho finito di tradurre durante queste ultime feste questo volumetto di Emmet Fox, celebre filosofo del New Thought, e me ne sono entusiasmata. Fare pulizia nella mente, smaltire “i chili di troppo” delle emozioni e dei pensieri tossici e dannosi spuò essere un’esperienza rivoluzionaria: alcuni tra i più grandi pensatori e geni della storia – da Benjamin Franklin ad Albert Einstein – hanno seguito per una vita intera questa rigorosa disciplina mentale. Fox la propone per una sola settimana e con tutte le istruzioni del caso… e secondo me, funziona alla grande!

Tutto ciò che siamo è il risultato di ciò che abbiamo pensato.
(Buddha)

 

La dieta mentale dei 7 giorni. Come cambiare la tua vita in una settimana

di Emmet Fox

traduzione di Carmen Margherita Di Giglio

Edizioni: Nemo Editrice

DIETA mentale cover 7apple (8) copiaPRESENTAZIONE

Questo non è l’ennesimo libro sulle diete. La dieta mentale che l’autore propone ha effetti ancora più profondi e di più vasta portata rispetto a quella alimentare. Fisicamente si diventa ciò che si mangia, ma spiritualmente, emotivamente e intellettualmente si diventa ciò che si pensa. La dieta mentale dei sette giorni è la chiave per raggiungere il successo in ogni aspetto della vita, dalle relazioni, alla carriera, al successo finanziario, fino alla salute fisica.
Una sola settimana di questa dieta avrà il potere di cambiare la vostra vita sotto ogni aspetto. Dopo questa settimana di profonda consapevolezza e disciplina mentale, tutto sarà completamente diverso e inconcepibilmente migliore che se non aveste mai accettato di intraprendere questo emozionante percorso.
La dieta mentale dei sette giorni è uno straordinario libriccino, breve, pratico e diretto, che è stato letto e messo in pratica da migliaia e migliaia di persone sin dalla sua prima pubblicazione nel 1935, e ancora oggi, dopo oltre ottanta anni, tiene fede alla sua promessa di cambiare la vita di chi saprà accogliere la sua eccitante sfida.

Il libro è disponibile informato ebook su amazon.it e presso i maggiori online bookstores, come Mondadori, Feltrinelli, IBS, ecc.

EMMET FOX
FOX B W PICFilosofo contemporaneo e ministro del New Thought, Emmet Fox nacque in Irlanda il 30 luglio 1886 e morì in Francia il 13 agosto 1951. Dopo aver studiato presso il St. Ignatius’ College di Stamford Hill, il collegio dei Gesuiti nei pressi di Londra, divenne ingegnere elettronico. Tuttavia, scoprì presto di avere il potere di guarire e sin dalla giovinezza venne in contatto con il New Thought, che approfondì in particolare attraverso gli scritti di Thomas Troward. Con le sue conferenze e i suoi insegnamenti, che tenne soprattutto negli Stati Uniti dove raccolse un seguito innumerevole, Fox insegnò che il fondamento di ogni vera espressione produttiva è il pensiero positivo. La sua tecnica si fonda sulla consapevolezza dei processi del pensiero quotidiano e sulla connessione con Dio, al fine di realizzare ogni cambiamento o manifestazione nell’ambiente esterno. Questo concetto è stato trasmesso anche da molti mistici, tra cui Rumi, Gesù, Buddha, Gandhi, e sostenuto dalle più grandi tradizioni spirituali. A tutt’oggi gli scritti di Fox restano estremamente influenti e trovano un grande seguito in tutto il mondo.

LA DIETA MENTALE DEI 7  GIORNI. COME CAMBIARE LA TUA VITA IN UNA SETTIMANA è disponibile in formato ebook su amazon.it e presso i maggiori online bookstores, come Mondadori, Feltrinelli, IBS, ecc.

 

 

 

 

 

Spezziamo le catene di Sant’Antonio!

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Non chiedetemi di partecipare alle cosiddette catene di Sant’Antonio. Vi ringrazio per avermi pensato, ma non rispondo MAI a questo genere di inviti, indipendentemente dal tipo di catena

Perché ? Il motivo principale è che le catene fanno sempre leva sulla superstizione e sui sensi di colpa e sono formulate per provocare una reazione emotiva nella “vittima”, che è cosí invogliata a non interrompere la catena e ridistribuirla a sua volta.

Tra le formule più diffuse: “Salva questo bambino” o “Partecipa alla ricerca sulla lordosi lombare” (leva emotiva: compassione), “Dimostra che vuoi bene ai tuoi amici mandando loro 257000 cuoricini” (senso di colpa), “Protesta contro l’estinzione degli etruschi e l’invasione dei giapponesi in via Montenapoleone” (rabbia) o: “Guarda che bello questo giochino” (divertimento). Quando non si ricorre a delle vere e proprie minacce.

Se volete saperne di più, ecco le catene che girano più frequentemente su WhatsApp, su Facebook oppure via SMS o e-mail :

1) catena portafortuna.

Esempio: “Gira questo messaggio a 10 amici ed avrai fortuna domani”. Fa leva sulla superstizione

2) catena richiesta denaro

esempio: “manda soldi per salvare bambini malati, gatti maltrattati,..”

Fa leva sull’emotività, la bontà e i sensi di colpa delle persone (è terribile!) sono spesso truffe

3) catena di guadagno
esempio: “guadagna facilmente 100 euro al giorno, puoi arricchirti in 1 settimana”

fa leva sulla credulità o la disperazione di chi ha problemi di lavoro…truffa

4) catena del malocchio

esempio: “avrai gravi problemi di salute se non inoltri quest msg a 10 altre persone”

fa leva sulla paura, la superstizione o tramanda vecchie leggende urbane

5) catena informazioni false (chiamate anche hoax)

esempio: “Whatsapp domani sarà a pagamento”

fa leva sulla leggerezza (la pigrizia?) e il panico della gente, che non verifica la veridicità delle informazioni ed inoltra dati senza accertarsi delle fonti.

6) catene di giochetti, frasi simpatiche, indovinelli

esempio: “Pensa ad un numero tra 1 e 6, Moltiplica per 3, ecc..inoltra la risposta…”

ok queste sono innocue e simpatiche, fanno leva… sul fatto che non vuoi fare i compiti :)

?? CHI FA LE CATENE ?

Ecco chi fa le catene, per ordine di pericolosità:

1) burloni

2) inconscienti

3) gente senza scrupoli

4) truffatori”

(FONTE: Il web)

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Se tuttavia, nonostante gli avvertimenti, non potete proprio trattenervi perché il buonismo o la superstizione vi hanno preso la mano e dunque avete deciso di continuare a mandarmi lo stesso le vostre amate catene, fate pure, ma sappiate che CHIUNQUE VOI SIATE le ignorerò o le cestinerò immediatamente.

Se sono nei vostri pensieri scrivetemi, meglio ancora telefonatemi. Se avete voglia di venirmi a trovare la mia porta é sempre aperta.

E per quelli che sono superstiziosi, ricordate: rispondere alle catene porta male! ;-)

Prefazione della Dott.ssa Elena De Giosa al libro FIORI DI BACH PER CANTANTI E ARTISTI di Carmen Margherita DI GIGLIO

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Mani-amicheCon la mia cara amica Elena De Giosa, medico chirurgo specializzato in Medicina del Lavoro ed esperta in omeopatia, ho condiviso riflessioni, sogni (sia in senso onirico che nel senso più ampio che investe aspirazioni, desideri e progetti), ricerche, percorsi olistici e filosofie di vita. Ecco la bella prefazione che Elena ha scritto per il mio libro Fiori di Bach per cantanti e artisti, uscito in questi giorni. 

PREFAZIONE DELLA DOTT.SSA ELENA DE GIOSA AL LIBRO “FIORI DI BACH PER CANTANTI E ARTISTI”

“Sono orgogliosa e felice di presentarvi questo libro. L’autrice ha voluto dedicarmelo ed è per me un vero piacere curarne la prefazione, soprattutto perché conosco Carmen sin dall’infanzia e ho avuto modo di seguirla nei suoi percorsi evolutivi.

Carmen non è un medico e neppure una professionista del settore sanitario, bensì una cantante lirica, un’insegnante di canto e una scrittrice, con una formazione accademica in campo musicale, una carriera lirica della durata di circa venticinque anni alle spalle e diverse pubblicazioni letterarie all’attivo. Soprattutto è una persona motivata da una naturale e sana curiosità che l’ha portata ad approfondire, sia per carattere che per passione, tutto ciò che mette in relazione i nostri schemi mentali con la nostra realtà e fisicità, il pensiero con l’azione, il corpo con la mente. Un lungo processo di ricerca compiutosi in virtù di uno studio rigoroso e perpetuato nel tempo, con una costanza e una dedizione così tenaci e ardenti, che neppure gli addetti ai lavori sarebbero in grado di uguagliare: ne sono stata testimone in prima persona e molte sono state le occasioni di confronto personale in cui le sue conoscenze e riflessioni, devo confessarlo, mi hanno letteralmente spiazzato, sollecitando per di più la mia curiosità verso tematiche nuove e stimolanti mirate al benessere psico-fisico dell’individuo.

Agli studi quotidiani scrupolosi e assidui, Carmen unisce qualcosa che sarebbe impossibile acquisire attraverso i libri: l’esperienza specifica nel settore artistico.

Infatti, durante gli anni, ha avuto l’opportunità di sperimentare i principi della floriterapia, appresi attraverso lo studio dei trattati di Richard Bach, Dietmar Krämer, Mechtild Scheffer, Patricia Kaminski e Richard Katz, sia su se stessa (secondo il precetto di Bach dell’autocura), che sui suoi colleghi e allievi di canto lirico e moderno, offertisi spontaneamente alle sue sperimentazioni. In tal modo, lungo un arco di oltre quindici anni, ha raccolto un’ampia casistica, con il mero intento di fornire un idoneo e sano sostegno all’artista che mostrasse obiettive difficoltà nell’espressione canora – difficoltà non riconducibili a una patologia di tipo fisico-strutturale, ma a un profondo schema mentale limitante, negativo.

È chiaro che, per farlo, un’insegnante di canto di talento deve anche entrare nella psicologia dell’artista, per comprendere la radice del suo blocco e scegliere di conseguenza la soluzione adeguata. E a questo scopo, Carmen si avvale delle conoscenze acquisite durante corsi di formazione in discipline motivazionali e auto-guarigione, e ritengo, con la certezza di ricevere piena conferma dai diretti interessati, che averla come insegnante sia una vera fortuna, anche per i numerosi strumenti che essa mette a disposizione dei suoi allievi, perché essi possano superare ogni difficoltà e crescere sia artisticamente che umanamente.

Il libro qui presente non pretende di sostituirsi ad altre terapie in atto, né di diventare un manuale scientifico. È uno strumento aggiuntivo, da intendersi quale integrazione ad altri strumenti, secondo quello che è l’attuale orientamento della Medicina integrata o Medicina complementare. Nel panorama delle pubblicazioni sulla floriterapia costituisce a ogni modo una rarità. Una rarità perché offre, nel suo genere, qualcosa che non esisteva fino a oggi: un vademecum che, oltre a essere un utile strumento di sostegno nelle difficoltà che ogni artista potrà incontrare lungo il suo percorso, è di facile e scorrevole lettura, rapidamente consultabile grazie alla struttura chiara e lineare. Chi volesse conoscere le caratteristiche di ogni singolo fiore, ne troverà la descrizione nella sezione apposita, chi invece avesse bisogno di una rapida soluzione a un problema di ordine tecnico o emotivo, potrà cercarla nel pratico prontuario finale.

Perché leggerlo? Innanzitutto (e non sembri riduttivo) perché utile. Utile non solo agli artisti, ma a tutti coloro che per lavoro si relazionano ad altre persone e al pubblico. Utile per tutti, perché i problemi qui trattati toccano un po’ tutti noi, per quella parte creativa, espressa o celata che sia, che ognuno di noi possiede.

Sono grata che oggi, nel mare magnum delle pubblicazioni sulla floriterapia, si sia aggiunta questa piccola perla, e ho la certezza che essa (come già accaduto per i preziosi trattati di Florence Scovel Shinn e di Emmet Fox che Carmen ha tradotto e diffuso in questi ultimi anni) darà la possibilità a un pubblico sempre più vasto di sperimentare ulteriori strumenti per la conoscenza di sé e l’autoguarigione.

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ELENA DE GIOSA
MEDICO CHIRURGO SPECIALIZZATO IN MEDICINA DEL LAVORO
ESPERTO IN OMEOPATIA (CSOA-IMO) CON QUALIFICA LFHOM C/O FACULTY OF HOMEOPATY (DULCAMARA)”

fiori-di-bachisbn-Il libro è disponibile in tutti i formati digitali, nei maggiori store online, tra cui Amazon, inMondadori, IBS, Kobo, in offertissima in questi giorni a soli euro 3,99 anziché 7,99!

http://www.amazon.it/cantanti-artisti-floriterapia-professionisti-spettacolo-ebook/dp/B017L5ZP8I/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1447375863&sr=8-1&keywords=fiori+di+bach+per+cantanti

FIORI DI BACH PER CANTANTI E ARTISTI di Carmen Margherita DI GIGLIO – Il primo trattato sulla floriterapia di Bach per gli artisti e i professionisti dello spettacolo

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Carmen Margherita Di GiglioE’ uscito in questi giorni il mio nuovo libro: Fiori di Bach per cantanti e artisti. Il primo trattato sulla floriterapia di Bach per gli artisti e i professionisti dello spettacolo (Nemo Editrice). Lo dedico ai miei amici, allievi e colleghi cantanti, scrittori e strumentisti, perché possano realizzare i loro sogni e accogliere bellezza e trascendenza nelle loro vite per mezzo della loro espressione creativa. Soprattutto lo dedico alla Dott.ssa Elena De Giosa, amica e medico dalla mente sensibile e aperta e dal cuore generoso, che ha voluto amorevolmente curarne la prefazione.

Il libro è disponibile in tutti i formati digitali, nei maggiori store online, tra cui Amazon, Mondadori Store, IBS, Kobo, in offertissima in questi giorni a soli euro 3,99, anziché euro 7,99!

http://www.amazon.it/cantanti-artisti-floriterapia-professionisti-spettacolo-ebook/dp/B017L5ZP8I/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1447375863&sr=8-1&keywords=fiori+di+bach+per+cantanti

PRESENTAZIONE

fiori-di-bachQuesto libro è il risultato dell’esperienza acquisita durante anni di lavoro e di studi nel campo dello spettacolo e dell’arte, soprattutto in relazione alla scrittura e alla pratica e all’insegnamento del canto lirico e moderno, affiancati da altrettanti anni di ricerche nel settore della floriterapia e di altre discipline olistiche.

Durante quest’arco di tempo ho avuto modo di raccogliere gli esiti delle sperimentazioni effettuate su allievi e colleghi artisti, nonché su me stessa (secondo il precetto di Bach dell’autocura), in modo da poter offrire un quadro il più vasto possibile sulle proprietà terapeutiche dei fiori di Bach applicati in ambito artistico e, più generalmente, in ambito creativo, dove la parola “creatività” è intesa nel senso più ampio del termine: perché, se è vero che in queste pagine mi rivolgo principalmente ai miei colleghi e ad altri professionisti dello spettacolo, è anche vero che la creatività non è appannaggio esclusivo di artisti visivi, scrittori, ballerini o di coloro che operano in uno dei settori che comunemente definiamo “artistico”. La creatività è la chiave per una vita ben vissuta, è la capacità di immaginare e “creare” un’esistenza che esprima appieno i nostri sogni: in questo senso siamo tutti artisti, e per ognuno di noi il percorso creativo coinvolge innumerevoli decisioni e scelte destinate a servire le nostre visioni. La creatività proviene dal libero accesso alla nostra energia personale. L’inibizione di questo flusso di energia conduce a blocchi creativi ed espressivi. I fiori di Bach possono aiutarci a sciogliere i nostri nodi psicologici, e pertanto questo libro, sebbene rivolto esplicitamente ai professionisti dell’arte e dello spettacolo (cantanti, attori, musicisti, ballerini, speaker, conferenzieri, scrittori, pittori, registi, sceneggiatori ecc.), può essere utile a tutti coloro che, pur non creando in ambito professionale, desiderano dare libero corso alle proprie capacità creative.

Il libro è articolato in tre sezioni. La sezione introduttiva, o premessa, si apre con un articolo sul doping nella lirica, da cui scaturisce un interrogativo emblematico: è possibile trovare una soluzione alternativa sana ai pericolosi farmaci di sintesi e alle droghe, per sostenere le numerose esigenze e pressioni che il mondo dello spettacolo, oggi più che mai, esercita sui suoi artisti? Gli studi effettuati negli ultimi anni dicono di sì, e la terapia con i fiori di Bach costituisce una valida risposta in tal senso; pertanto, in questa sezione, viene analizzato il suo funzionamento all’interno di quel legame corpo-mente che rende la floriterapia di Bach la scelta d’elezione in ambito artistico-creativo.

La prima parte contiene un profilo biografico di Edward Bach e una trattazione sintetica sull’effetto terapeutico dei rimedi floreali e sulla loro modalità di preparazione: un vademecum semplice e pratico che ogni artista potrà consultare con facilità al momento del bisogno.

Nella seconda parte viene analizzato ogni singolo fiore secondo tre aspetti fondamentali: il fiore nello stato “bloccato” e dunque lo stato d’animo negativo che rende necessario il suo utilizzo; il potenziale positivo evocato dalla sua assunzione; e l’impiego del fiore in campo artistico, con l’esame di alcune personalità di artisti a esso correlate. Nell’ultima parte vengono trattati i problemi più ricorrenti che gli artisti si trovano a fronteggiare nell’ambito della loro professione e tutte quelle problematiche che affliggono più in generale la creatività.

Buona lettura

Carmen Margherita Di Giglio

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CARMEN MARGHERITA DI GIGLIO

Dopo un’applaudita carriera di soprano svoltasi in Italia e all’estero lungo l’arco di 25 anni, si è dedicata all’editoria e alla scrittura. Laureatasi in canto al Conservatorio, è anche docente di canto lirico e moderno. Nell’ambito dell’insegnamento, si occupa della formazione tecnica dei cantanti nel repertorio operistico e moderno e della risoluzione dei problemi degli artisti nel settore della motivazione, del contatto con il pubblico e della completa espressione del potenziale creativo. È tra i primi insegnanti in Italia e in Europa ad utilizzare sistematicamente le tecniche del pensiero positivo, della programmazione neuro-linguistica (PNL), della floriterapia di Bach e delle discipline olistiche per l’apprendimento della tecnica del canto e per il potenziamento della prestazioni artistiche in ogni genere e repertorio. In campo letterario, è autrice dei bestseller Lo scrigno di Ossian e Werdenstein (#1 ebook Bestseller Amazon 2014-2015 nelle categorie Narrativa storica, Azione e avventura e Miti saghe e leggende) e del thriller La contessa di Calle (ebook Bestseller Amazon 2014-2015 in Narrativa storica e Horror). Ha tradotto e pubblicato per Nemo Editrice: La chiave d’oro di Emmet Fox, Il metodo scientifico per diventare ricchi di W. D. Wattles, La porta segreta del successo e Il magico sentiero dell’intuizione di Florence Scovel Shinn, prima edizione in Italia (2014), ognuno dei quali si è collocato nei top 10 ebook bestseller di Amazon per il self-help e il raggiungimento del successo. Altre sue pubblicazioni: La porta alchemica (poemetto esoterico) e Sogno di una notte di pieno inverno (racconto mistery), entrambi illustrati con le immagini di William Blake.

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Il doping nella lirica: dal “verme solitario” alla tecnica del… cortisone

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el-doping-intelectual1Il primo a sollevare la questione del doping nell’ambito della musica classica e operistica fu Salvatore Accardo.
“Credo che, purtroppo, anche nel nostro ambiente ci sia gente che prende qualcosa di più della creatina. Si vede e si sente, molte volte”, disse il famoso violinista, rispondendo al giornalista del Messaggero, che nel 1998 l’aveva interpellato anche per la sua passione calcistica, in riferimento a certe sensazionali dichiarazioni dell’allenatore romanista Zeman sull’utilizzo della creatina e di altre sostanze dopanti che i calciatori userebbero per potenziare la performance muscolare.

http://archiviostorico.corriere.it/1998/agosto/24/Ora_anche_lirica_parla_doping_co_0_9808244819.shtml

Dopo le dichiarazioni di Accardo, arrivarono subito, indignate, le smentite. In prima linea, il soprano Katia Ricciarelli: “Noi cantanti in particolare siamo persone fragili e credulone: saremmo disposti a qualunque inalazione lecita pur di star bene con la voce, ma, proprio per questo, siamo ben lontani dall’idea di assumere droghe, perché abbiamo bisogno di essere lucidi e di controllare il diaframma.”

Tutto fu messo a tacere fino al 2007, quando la questione fu di nuovo sollevata dal tenore wagneriano Endrik Wottrich, trisnipote di Wagner, che, durante il festival tedesco di Bayreuth, dichiarò pubblicamente: “Nessuno ne parla mai, ma il doping è diventato un fatto normale nella lirica. I solisti prendono farmaci betabloccanti per controllare l’angoscia, vari tenori prendono cortisonici per esser certi che la loro voce tocchi certi picchi. E l’alcol è roba comune. I livelli di stress nel nostro lavoro sono diventati intollerabili. Siamo costretti a viaggiare e a esibirci in continuazione, ci roviniamo anche per la paura di non essere all’altezza”.

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Le parole di Wottrich trovarono un’eco internazionale sulle pagine della Frankfurter Allgemeine Zeitung e dell’Observer, e a lui si aggiunse Vesselina Kasarova. “L’opera lirica si sta cannibalizzando da sola” dichiarò, infatti, il mezzosoprano bulgaro, “gli impresari pretendono troppo, e sono sempre di più quelli fra noi che usano i farmaci per reggere a un certo stile di vita, o la chirurgia plastica per migliorare il proprio aspetto fisico”.

Le affermazioni di Wottrich e della Kasarova furono confermate anche da alcuni addetti ai lavori, tra cui Angelo Gabrielli, manager di diversi artisti, il quale ammise che “sono molti i cantanti che, per sopportare i ritmi infernali della lirica, ricorrono a farmaci, tipo il cortisone, all’alcol o al lifting delle corde vocali.” Insomma, come riportato sul Corriere della Sera: “Sui palchi della grande lirica ci si droga come sui tornanti del Tour de France.”

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Spettacoli/2007/08_Agosto/21/oprea_dopata_come_il_tour.shtml

A tutt’oggi, l’allarme principale riguarda soprattutto “l’uso e l’abuso del cortisone, un immunodepressivo che ha effetti prodigiosi sulle corde vocali. Se avete una laringite ve la cancella in un attimo, se non l’avete, donerà più profondità e naturalezza alla voce: peccato che il miracolo passi presto, l’assuefazione no. Come pure le sue conseguenze collaterali, che comprendono amenità come: perdita della massa muscolare, obesità, affaticamento, miopatia da steroidi, osteoporosi, fratture ossee e vertebrali e un bugiardino lungo una ventina di metri.”

(http://iltlogdelladomenica.tumblr.com/post/10471931/il-doping-di-petto)

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Ma il moderno cortisone, spesso utilizzato insieme ai betabloccanti (sostanze capaci di abbassare la frequenza cardiaca, venendo così in aiuto nei momenti in cui la calma, il controllo del diaframma e il superamento della paura da palcoscenico possono fare la differenza), ha precedenti storici di riguardo. Partiamo dalle iniezioni di acqua distillata praticate da Lauri Volpi (un ameno placebo?), per arrivare alla stricnina di Franco Corelli e Mario Del Monaco, somministrata in dosi infinitesimali “fortemente toniche per le corde vocali ma fatali per reni e sangue”, come fatale pare sia stato l’abuso di cortisone per José Carreras, probabile causa della sua leucemia.

Maria Callas e il verme solitario
Ma il precedente storico più grandioso ed eclatante è sicuramente il famoso “verme solitario” di Maria Callas, quello che la celebre diva avrebbe assunto in una coppa di champagne per propiziare il suo magico dimagrimento (da 110 kg a 54 kg nel giro di breve tempo!)

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La trovata della tenia è tutt’oggi utilizzata per giustificare l’abnorme e rapidissima perdita di peso della diva, a riprova che i “creduloni” di cui parlava la Ricciarelli non sono tanto i cantanti, ma si pretende che lo siano gli spettatori, cui vengono propinate tesi che niente hanno di scientifico e che, se potevano essere spacciate per buone presso l’inesperto pubblico degli anni ‘50, oggi, alle nostre orecchie ben più scaltrite, suonano sommamente ridicole.

In realtà, stando alla testimonianza del celebre regista Franco Zeffirelli, intimo amico della Callas, pare che la diva assumesse anfetamine per “trovare le forze sia per il canto che per la dieta, mentre, per dormire e contrastare l’effetto delle anfetamine, era costretta a ricorrere a dosi sempre più massicce di barbiturici”.

http://archiviostorico.corriere.it/2002/settembre/17/Nella_mia_Callas_misteri_una_co_0_0209179195.shtml

La testimonianza del regista è suffragata dalle dichiarazioni del tenore Giuseppe Di Stefano e di sua moglie Maria, la quale, nel suo libro di memorie Callas nemica mia, afferma che la Callas facesse abuso di metaqualone, altrimenti detto quaalude, il temibile Mandrax, un potente antidepressivo con effetti allucinogeni, oggi ritirato dal mercato (avete presente la “droga di Wall Street”, quella che Jordan Belfort, il personaggio interpretato da Di Caprio nell’ultimo film di Scorsese, prendeva come fossero caramelle? E’ anche quella che, negli Anni Settanta, era chiamata “pillola della felicità”.) Oggi gli amici della Callas parlano di misteriose pillole gialle, rosse, verdi e nere (speed?), che la diva assumeva a tutto spiano durante i pasti (vedi a questo proposito il video dell’intervista a Vanda Ticozzi, amica di Maria Callas, min. 12.30).

“La morte di Maria”, dice ancora Zeffirelli, “fu attribuita a un attacco di cuore” (oggi si è fatta persino l’ipotesi di una dermatomiosite!) “ma in realtà non c’è mai stata alcuna autopsia (…). Il suo corpo fu cremato in fretta e furia. Forse per evitare esami autoptici?” ipotizza il regista.
I medici constatarono una crisi cardiaca, ma corressero in seguito la diagnosi, affermando che la morte fu causata da un’embolia polmonare, conseguenza di enormi quantità di sonniferi, anfetamine e antidepressivi.

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Esiste, in effetti, un’intossicazione acuta da anfetaminici, una cosiddetta “overdose”, caratterizzata clinicamente da un quadro di insufficienza cardiocircolatoria acuta ed irreversibile che porta a un rapido decesso.
Ma quali sono gli utilizzi delle anfetamine e quali i loro dannosi effetti sulla salute? Vediamolo nel dettaglio.

Come agiscono le anfetamine
Secondo Wikipedia: “L’anfetamina è uno stimolante sintetico usato per sopprimere l’appetito; controllare il peso; trattamento di disturbi mentali e comportamentali compreso narcolessia e ADHD (sindrome da deficit di attenzione ed iperattività). È inoltre usata come stupefacente e per l’aumento di prestazioni fisiche (doping). Questi usi sono illegali nella maggior parte dei paesi. È una droga comunemente usata.

L’anfetamina causa dipendenza psicologica. Inoltre induce tolleranza, ciò significa che è necessario aumentare la quantità assunta per raggiungere gli effetti. Le sensazioni negative del down o discesa possono risultare insopportabili e, per superarle, si tende a riassumere la sostanza, senza aver atteso un recupero dell’organismo, con l’aumento dei rischi correlati. Possono verificarsi aritmie cardiache, crisi ipertensive, dolori toracici, infarti, ictus, disfunzioni ai reni e al fegato, convulsioni e arresto respiratorio. In alcuni casi si può verificare un aumento della temperatura corporea fino ad avere un colpo di calore (40-41°), può provocare allucinazioni, manie di persecuzione, disturbi paranoici e stress. La mancanza di appetito può portare alla diminuzione di peso e si può avere immunodepressione con un aumento della suscettibilità alle infezioni. Dopo un uso eccessivo si può avere un vero e proprio crollo psico-fisico con depressione e un sonno profondo che può durare anche più giorni. Si possono avere disturbi psichiatrici che possono sfociare in vere e proprie psicosi.”

Tra gli effetti psichici riscontriamo: “Riduzione della capacità di autocritica, sopravvalutazione di sé, megalomania. Al termine dell’effetto, senso di stanchezza e irritazione, dopo alcuni giorni insonnia e depressione. Ricorso a farmaci sedativi. La tolleranza si instaura quasi subito. La dipendenza è psicologica e si instaura in tempi rapidi.”

Negli anni ‘50 le anfetamine venivano assunte con molta disinvoltura e non se ne conoscevano ancora gli effetti nefasti sulla salute. Utilizzate come prodotti per il dimagrimento, in seguito fecero il loro ingresso come stimolanti in campo sportivo, soprattutto tra i ciclisti, e propagandate come droghe da sesso. “Dopo decenni di abuso, la FDA (Food and Drug Administration statunitense) ne ha vietato l’uso come stupefacente e l’ha limitata all’uso con prescrizione medica nel 1959. L’Italia è stata uno degli ultimi paesi europei a recepire la normativa. Oggi è invece fra le nazioni più restrittive e dopo il ritiro del Plegine nessun anfetaminico è in commercio. Nella classifica di pericolosità delle varie droghe stilata dalla rivista medica Lancet, le anfetamine occupano l’ottavo posto.” (Wikipedia)
“In ambito medico si è sfruttata la capacità di questi farmaci di inibire lo stimolo della fame per combattere l’obesità. I gravi effetti indesiderati a livello cardiovascolare, a fronte dei modesti benefici terapeutici, ne hanno largamente limitato l’impiego.
Nel doping si fa ricorso alle amfetamine perché riducono la capacità dell’organismo di percepire la fatica. Riducendo questo segno premonitore dell’esaurimento fisico, questi farmaci spingono l’organismo oltre i propri limiti. Tra gli sportivi, le amfetamine hanno causato più morti (per aritmie, aumenti improvvisi della pressione, infarti) di qualsiasi altra sostanza. Aumentano inoltre in modo rilevante l’aggressività.”

L’utilizzo del cortisone
Oggi l’utilizzo delle anfetamine è ritenuto illegale. Non così il cortisone, che tuttavia non è una droga ma un ormone. Ma perché utilizzarlo per il canto artistico e quali sarebbero i “benefici” in tal senso?
Vediamo cosa scrive in proposito, sul suo blog dedicato alla lirica, Enrico Stinchelli, regista d’opera e conduttore radiofonico.

“Il cortisone stimola la tensione, la tonicità delle corde vocali” dichiara Stinchelli “e quindi la sensazione di poter cantare in forma perfetta, con voce squillante e facile all’acuto. Un vero inganno, soprattutto per chi canta “male”, cioè senza una corretta tecnica di appoggio sul fiato e di immascheramento dei suoni. Il cortisone viene automaticamente a sopperire le tecniche deficitarie, una sorta di stampella momentanea per sopportare lo stress di una recita importante o di un impegno irrinunciabile. Il cantante finisce per attribuire al cortisone ogni virtù e la sua stessa sopravvivenza artistica: Bentelan, Deflan e altre “meraviglie” del genere, finiscono per diventare come delle caramelline per la gola, un vademecum fisso, recita dopo recita, impegno dopo impegno. È un vero suicidio, non solo fisico (danni enormi ai reni, alla circolazione, al cuore…) ma anche vocale, poiché una volta svaniti gli effetti del farmaco incantato sopraggiunge un immediato ipotono cordale, e cantando sull’ipotono si arriva agli edemi, ai noduli, ai polipi.

Come si riconosce un cantante che fa abuso di cortisone?

hairspray_immFacilissimo: lo conoscevate magro e asciutto? Ora è gonfio, almeno il doppio della sua stazza normale. Non faccio nomi perché è antipatico, ma basta che osserviate le fotografie di celebri tenori, soprani ec. all’inizio della loro carriera e dopo qualche anno: se li vedete gonfi potete star certi che non è per le fettuccine o la coca-cola!”

http://www.enricostinchelli.it/site/note/143-la-tecnica-delcortisone.html

Interventi chirurgici alle corde vocali e loro conseguenze
Del resto, la pressione per affrontare l’esecuzione a qualunque costo è intensissima. Nessuno vuole essere conosciuto nel circuito come il cantante che annulla perché è malato.

“Se dite che avete avuto un intervento chirurgico, è come se foste maledetti”, ha dichiarato il tenore Rolando Villazon al Telegraph, dopo un intervento alle corde vocali per rimuovere una ciste che lo ha obbligato al silenzio per un anno. Stessa sorte è toccata al soprano francese Natalie Dessay, che ha subito un intervento chirurgico a una delle corde vocali nel 2002 e un altro nel 2003, facendo ritorno sulle scene solo nel 2005. A loro due, in fondo, è andata abbastanza bene. Non è stata così fortunata, invece, Julie Andrews, star del cinema inglese e famosa cantante di Broadway. Le fu rimosso un nodulo da una corda vocale presso il Sinai Hospital nel 1997. L’intervento purtroppo non riuscì e lei non fu più in grado di emettere quelle note alte che avevano contribuito al successo della sua carriera.

Conclusioni
Oggi il cortisone impazza e, mentre da una parte si cerca di fare di tutto per evitare la sua assunzione ai malati di LES, a causa dei gravissimi danni biochimici che esso produce, i medici continuano a prescriverlo ai cantanti con la massima disinvoltura. E i cantanti, si sa, sono ambiziosi. Col risultato che “le iniezioni di cortisone girano con la facilità di un’aspirina.”

“Una grossa responsabilità va attribuita ai foniatri” afferma ancora Stinchelli, “troppo facili a consigliare questo rimedio. Sarebbe il caso di spiegare SEMPRE che è la tecnica a dover essere perfezionata, al di là di soluzioni chimiche.”

25679059-Open-hand-raised-Stop-Doping-sign-painted-multi-purpose-concept-isolated-on-white-background-Stock-PhotoNoi non possiamo che essere d’accordo. Il cortisone non sostituisce la tecnica e una seria preparazione. Senza tecnica non si ottengono risultati duraturi, neanche trasformando l’individuo in una farmacia ambulante. E questo lo diciamo soprattutto a tutela degli artisti più giovani e di quelli più promettenti, affinché siano salvaguardati i veri talenti. Il successo e la fama possono arrivare solo con lo studio, la dedizione e l’impegno costanti, ma il cammino percorso è un cammino sicuro anche se faticoso, al contrario di altri sentieri collaterali, a prima vista più rapidi e invitanti, ma che celano insidie che possono segnare per un’intera esistenza.

Carmen Margherita Di Giglio

(Chi avesse informazioni, segnalazioni, commenti, testimonianze dirette o indirette sull’argomento, è pregato di scrivere SUBITO a info@carmendigiglio.com)

Fonti:

http://www.enricostinchelli.it/site/note/143-la-tecnica-delcortisone.html

http://archiviostorico.corriere.it/1998/agosto/24/Ora_anche_lirica_parla_doping_co_0_9808244819.shtml

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Spettacoli/2007/08_Agosto/21/oprea_dopata_come_il_tour.shtml

http://archiviostorico.corriere.it/2002/settembre/17/Nella_mia_Callas_misteri_una_co_0_0209179195.shtml

Un libro gratis per te: “Werdenstein”!

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Cari amici,

se vi piacciono i libri GRATIS, eccone subito uno per voi :-)
Werdenstein figura da mesi fra i BEST SELLER di Amazon nella Narrativa storica e nelle Saghe: e oggi l’ebook gratuito del primo episodio è al primo posto della classifica in “Miti saghe e leggende”.*
Un grazie a tutti quelli che lo hanno letto e apprezzato.
Potete scaricarlo gratuitamente sul sito di Amazon** a questo link:

http://www.amazon.it/regno-segreto-serie-WERDENSTEIN-Collana-ebook/dp/B00T3RYCQO/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1434375678&sr=1-1&keywords=werdenstein

Vi ricordo che l”offerta è valida per un periodo di tempo limitato: perciò coglietela al volo!
Nel caso in cui aveste domande, idee o suggerimenti, vi invito a scrivermi senza esitazioni sulla mia email personale, presso cui potrete anche lasciare un commento o una recensione: sarebbe davvero molto apprezzato!

A presto e buona lettura!

Carmen Margherita Di Giglio

LA TRAMA

GERMANIA 1907-1938. Da moglie e madre sottomessa e infelice, Helèna von Waldenburg si trasforma in donna forte e trasgressiva. È lei “il genio”, la creatrice di Werdenstein, fra le cui mani tutto sembra fiorire. Donna d’affari audace e ambiziosa, eterna rivale del marito, il gelido opportunista Heinrich von Rosenberg, ufficiale dell’esercito tedesco, Helèna è anche madre di Philipp (il tragico duca de “Lo scrigno di Ossian”), su cui riversa tutto il suo amore: amore assoluto, amore disarmante, amore profondo e totalizzante… ma non amore materno. Dietro le mura dorate del castello di Werdenstein si nasconde, infatti, un inconfessabile segreto: l’ultimo tabù dell’umanità, da sempre tenuto sepolto agli occhi delle folle, innominabile e intoccabile anche ai nostri giorni…
Attraverso una scrittura raffinata e intensa che non risparmia nulla al lettore, passando dai toni della saga familiare a quelli del giallo e del romanzo storico-politico, l’autrice delinea il ritratto di una società decadente – quella che dalla Germania di Guglielmo II condurrà alla follia del Terzo Reich − e apre uno squarcio sul tema delle contraddizioni esistenziali, delle degenerazioni erotiche che sottostanno all’ideologia nazista e su alcune delle tematiche più scottanti dell’umanità: l’incesto madre-figlio, l’innocenza e la colpa, l’eterno femminino e l’esistenza di Dio.

Werdenstein ebook è suddiviso in 6 episodi:
1- Il regno segreto
2- Il mistero dell’abate Alexander
3- La duchessa
4- Il crepuscolo della dea
5- Notte dei Lunghi Coltelli
6- Lo scrigno

CARMEN MARGHERITA DI GIGLIO
Scrittrice, traduttrice, docente di canto lirico e soprano, è autrice dei romanzi “Lo scrigno di Ossian“,  “Werdenstein” (entrambi #1 ebook Bestseller Amazon 2014-2015 nelle categorie Azione e avventura e Miti saghe e leggende) e “La contessa di Calle” (ebook Bestseller Amazon 2014-2015 in Narrativa storica e Horror). Carmen ha tradotto e pubblicato per Nemo Editrice: “La chiave d’oro” di Emmet Fox, “Il metodo scientifico per diventare ricchi” di W. D. Wattles, “La porta segreta del successo” e “Il magico sentiero dell’intuizione” di Florence Scovel Shinn, prima edizione in Italia (2014), ognuno dei quali si è collocato nei top 10 ebook bestseller  di Amazon per il self-help e il raggiungimento del successo. Altre sue pubblicazioni: “La porta alchemica” (poemetto esoterico) e “Sogno di una notte di pieno inverno” (racconto mistery), entrambi illustrati con le immagini di William Blake.

**L’offerta è valida per un periodo di tempo limitato.

* La classifica è riferita alle ore 10.00 del 15/06/2015.

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Come conquistare un uomo (per sempre) e poi mollarlo

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donna seduttriceQualche giorno fa una mia amica, gettando un’occhiata perplessa allo schermo del mio iPad, mi faceva notare che in una sola delle mie 8 caselle di posta erano presenti ben 8.243 e-mail non ancora aperte. Ottomila-quattrocento-ventitre messaggi accumulati nelle ultime 3 settimane: mica bruscolini! Ma di che genere di e-mail si tratta? Chi sono e che cosa mi scrivono questi misteriosi corrispondenti epistolari?

Ebbene, a parte gli spam selvaggi e quelle e-mail che proprio non riesco ad aprire per mancanza di tempo (moltiplica 8.423 per 8 caselle e fatti il conto), a parte anche le e-mail degli amici che si disperdono nell’ammasso informe della posta in entrata come un ago nel pagliaio (e meno male che ci sono Facebook e il telefonino, altrimenti ci saremmo già persi di vista da un pezzo), ho potuto notare che circa il 45% di tale corrispondenza è basato su un argomento ben preciso, delicato e specifico. Ossia: COME CONQUISTARE UNA DONNA.

Ed ecco le innumerevoli offerte di libri e manuali su COME CONQUISTARE UNA DONNA in sette mosse (l’ultimo era un ebook di 23 pagine a 75,00 euro, scontatissimo a 49,00… ma solo per oggi!!!) , l’iscrizione al corso di 2 anni e 7 mesi su come rimorchiare al bar UNA DONNA; e la newsletter (mai richiesta) su come diventare un provetto seduttore (di DONNE ovviamente) in 77 lezioni.

Certo gli uomini, poverini, non sanno più a che santo votarsi. Ma… mi viene un dubbio: e per le donne, non c’è niente? Dopotutto io sono una donna, è scritto sulla mia carta d’identità e anche all’anagrafe, e persino nelle informazioni personali di Facebook: perché diamine non mi mandano qualcosa di più specifico? Guardo meglio, spulcio tra gli 8.423 messaggi moltiplicati per 8: NIENTE.

Ma allora dov’è la par condicio? Mi faccio un giro sul web: su 10 siti che trattano di seduzione, 9 parlano di COME CONQUISTARE UNA DONNA! Me li leggo tutti (o quasi): soffro di affettuosa tenerezza nei confronti dei tanti maschietti, alle prese con certe maldestre tecniche antidiluviane… riempila di complimenti, sfiorale l’orecchio con la lingua, falla ridere e l’avrai conquistata (a me quasi viene da piangere!).

Come fare se il partner è imbranato a letto

Mi arriva persino uno studio dell’Università olandese di Radboud, pubblicato su Archives of Sexual Behaviour, a dimostrazione “che gli uomini sprecano un sacco di energie mentali nell’intento di fare buona impressione sulle donne, mettendo a rischio le loro prestazioni cognitive”. Insomma la scienza ha scoperto che gli uomini si imbranano di fronte alle donne mentre non avviene il contrario.

Sembra quindi che per le donne, anche per quelle non proprio dotate di charme e avvenenza (salvo alcuni casi disperati, quelli non mancano mai), sia molto più facile rimorchiare, conquistare, sedurre, almeno per una notte… Altro che manuale da 79,00 euro da studiare ogni giorno e corso intensivo di 2 anni e sette mesi! Se non basta la scarpetta giusta e il push up, per loro c’è un istinto connaturato da predatrice che non sbaglia mai!

seduzione

Sarà per questo che le donne (ma solo perché le cose facili non piacciono a nessuno e nella vita bisogna pur crearsi una SFIDA) – be’, loro al massimo si leggono il manuale su come conquistare un uomo e tenerselo PER SEMPRE. Vuoi mettere il confronto? Qui la posta in gioco si fa MOLTO più alta, una specie di roulette russa. Lo seduci PER SEMPRE! L’hai praticamente ridotto a un’ameba… e mica per una notte sola: per tutta la vita! LA CONQUISTA DELL’ETERNITA’!

$T2eC16d,!ykE9s7t)+uhBR70Qk2DSQ~~60_12Sì, ma se poi la sfida ti si ritorce contro? Se ti parte il colpo a una tempia? Ahah! Lui ti si attacca addosso e non te lo schiodi più! Il rischio è notevole, altissimo (un sacco di coppie arrivano al divorzio o alla separazione perché lei, in fase di seduzione, ci è andata con la mano pesante, si è gettata a corpo morto alla conquista dell’eternità e non ha effettuato la selezione propedeutica. Il colpo è partito: BANG!). Ma ecco pronto l’antidoto: i manuali, le newsletter e i siti su COME MOLLARE UN UOMO. Per sole donne ovviamente. Spero che anche questi, in futuro, non m’invadano la casella di posta. Staremo a vedere.

(A proposito: 8.423 moltiplicato 8, fa 67.384 email… Per quelli che ci stanno ancora pensando ;-)

E per chi vuol dare un’occhiata a uno dei libri in questione: books.google.it/books?isbn=8807840022

LEZIONI DI CANTO – I segreti per diventare un cantante di successo

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(Le tecniche esposte nelle seguenti lezioni sono tratte dalla PNL, dalla psicologia cognitivo-comportamentale e da altre discipline affermative)

Lezione Numero 1

Mi chiedono spesso quale sia la prima qualità per diventare un grande cantante. D’istinto mi verrebbe da rispondere con la classica battuta di Rossini, che, con il suo inconfondibile senso dell’ironia, soleva replicare: “Voce, voce, voce“. Ma premesso che ciò sia da ritenersi scontato e in considerazione del fatto che alcuni talenti vocali non sono immediatamente riconoscibili se non dopo un lungo tirocinio tecnico (un po’ come le pepite nascoste nel fango), la mia risposta a tale domanda è la seguente: CREDERE NEL PROPRIO TALENTO.

freddy mercuryE’ possibile constatare che quasi tutti i cantanti di vero talento sembrano possedere un’innata fiducia nelle proprie capacità, unita alla volontà di sviluppare le proprie qualità vocali e al desiderio di condividerle con il mondo. Purtroppo là fuori ci sono un sacco di pessimisti e di individui la cui missione nella vita sembra essere quella di scoraggiare i giovani cantanti. Tra questi metterei in testa molti insegnanti di canto, ma anche critici musicali, direttori artistici e d’orchestra. Ho potuto osservare sin troppo spesso, sia nell’ambito degli studi privati che delle accademie e del Conservatorio, in che modo e con quali “tecniche” costoro cerchino di scoraggiare soprattutto quei giovani virgulti che sembrano i più dotati e che manifestano un’insolita personalità e spiccate qualità individuali al di là dei limiti tecnici dovuti all’inesperienza.

Ogni insegnante dovrebbe possedere la capacità di comprendere il talento allo stato grezzo e presagirne i futuri sviluppi, senza pretendere di trovarsi di fronte a uno strumento già formato e affinato. La capacità di “sentire” il talento al di là della tecnica richiede una grande quantità di tempo e pazienza da parte del docente. È proprio a causa di questo scoraggiamento continuo a cui vengono sottoposti, che molti cantanti dotati di talento si perdono d’animo e rinunciano, stroncando sul nascere le loro promettenti carriere. Solo pochi di loro, dotati di costanza, sono in grado di trovare i giusti strumenti tecnici per sviluppare la propria voce fino a raggiungere il massimo potenziale.

CallasI cantanti hanno bisogno di credere in se stessi e di mantenere salda la fede nelle proprie innate capacità, a dispetto di tutti di pessimisti di cui sopra. Questo può essere difficile, ma è qualcosa che tutti i più grandi hanno dovuto affrontare nella loro carriera (Leggi l’articolo di approfondimento) I pessimisti non scompariranno lungo il percorso – semplicemente cambieranno forma: da insegnanti ad agenti, da accompagnatori a direttori d’orchestra e così via. Tuttavia, se non credi in te stesso, non avrai mai la costanza di fare il lavoro necessario per essere un cantante di successo. In primo luogo, DEVI credere in te stesso, e solo allora gli altri ti seguiranno. Abbi fede e continua ad andare avanti fino a quando non avrai sviluppato una tecnica favolosa che ti consentirà di mantenere intatta una sana vocalità, e fino a quando non avrai acquisito le competenze necessarie, compresa un’approfondita conoscenza musicale, la padronanza dell’arte scenica, ecc. E se davvero (ma DAVVERO!) credi con tutto il cuore di poter diventare un cantante d’opera, un vocalist rock, un cantautore o qualsiasi altra cosa tu sappia di poter diventare, e hai la forza di andare avanti e di acquisire le necessarie competenze, è probabile che ci sia una ragione fondata per il tuo credo e che il tuo talento sia autentico (leggi l’articolo di approfondimento). Solo se acquisirai la capacità di sviluppare i tuoi punti di forza e migliorare le tue debolezze, potrai andare lontano. Non è possibile sapere ciò che sei in grado di realizzare davvero fino a quando non imparerai a credere in te stesso e a metterti alla prova. Senza una reale fiducia in se stessi, acquisire un buon senso di autostima come cantanti è praticamente impossibile.

Seguimi in questo stimolante percorso. Nel prossimo articolo apprenderemo come costruire una solida autostima e quali sono le tecniche più efficaci per supportarla e per aiutarti a raggiungere il tuo massimo potenziale. A presto!

Per approfondimenti, visita la sezione Lezioni di canto a Milano, dedicata ai miei Corsi di canto.

Un pensiero per te

La nostra paura più profonda
non è di essere inadeguati.
La nostra paura più profonda,
è di essere potenti oltre ogni limite.
E’ la nostra luce, non la nostra ombra,
a spaventarci di più.
Ci domandiamo: ” Chi sono io per essere brillante, pieno di talento, favoloso? ”
In realtà chi sei tu per NON esserlo?
Siamo figli di Dio.
Il nostro giocare in piccolo,
non serve al mondo.
Non c’è nulla di illuminato
nello sminuire se stessi per fare in modo che gli altri
non si sentano insicuri intorno a noi.
Siamo tutti nati per risplendere,
come fanno i bambini.
Siamo nati per rendere manifesta
la gloria di Dio che è dentro di noi.
Non solo in alcuni di noi:
è in ognuno di noi.
E quando permettiamo alla nostra luce
di risplendere, inconsapevolmente diamo
agli altri la possibilità di fare lo stesso.
E quando ci liberiamo dalle nostre paure,
la nostra presenza
automaticamente libera gli altri.

Se vuoi contattarmi, puoi scrivermi qui

Oppure visita il mio sito: www.carmendigiglio.com

Carmen Margherita Di Giglio, soprano e docente di canto, è tra i primi insegnanti in Italia e in Europa ad utilizzare sistematicamente le tecniche del pensiero positivo, della programmazione neuro-linguistica (PNL) e delle discipline olistiche per l’apprendimento della tecnica del canto e per il potenziamento della prestazioni artistiche in ogni genere di canto e repertorio, dal lirico al moderno. Vive e insegna a Milano. www.carmendigiglio.com

La contessa di Calle

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cover interno La contessa di CalleSono profondamente emozionata, carissimi, nel presentarvi il mio nuovo romanzo.

La contessa di Calle è un giallo… storico, ma anche contemporaneo. Ed è, in parte, una commedia con tocchi di humor nero, ma soprattutto delitti, eros, fantasmi e reincarnazione. Ho mescolato questi ingredienti per rendere più emozionante e gustosa la ricetta!

Mi sono anche divertita un sacco durante la stesura. Un capodanno a letto col febbrone: cosa posso fare per passare il tempo mentre tutti danzano e festeggiano? Scrivere un thriller, no?

Detto fatto. Scritto a penna sul mio taccuino rosa-arancio di carta riciclata. Tredici amici si riuniscono per una festa in un’antica villa in Toscana. Qui scoprono un vecchio diario del milleottocento e… Non vi dico di più , ma scommetto che anche voi vi divertirete e proverete un bel po’ di brividi (non per la febbre, spero…). Oltre al fatto che si tratta di un mio romanzo e quindi… niente di convenzionale, ma molte sorprese e percorsi “karmici” inattesi.

Insomma, quanto serve per nutrire lo spirito e scatenare le emozioni… divertendosi! amazon_it-logo

Il libro potete scaricarlo immediatamente dal web: su Amazon in formato Kindle e sui diversi store per il formato epub – IBS, Barnes and Noble, Unilibro, Apple – cliccando sul logo di una delle librerie qui a destra, per leggerlo in tutta comodità sul vostro reader.

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Oppure potete acquistarlo in formato cartaceo su www.nemoeditrice.it o ordinarlo presso la vostra libreria di fiducia. Sono sicura che troverete la soluzione che fa per voi.logo-in-mondadori

Dunque, cari amici, buona lettura e buon divertimento! :-)

LA CONTESSA DI CALLE – Tramalafeltrinelli_logo

Aprile 2011. Il ritrovamento di un antico diario getta finalmente luce sul mistero che da due secoli avvolge la cittadina di Calle in Toscana. A chi appartiene il fantasma che si aggira nelle notti di nebbia presso villa Muriano? Una serie di delitti emerge progressivamente dalla lettura del diario, accentrando l’attenzione sulla figura di un’enigmatica contessa vissuta ai principi del Milleottocento. Spetterà alla scrittrice Cecilia De Ambris e ai suoi amici, riunitisi in villa Muriano, dipanare il giallo della sua vicenda.

In un alternarsi di momenti divertenti e ironici, caratterizzati da gag di vivace humor nero, e momenti drammatici e carichi di suspense, la serata culminerà in una tragica scoperta, fino alla presa di coscienza definitiva: solo la forza dell’amore e il perdono possono illuminare l’oscurità e salvare un’anima in pena.

Giallo, erotismo, humor ed esoterismo si fondono all’interno di una narrazione in cui il passato si sovrappone al presente, per dar vita a una lettura brillante e allo stesso tempo ricca di fascino e mistero, in grado di tenere il lettore col fiato sospeso fino al sorprendente epilogo.

Come nasce un capolavoro

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met-tosca-scarpiaForse non tutti sanno che…

la prima stesura di “E lucevan le stelle” era completamente diversa da quella che conosciamo oggi.  Illica, nei suoi versi, aveva delineato un giovane Cavaradossi che, in punto di morte pensava alla patria, alla spenta Repubblica Romana, allo Stato Pontificio.

Puccini lesse quella prima stesura e andò su tutte le furie: in un toscano non proprio raffinato, come d’abitudine. Ecco il momento clou della conversazione tra Illica e Puccini a questo proposito:

puccini_pianoforteIllica: – Giacomo, che ne pensi? Non ti pare una magnifica romanza?
Puccini: – Magnifica pol’esse, romanza poco, anzi, niente! Ma ti pare che un giovine bello che sta per morì sta a pensà a codeste segate?! Pensava, ma alle cosce e ar culo di Tosca!

Illica riscrisse il testo. Il resto è storia. anzi di più: è un capolavoro.

(FONTI: “Puccini, maledetto toscano“, di Giampaolo Testi)

Carmen Margherita Di Giglio, Milano 23 luglio 2013

 

Il libro è fashion!

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1011536_10201457681714764_2100983135_nSiete orgogliosi di farvi notare con il vostro libro fra le mani? Se siete fanatici della moda, è in arrivo per voi una buona  notizia : sembra che il libro sia diventato un oggetto  di tendenza! Molto fashion!

Qualche anno fa pronosticai che, con l’avvento dell’ebook, il libro cartaceo non sarebbe affatto morto, ma avrebbe conosciuto nuova vita come oggetto fashion e decorativo, da esporre su un tavolino in bella vista o riprodotto più o meno ovunque. Non immaginavo però che tutto questo sarebbe accaduto presto, prestissimo… oggi stesso!

“La letteratura è diventata cool e si fa oggetto di marketing. Con una dose d’ironia, appare nelle boutique di moda e si legge sui vestiti” scrive la rivista Slate.

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Il libro-oggetto e i grandi nomi della letteratura mondiale compaiono nelle vetrine di moda e sui capi d’abbigliamento. Copertine dallo stile tradizionale, citazioni letterarie stampate su t-shirts o tazze: la letteratura è ovunque, o quasi, ed è sicuramente «in» farsi vedere con un importante classico fra le mani!

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Date un’occhiata a queste foto o visitate questi siti e vi farete un’idea.

http://outofprintclothing.com/

http://www.etsy.com/fr/listing/150896084/pride-and-prejudice-jewelry-peacock-book?ref=shop_home_active

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… E NON FARTI FREGARE DAI BASTARDI

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Non illegitimi te carborundum: «Non farti fregare dai bastardi». Questa massima pseudo-latina fu trovata sulle mura di un campo di prigionia e pare che fosse stata adottata come motto dai servizi segreti dell’esercito britannico durante la seconda guerra mondiale. In ogni caso, tutti gli artisti dovrebbero farne tesoro.

Parliamo di artisti. Ma allora chi sono gli illegitimi di cui discutiamo in questa sede? Secondo Stephen Vizinczey, scrittore, saggista e filosofo ungherese, autore del saggio Verità e menzogne in letteratura (Truth and Lies in Literature), si tratterebbe dei professoroni d’ogni tempo, i vari Saint Beuve che ci “inducono a credere nella reincarnazione multipla” (sarebbe a dire che, purtroppo, non muoiono mai).

Cito Vizinczey: « Il critico artista mancato è un luogo comune. La questione interessante è perché questi mediocri invidiosi arrivino a posizioni di comando nella burocrazia della cultura, a pronunciare sentenze di vita o di morte su artisti che cercano di farsi strada. La risposta sembra trovarsi nel disagio dell’establishment di fronte all’esuberante sicurezza del talento e all’autorità morale di artisti che presumono di giudicare la società con la loro intelligenza senza esserne stati incaricati da nessun comitato o commissione. Ciò costituisce una sfida nei confronti di tutti gli esperti designati, quindi il critico deve esser qualcuno in cui avere fiducia, non qualcuno che si lascia trasportare dall’autorità della verità e della bellezza. » (da Verità e menzogne in letteratura, Harper’s, giugno 1986.)

Con buona pace di quelli che, identificandosi con i mediocri in questione, strilleranno istericamente o con ostentata pacatezza che sono loro gli unici detentori della verità.

Per fortuna viviamo in una società democratica… O no? Quanto alla massima in questione, gli artisti che tengono ben presente questo avvertimento sopravvivono e, molto spesso, emergono. È il caso di Henry Beyle, meglio conosciuto come Stendhal: se avesse dato troppo peso alle critiche o, peggio, alla simulata indifferenza di Saint Beuve (il critico designato a emanare sentenze di vita o di morte sugli scrittori del suo tempo), forse oggi non avremmo potuto apprezzare le sue opere (sto parlando de Il rosso e il nero e de La Certosa di Parma, solo per dirne due).

Certo non si fece “fregare” Maria Callas, all’anagrafe Maria Kalogeropoulos, quando, ancora sconosciuta, dopo la prima audizione alla Scala fu stroncata dall’illegitimus del tempo, Mario Labroca, colui che decideva le sorti dei cantanti nel tempio dell’arte musicale italiana. Labroca sentenziò che Maria Kalogeropoulos avrebbe fatto meglio a ritornarsene in America perché il suo talento era praticamente “niente”. Maria Kalogeropoulos però non gli diede ascolto. Sappiamo tutti come andò a finire.

Questi illustri esempi c’insegnano a superare la smania di cercare l’approvazione altrui. Finché si è ragazzini tra i banchi di scuola, passi… ma quando si è adulti occorre aver acquisito un certo senso d’autonomia e autocoscienza (ciò che a scuola purtroppo non ci viene insegnato) per capire se quello che produciamo sia davvero c@cca oppure no… o se per caso non lo sia quello che ci propinano i media e i critici designati. Purtroppo molti di noi rimangono per sempre bambini: cercano ancora l’approvazione di mamma, papà e professore (alias l’editore o il critico di turno), e gli abili manipolatori speculano su tali insicurezze.

Concludendo, e con tutto il rispetto per le altrui opinioni, abbiamo il diritto di essere NOI per primi a decidere se quello che facciamo ha valore oppure no (dopo aver sviluppato onestà, umiltà e autoconsapevolezza, s’intende, ma questo è un discorso che proseguirò in altra sede) ed eventualmente a darci da fare per autopromuoverlo. Ciò non sminuisce affatto il nostro operato, ma, in un mondo dove la maggior parte di noi ha ancora paura di dire IO SONO e si affida acriticamente al consenso delle autorità esterne, sicuramente contribuisce all’affermazione di due qualità rare: il coraggio e l’indipendenza.

Milano (pubblicato il 08/07/2012)

© 2012 Carmen Margherita Di Giglio. Tutti i diritti riservati.

Se volete potete distribuire liberamente questo testo in maniera non commerciale e gratuitamente, conservandone l’integrità, compresi il nome dell’autrice e il link https://carmendigiglio.wordpress.com

“Senso” o della maschia bellezza

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Definito dalla critica «il più bel racconto italiano del secondo ‘800», Senso di Camillo Boito fa parte della raccolta Nuove Storielle Vane, pubblicata nel 1883. La vicenda è nota al grande pubblico grazie alla trasposizione cinematografica di Luchino Visconti: la trentanovenne contessa Livia rievoca nel suo diario una relazione d’amore dei suoi ventidue anni con un giovane soldato dell’esercito austro-ungarico, Remigio Ruiz (da Visconti ribattezzato Franz Mahler).

Se Visconti conferisce importanza centrale all’aspetto storico della vicenda (siamo alla vigilia della battaglia di Custoza, e nel film Livia collabora con i patrioti italiani congiurando al fianco del cugino Ussoni), Boito mette da parte istanze patriottiche e motivazioni politiche per focalizzare l’attenzione del lettore su ben altre tematiche. Il racconto è difatti tutto imperniato sulla centralità della “bellezza”, elemento costante nella produzione letteraria boitiana (vedi ad esempio le novelle Un corpo e Baciale ‘l piede e la man bella e bianca, entrambe facenti parte della raccolta «Storielle Vane» pubblicata da Treves nel 1876). E proprio qui sta il lato sorprendente, l’assoluta modernità della narrazione: non la convenzionale e abusata bellezza femminile, che sebbene decantata attraverso lo specchio della contessa, è colta nella sua prima decadenza; ma la conturbante bellezza maschile, concupita, posseduta, contemplata attraverso l’occhio di una donna.

«…Mi parve fatto di marmo tanto era candido e bello» scrive la contessa Livia nel suo diario; «ma il suo ampio torace si agitava per il respiro profondo, e i suoi occhi celesti brillavano, e dai capelli biondi cadevano le gocciole come pioggia di lucenti perle…». La bellezza dell’amante è in grado di ispirarle una violenta passione all’interno di uno spregiudicato gioco di contrasti; cosicché, tanto più l’animo dell’uomo si degrada in debolezze, bassezze e meschinità, tanto più il suo corpo le appare bello e vigoroso ed esalta in lei l’ardore dei sensi, dando vita a una dinamica interiore di luci e ombre che sembra concettualizzare certe impressioni cromatiche pittoriche care all’autore: « Mi piaceva in quell’uomo la stessa viltà. – Scrive ancora Livia: – Quando esclamava: – Ti giuro, Livia, non amerò e non abbraccerò mai altra donna che te – io gli credevo; e, mentre egli mi stava innanzi ginocchioni, lo guardavo adorando, come fosse un Dio. […] La perfetta virtù mi sarebbe parsa scipita e sprezzabile al paragone de’ suoi vizii; la sua mancanza di fede, di onestà, di delicatezza, di ritegno mi sembrava il segno di una vigoria arcana, ma potente, sotto alla quale ero lieta, ero orgogliosa di piegarmi da schiava. Quanto più il suo cuore appariva basso, tanto più il suo corpo splendeva bello».

Il contrasto trova il suo culmine nell’ultima scena della novella: dopo aver denunciato per diserzione il suo giovane amante, Livia lo vede a avviarsi alla fucilazione al fianco di un altro condannato a morte. Nel raffronto con l’altera dignità di quest’ultimo, che incede fiero, Remigio, singhiozzante, l’affascina nella sua viltà, e l’immagine del suo corpo statuario, piegato dalla paura, riaccende in lei un’ultima fiamma di perversa eccitazione.

Livia, dunque, non è l’eroina caduta del film viscontiano; e non è neppure vittima sino in fondo del morboso sentimento che esibisce con caparbietà fino alla conclusione. Insomma non le appartengono le lacrime e il pentimento che si è soliti associare a certi personaggi femminili. Se c’è qualcosa che riesce a scalfire il cinismo della protagonista boitiana non è un uomo, non è la passione, ma il tempo. Sotto quest’aspetto essa precorre la marescialla di Hoffmanstall musicata da Strauss nel Rosenkavalier, ma non ne possiede la delicata grazia da tramonto autunnale, né potrebbe mai proferire con rassegnata levità guardandosi allo specchio: «Il tempo: un affare bizzarro!» (Die Zeit, die ist ein sonderbar Ding!).

Livia non si rassegna, e al termine del racconto siamo quasi sicuri che l’avrà vinta, a modo suo, anche sul trascorrere delle ore.

Carmen Margherita Di Giglio

Prefazione a “Senso” di Camillo Boito per l’edizione 2012 Nemo Editrice in vendita su inMondadori: http://www.inmondadori.it/Senso-Boito-Camillo/eai978889025079/
http://www.amazon.it/Senso-Il-narratore-ebook/dp/B008EY7CC8/ref=sr_1_2?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1377038235&sr=1-2&keywords=Senso+boito

Il potere creativo dell’Immaginazione Artistica

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“Creatio ex nihilo sui et subiecti” è un concetto fondamentale della filosofia patristica che definisce la creazione come realizzazione a partire dal nulla (lett. “Creazione dal nulla di se stesso e di un soggetto”). È questo il modo di procedere proprio dell’Immaginazione Artistica. L’Immaginazione è il dono che l’Artista trae dalla Divinità immanente, la porta che fornisce l’accesso alla Verità. Ogni autentica ispirazione è una replica del soffio della creazione, il Ruah Divino, il primo alito che infuse vita nelle cose dell’Universo (Gen. 1:1). Già nel secolo XVIII, William Blake, poeta, incisore, pittore e profeta, aveva intuito che alla base dell’Arte vi è l’Immaginazione quale vera forza creativa, poiché l’Artista non copia dalla natura: l’autentica Arte è creativa, non imitativa o associativa. Quando scruta negli abissi dell’anima, nelle profondità della mente umana e negli errori della Storia, l’Artista evoca la completezza della Creazione basata sugli opposti: del giorno e della notte, dello yin e dello yang, giacché nel regno delle cose terrene non può esistere luce senza tenebre, così come non può esistere il concetto di armonia se non vi è irregolarità che gli si contapponga; l’alchimia dei contrari contribuisce a comporre la Bellezza, di cui l’arte è Madre e Padre al tempo stesso.

Come suggerito nell’evangelica Parabola dei Talenti, l’Artista, nell’avvertire il senso della propria missione, ha l’obbligo di non nascondere i propri talenti sotto terra, ma di metterli al servizio dell’umanità. Ed è probabilmente ciò che intendeva il compositore Richard Wagner quando dichiarava : «Io sono nato quale strumento per qualcosa di più alto di quanto il mio essere non permetta. Sono nelle mani del Genio Immortale che servo per tutto il tempo che durerà la mia vita, ed Egli intende che io porti a termine solo ciò che posso realizzare». Non un atto di auto-indulgenza o di sterile orgoglio, ma ciò che ogni Artista dovrebbe sempre tener presente: il senso della propria missione e del servizio che tramite la propria opera egli rende alla Divinità immanente.

In apertura di quest’anno 2012 voglio ricordare – agli Artisti in generale ma soprattutto a noi tutti, Artisti della Vita e creatori della nostra realtà – quanto questa sia considerata un’epoca di nuovi inizi. Molti sono convinti che sia in atto un cambiamento di coscienza a livello planetario. Personalmente non seguo queste teorie, ma se proprio vogliamo parlare di cambiamento di coscienza, allora esso non può prescindere dall’Arte. Anzi, potremmo dire che “deve” avere inizio dall’Arte. In ogni epoca l’Artista ha avuto il compito di plasmare il mutamento, dandogli forma, così come il vasaio plasma la sua creta e lo scultore realizza la propria opera sbozzando la materia. Se però vogliamo porci sulla strada dell’evoluzione e del risveglio, la nostra sfida principale deve consistere nel plasmare noi stessi quale prima Opera d’Arte, liberandoci dalle credenze basate sulla paura piuttosto che sull’amore, sul dubbio piuttosto che sulla fede, sulla preoccupazione piuttosto che sulla fiducia: un invito per ogni Artista della Vita a realizzare nel modo più pieno e completo la propria chiamata.

Carmen Margherita Di Giglio

« L’immaginazione non è uno stato mentale: è l’essenza stessa dell’esistenza umana. » (William Blake)

«L’arte non riproduce il visibile; piuttosto, crea il visibile. » (Paul Klee)

« La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo.» (Albert Einstein)

« La logica ti porterà da A a B. L’immaginazione ti porterà ovunque.» (Albert Einstein)

Se volete potete distribuire liberamente questo testo in maniera non commerciale e gratuitamente, conservandone l’integrità, compresi il nome dell’autrice e il link https://carmendigiglio.wordpress.com

MANN E I SUOI DEMONI MUSICALI (Parte terza)

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Il Nazismo strumentalizzò la cultura wagneriana dominante per penetrare nello spirito delle classi borghesi erudite. Il più importante saggio di Thomas Mann, “Sofferenza e grandezza di Richard Wagner “, rappresenta il tentativo di offrire un’alternativa alla versione ufficiale che considerava Wagner il “santo patrono del solipsismo tedesco”. “Mann cercò invece di dare una visione artistica, cosmopolita e psicologica del compositore.

La parola “dilettantismo” nei confronti di Wagner fu sufficiente a creare agitazione nell’intero establishment wagneriano. Nel marzo del 1933, “la città wagneriana di Monaco di Baviera levò una protesta” nei confronti Thomas Mann, accusato di intorbidare la reputazione dei “giganti culturali tedeschi”. La protesta fu sollevata in primis dal successore di Bruno Walter, Hans Knappertsbuch, e firmata – tra gli altri – da Hans Pfitzner e Richard Strauss. In realtà fu la cultura musicale borghese di Monaco, e non le autorità naziste, ad allontanare Thomas Mann dalla Germania (e addirittura in nome di Wagner!). I nazisti lodarono la “volontà del popolo” con gioia sardonica. La “ex-comunicazione nazionale ” fu un trauma mortificante, il peggiore che uno scrittore abbia mai sperimentato da parte del pubblico tedesco, e, come per la vicenda di Bruno Walter, una motivazione significativa per la stesura del “Doctor Faustus”, un romanzo sulla connessione tra musica e politica.

La musica, più di ogni altra forma d’arte, fu al servizio dell’immagine culturale dei nazisti. Il Festival di Bayreuth era una vera e propria vetrina per il Terzo Reich. I concerti di Wilhelm Furtwängler raggiungevano gli ascoltatori di tutto il mondo. Anche Thomas Mann, l’emigrante, si aggrappava alla sua radio, benché nutrisse alcuni scrupoli: “Non avremmo dovuto ascoltare, non avremmo dovuto porgere il nostro orecchio alla truffa”, scrisse nel suo diario dopo una trasmissione del “Lohengrin” nel 1936. Per lui Wilhelm Furtwängler era l’esempio più potente dell’artista che pensa di poter custodire la cultura in un vuoto politico. E la raffigurazione dell’arroganza musicale tedesca era espressa da dichiarazioni del tipo “nessuna vera sinfonia è mai stata scritta da un non-tedesco».

Hans Rudolf Vaget sostiene che fu un errore contrapporre a Thomas Mann il mediocre scrittore Frank Thiess nel dibattito sull’”emigrazione interna”: in realtà sarebbe stato molto più adeguato Furtwängler, il “rappresentante emblematico” di tutti coloro che si erano adattati. Sebbene intimamente si opponesse al regime, il direttore d’orchestra si identificava con la Germania bellicosa e “tragicamente” decadente. Allo stesso tempo aiutava i perseguitati, e mantenne sempre aperti i contatti con i suoceri ebrei di Thomas Mann. Egli visitò i Pringsheim nel corso dell’anno 1937-1938, dopo che erano stati scacciati dal loro palazzo di Monaco di Baviera; il “dolce Willi” trascorse “ben due ore e mezzo” con noi, come Edvige Pringsheim riferì alla figlia Katia a Zurigo . Ma Thomas Mann era scettico a tale proposito. Egli considerò i quindici minuti di standing ovation che Furtwängler ricevette dopo il suo primo concerto nel dopoguerra a Berlino, come una prova di incorreggibilità politica.

Il critico musicale Joachim Kaiser si chiede: “Può il destino di Adrian Leverkühn, può la vita e il crollo di un compositore paralizzato e fatalmente brillante rappresentare in modo convincente o plausibile il crollo della Germania di Hitler?” E se lo chiede in modo tale che l’unica risposta possibile è “no”.
In realtà non vi è alcuna analogia allegorica tra Leverkühn e la Germania nazionalsocialista. Hans Rudolf Vaget interpreta piuttosto la raffigurazione del rapporto tra musica e politica presente nel romanzo nel senso di “anticipazione”. Il tentativo da parte di Leverkühn di eliminare il “non-tematico” da una composizione, nella ricerca di un”organizzazione perfetta” del materiale musicale, è una prefigurazione degli aspetti totalitaristici del Terzo Reich. Per Vaget, “anticipazione” significa che la ricettività collettiva al nazionalsocialismo è già evidente nello sviluppo culturale dell’epoca precedente – la “mentalità del periodo di incubazione “.

In questo senso, il “Doktor Faustus” analizza la profonda crisi della musica tedesca nell’era post-wagneriana. “Finis musicae”, la parola d’ordine che circolava all’inizio del 20° secolo, esprimeva perfettamente la preoccupazione che la grande tradizione musicale tedesca potesse essere prossima alla fine. Quando e come sarebbe stato più possibile un salto innovativo sul modello del “Tristano”?

Con la sua apertura verso nuove forme, il romanzo di Mann sulla musica affronta, inoltre, la tematica della necessità di garantire sicurezza a tutto il mondo, anche se questo significa far ricorso a mezzi demoniaci. Adrian Leverkühn mira a una “Führerschaft” o “leadership” musicale – una conquista del mondo attuata dal genio. Egli vuole “aprire una breccia fra le ingombranti difficoltà dell’epoca” e “sconfiggere l’avanzata della marcia.” Da questo punto di vista, Thomas Mann comprendeva Schönberg meglio del suo consulente musicale Theodor Adorno, che considerava invece più importanti le tendenze oggettive della “materia musicale”. In realtà Schönberg aveva parlato di composizione basata sul sistema dodecafonico in senso totalmente Leverkühniano e con un certo grado di arroganza faustiana: “Ho fatto una scoperta che assicurerà il predominio della musica tedesca per i prossimi cento anni”. Pertanto, mentre Leverkühn ha poco in comune con i discorsi proto-fascisti degli intellettuali di Monaco, il compositore è invece un “Maestro di origine Germanica” (cit.) che non solo prende parte al concetto di superiorità musicale tedesca, ma ne è l’incarnazione.

Nel 1948, riascoltando l’ultimo atto dell'”Oro del Reno”, Thomas Mann osservò: “Per quest’unico brano darei tutta la musica di Schönberg, tutti i Berg, i Krenek e i Leverkühns.” Non c’è da meravigliarsi se il romanzo è stato accusato di essere un po’ ipocrita – Thomas Mann permette che Leverkühn componga una musica che diverge dai suoi gusti musicali! È strana quest’obiezione: perché mai presupporre che la raffigurazione delle cure mediche nella “Montagna incantata” rifletta il desiderio di Thomas Mann stesso per tali cure, e perché invece ritenere che gli altri campi della conoscenza presenti nei suoi romanzi siano basati su un senso soggettivo della credibilità?

No, Mann non amava particolarmente ascoltare musica dodecafonica, ma ne apprezzava la sfida estetica, l’attrattiva intellettuale – e l’utilità letteraria. Così si lasciò stimolare da Adorno, che conferisce a certi passaggi del romanzo una forte spinta nella direzione della “dialettica negativa”, altrimenti piuttosto estranea alla comprensione musicale di Mann. Il capitolo Kretzschmar sulla Sonata per pianoforte di Beethoven Opera 111 è stato il primo ad essere influenzato da Adorno, e Joachim Kaiser – sebbene impressionato dal talento di Mann nel descrivere la musica – lo accusò di compiere errori fondamentali. L’equilibrio mentale del suo “Consigliere Segreto” doveva essere parso alquanto discutibile allo stesso Mann. Si potrebbe dedurre, dal modo in cui alla fine Mann inserisce Adorno nel suo romanzo quale incarnazione del diavolo, che costui fosse “un intellettuale che compone musica egli stesso, ma solo fino al punto in cui glielo permette la sua capacità di pensare.” Una riflessione piuttosto maligna, che colpiva un nervo scoperto: le composizioni musicali di Adorno non avevano mai soddisfatto le sue aspettative.

Il Modello dell'”anticipazione” proposto da Hans Rudolf Vaget è convincente, sebbene celi  le lacune concettuali presenti nel “Doctor Faustus”. Sia Leverkühn che la Germania nazista cercarono di fare un patto col diavolo, ma Leverkühn è tutt’altro che un wagneriano fascista. Egli è un compositore che sotto Hitler sarebbe stato certamente ostracizzato quale “bolscevico culturale”, ciò che confonde anche i critici più intelligenti. Ogni parallelismo tra musica e romanzo tedesco proposto da Mann resta dunque problematico – e, proprio per questo, interessante, perché non potrà mai generare interpretazioni pienamente armoniose.

Traduzione di Carmen Margherita Di Giglio © 2011

Wolfgang Schneider, scrittore, vive a Berlino. E’ l’autore del libro su Thomas Mann “Lebensfreundlichkeit und Pessimismus. Thomas Manns Figurendarstellung”

Se volete potete distribuire liberamente questo testo in maniera non commerciale e gratuitamente, conservandone l’integrità, comprese queste note, i nomi degli autori e il link https://carmendigiglio.wordpress.com

Carmen Margherita di Giglio – Intervista

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carmen margherita di giglio (2)Carmen Margherita Di Giglio parla del suo romanzo “Werdenstein” (Trilogia nazista – Nemo Editrice)

La seguente intervista è stata rilasciata al Giornale Letterario e pubblicata nel numero 11 del maggio 2011.

Come nasce l’idea di “Werdenstein”? La genesi di “Werdenstein” è strettamente collegata alla nascita dell’intera Trilogia Nazista. In origine “Werdenstein” era soltanto un breve capitolo che avrei voluto inserire nel romanzo“Lo scrigno di Ossian” poco prima della sua pubblicazione, per far luce sui primi anni di vita di uno dei personaggi principali, ossia Philipp von Rosenberg, il duca di Werdenstein. In realtà quel breve capitolo fu presto rimosso in quanto inappropriato al tono generale della narrazione. Lo recuperai fortuitamente dal cestino della carta straccia. Con mia sorpresa quelle poche pagine sembravano contenere i germi di una nuova ispirazione, ben più ampia e complessa di quanto potesse far prevedere il progetto iniziale. Ampliai dunque il capitolo estromesso e scrissi “Werdenstein” in breve tempo, facendone così il secondo romanzo di una trilogia, di cui “Lo scrigno di Ossian” sarebbe stato il primo volume. E una volta terminata la stesura, passai subito a elaborare lo schema del terzo, su cui sto lavorando attualmente.

Quali sono stati i tempi di stesura? Sebbene “Werdenstein” sia stato scritto in pochi mesi, in realtà ha richiesto cinque anni complessivi di lavoro continuo e assiduo in fase di revisione, tra ricerche storiche e scelte linguistiche e stilistiche. Non si potevano liquidare in pochi mesi di lavoro circa trent’anni di storia, né ignorare le molteplici problematiche scaturite da una vicenda scritta in lingua italiana ma ambientata in Germania, tra personaggi di nazionalità tedesca.

Perché Trilogia Nazista e che ruolo ha “Werdenstein” al suo internoIl nazismo è il filo conduttore storico che lega l’intera trilogia, nonostante essa spazi ben oltre quell’epoca, sia per ambientazione che per contenuti. “Werdenstein” ne costituisce l’antefatto, il prequel, come usa dire nel linguaggio cinematografico. Ecco perché affermo spesso che i primi due volumi della Trilogia Nazista, “Lo scrigno di Ossian” (vol 1) e “Werdenstein” (vol. 2), possono essere tranquillamente letti anche invertendo l’ordine di uscita.

Come nascono dalla sua penna i personaggi?

Per la creazione dei personaggi e della trama, di fianco a un’approfondita documentazione storica, utilizzo spesso un procedimento che si potrebbe definire “visionario”. I personaggi si presentano spontaneamente al mio occhio mentale come in una sequenza cinematografica: io li accolgo così come sono, senza giudicare né cercare di cambiare alcunché, nomi compresi. Mettendo a fuoco l’obiettivo, posso entrare nel loro animo e viverne in prima persona emozioni e sensazioni. Dopodiché il mio impegno è rivolto a descrivere ogni cosa con chiarezza e distacco, attraverso un filtro razionale. È anche fondamentale accertarmi che le sequenze e i dettagli storici percepiti siano il più accurati possibile. Per questo, dopo una prima stesura di getto, trascorro lunghi periodi di ricerche, tra biblioteche, archivi e viaggi. Le conferme sono spesso sorprendenti.

Da cosa scaturisce la scelta di ambientare la vicenda in Germania? Credo che a questo proposito abbia influito in maniera decisiva la mia attività di musicista e di soprano. Durante la mia carriera concertistica ho cantato in Germania e studiato approfonditamente il repertorio tedesco: da Mozart a Schubert, da Händel a Wagner a Strauss, ciò che ha influito senz’altro sulla genesi della Trilogia Nazista. In ogni caso, le immagini e i personaggi dei miei libri scaturiscono spesso da ispirazioni musicali. È la musica che genera molte delle mie visioni letterarie, è la musica che mi permette di trovare una connessione con mondi in apparenza lontani: sono convinta che essa ci conceda la facoltà di penetrare nell’anima di una nazione e di un’epoca meglio e più profondamente di quanto possa fare qualunque tipo di ricerca o di comprensione su basi razionali.

Dove può essere acquistato “Werdenstein”?

In vista di una distribuzione più capillare nelle librerie, “Werdenstein” può essere acquistato tramite internet, sul sito di Nemo Editrice o su IBS, Libreria Universitaria, Unilibro, Dea Store e Webster. Oppure è possibile ordinarlo telefonicamente ai seguenti numeri: 0291701376, cell. 3701001546, o inviare una mail a info@nemoeditrice.it con i propri dati, citando il codice di sconto 7788: in entrambi i casi il libro arriverà a comodamente a casa in contrassegno (ossia pagando direttamente al postino) al prezzo scontato di euro 16.00, spese di spedizione gratuite.


Blake… chi era costui?

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A William Blake dedicai la mia prima pubblicazione letteraria, il racconto esoterico-fantastico “Sogno di una notte di pieno inverno”. Al famoso simbolo della “Tigre” blakiana, si ispirano inoltre gli ideali di Nemo Editrice, impresa editoriale da me fondata nel 2006. Associata al potere e alla forza della creazione (artistica e non), la tigre è l’archetipo allegorico dell’immaginazione originaria, come nella visione esoterica del poeta: creata da un potente demiurgo in grado di proiettare in essa i suoi poteri divini, la tigre evoca un complesso di forze “titaniche” e fa appello alla capacità creativa. Il suo simbolo è dunque collegato alla forza energetica sovrannaturale dell’artista creatore, alla potente energia che apre le porte alla percezione sovrasensoriale, indispensabile alla creazione artistica in quanto partecipe della facoltà divina di accedere all’Assoluto.

Ma chi era in realtà William Blake? Vediamolo insieme…

William Blake (Londra, 28 novembre 1757 – Londra, 12 agosto 1827) fu poeta, incisore e pittore inglese.

Largamente sottovalutata mentre egli era in vita, oggi l’opera di Blake è considerata estremamente significativa e fonte di ispirazione sia nell’ambito della poesia sia delle arti visive.

Considerato un tempo pazzo per le sue idee stravaganti, attualmente è invece molto apprezzato per la sua espressività, la sua creatività e per la visione filosofica che sta alla base del suo lavoro. Come un giorno ha suggerito egli stesso:«L’immaginazione non è uno stato mentale: è l’essenza stessa dell’esistenza umana

Anche se la sua pittorica e la sua poesia sono state solitamente valutate separatamente, Blake spesso se ne servì di concerto per creare opere che di colpo sfidassero e sostituissero le convenzioni in uso. Si definiva capace di discutere e confrontarsi con i profeti dell’Antico Testamento e profuse un grande sforzo per creare le illustrazioni per il Libro di Giobbe. Ma l’amore dell’artista per la Bibbia si affiancava ad un’aperta ostilità verso la Chiesa d’Inghilterra (intesa come apparato istituzionale), e le sue convinzioni religiose erano influenzate dall’attrazione per il Misticismo e lo gnosticismo, nonché dalla fascinazione verso il movimento romantico che a quel tempo era in pieno sviluppo.

Alla resa dei conti, la difficoltà che si incontra nel tentativo di inserire William Blake in un qualsiasi periodo o movimento della storia dell’arte è forse la caratteristica che meglio riesce a definirlo.

Blake ha svolto un ruolo cruciale per lo sviluppo del moderno concetto di immaginazione nella cultura occidentale. La sua convinzione che l’umanità possa superare i limiti a lei posti dai cinque sensi è forse il suo più grande lascito: « Se le porte della percezione venissero sgombrate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito. » (William Blake -The Marriage of Heaven and Hell) .

Blake detestava la schiavitù e credeva nell’eguaglianza tra le razze e tra i sessi. In molti dei suoi dipinti e molte delle sue poesie esprime un concetto di umanità universale,secondo un’accezione del tutto confacente anche al pensiero massonico:”Tutti gli uomini sono uguali (attraverso le loro infinite differenze)“.

La sua sensibilità lo portò a interessarsi per tutta la vita degli avvenimenti politici e sociali, ma fu spesso costretto a mascherare i suoi ideali e il suo pensiero politico dietro allegorie religiose.

Rifiutò sempre qualsiasi forma di autorità imposta. In particolare, il punto di vista di Blake su ciò che vedeva come una forma di oppressione e una restrizione del diritto alla piena libertà si estese anche nel confronti della Chiesa.

Le sue convinzioni religiose sono evidenti nelle Songs of Experience (1794), in cui mostra il suo diverso atteggiamento nei confronti del Dio dell’Antico Testamento,del quale rifiutava le limitazioni imposte all’uomo, e il Dio del Nuovo Testamento(Cristo parte della Trinità), del quale vedeva invece l’influenza positiva.

Nonostante gli attacchi di Blake alla religione tradizionale ai suoi tempi sembrassero scioccanti, il suo rifiuto della religiosità non era un rifiuto della religione in se stessa. La sua opinione sulla religione tradizionale risulta evidente alla lettura di The Marriage of Heaven and Hell, dove in Proverbs of Hell scrive: « Le prigioni sono costruite con le pietre della legge, i bordelli con i mattoni della religione »; ed anche: «Come il bruco sceglie le foglie migliori per deporvi le uova, così il prete lancia i suoi anatemi contro le gioie più grandi. »

In The Everlasting Gospel, Blake non ritrae Gesù come un filosofo oppure, secondo la tradizione, un messia, ma come un essere dotato della massima creatività, al di sopra dei dogmi, della logica ed anche della morale. Scrisse: « Se fosse stato l’anticristo, Gesù, prostrandosi sottomesso, avrebbe fatto qualsiasi cosa per noi: sisarebbe introdotto furtivamente nelle sinagoghe, e non avrebbe trattato i più anziani e i preti come cani, ma umile come un agnello o un asinello, avrebbe obbedito a chiunque. Dio non vuole invece che l’uomo diventi umile. »

Gesù, secondo Blake, simbolizza nella sua unità la vitale relazione tra il divino e l’umano: « In origine esistevano una sola lingua e una sola religione: questa era la religione di Gesù, il Vangelo infinito. I tempi antichi ci mostrano il Vangelo di Gesù»

Fedele alla sua convinzione di non sottostare alle convenzioni e imposizioni dottrinarie e culturali, Blake costruì una propria mitologia,che occupa un ampio spazio dei suoi libri profetici. Era principalmente basata sulla Bibbia e sulla mitologia greca, ed accompagnava la sua idea del Vangelo eterno. Blake commentò che doveva “Creare un sistema oppure finire schiavo di quello di un altro uomo” .

Una delle obiezioni più forti che Blake portava contro il cristianesimo ortodosso era che sentiva che questo incoraggiava la soppressione dei desideri naturali e condannava le gioie terrene. In A Vision of the Last Judgement, egli dice che : « Gli uomini vengono ammessi in Paradiso non perché abbiano dominato e frenato le proprie passioni o non ne abbiano avute affatto, ma perché hanno coltivato la loro capacità di conoscere. Il Tesoro del Paradiso non è la negazione della passione, ma la realtà dell’intelletto, da cui tutte le passioni fuoriescono libere nella loro eterna Gloria. »

Blake credeva che la gioia dell’uomo innalzasse la gloria di Dio e che la religione praticata nel mondo fosse in realtà un culto di Satana. Era convinto che i cristiani ortodossi, anche a causa del loro rifiuto della gioia terrena, in realtà stessero adorando Satana e pensava a Satana come ad un errore e come ad uno Stato di morte.

Si opponeva ai sofismi teologici che giustificano il dolore, ammettono il male e trovano scuse per l’ingiustizia e detestava i tentativi di conquistarsi la beatitudine nell’altro mondo negando se stessi in quel modo.

Non credeva alla dottrina che insegnava Dio come un padrone, un’entità distinta dall’umanità e ad essa superiore. In particolare, vedeva il concetto di peccato come una trappola per incatenare i desideri degli uomini e credeva che costringersi ad obbedire ad un codice morale imposto dall’esterno fosse contrario allo spirito della vita.

Carmen Margherita Di Giglio – Milano 18 marzo 2011

(Fonti: Wikipedia e Il foglio massonico)

DONNE CHE CAMBIANO L’INDIA

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L’India sta cambiando. Nel cuore del cambiamento ci sono le donne. Il cambiamento è diffuso e variegato, individuale e collettivo, e si riflette sull’intero spettro della vita femminile: in politica, in economia, nella loro vita quotidiana, nel mondo degli affari o nel lavoro in casa e fuori.

Nonostante le ancora enormi contraddizioni e disparità di genere che caratterizzano la nazione, ecco alcuni importanti effetti di questo grande cambiamento:

nel 2010 più di 2,2 milioni di donne sono state elette in posizione di potere nei villaggi dell’India. L’India è ormai salita al primo posto nel mondo in termini di presenza femminile in politica.

Molte delle principali banche di settore pubbliche e private sono dirette dalle donne, che hanno occupato posizioni dirigenziali alla Reserv Bank of India, prima istituzione finanziaria del paese. E molte delle maggiori industrie indiane (dalle raffinerie di zucchero alle compagni alberghiere e di navigazione) sono sempre guidate dalle donne. La figura più potente nella politica al momento è Sonia Gandhi.

Nelle scuole primarie e secondarie il divario tra iscrizioni maschili e femminili è alto. Ma viene colmato alle superiori, dove, fin dall’anno dell’indipendenza (1947) il 50% degli iscritti sono ragazze.

Negli ultimi anni la presenza femminile nei settori tecnici e nei dietro le quinte del mondo dello spettacolo, è aumentata moltissimo. Non più soltanto dive di Hollywood, ma registe, coreografe, scenografe, sceneggiatrici, costumiste, tecniche del suono.

Una delle novità più importanti degli ultimi anni è il Right Information Contact, consente a tutti di richiedere informazioni sulle politiche e le pratiche del governo e di denunciare corruzione e comportamenti sospetti. Un ruolo chiave spetta a una donna, Aruna Roy, ex funzionario, ora attivista per i diritti civili.

Dopo il microcredito (tasso di restituzione delle donne 94%) arriva il brokering retail ad opera di Geojit BNP Baribas, che è stata la prima società privata a aprire agenzie con personale solo femminile. Per le clienti, corsi di informazione in tecniche di investimento finanziario. Le operazioni realizzate dalle donne hanno più successo di quelle degli uomini.

Carmen Margherita Di Giglio – Milano 5/3/2011

 

FONTI: Annie Zaidi (da Marie Claire 3/3/2011)

Annie Zaidi è nata a Allahabad (Uttar Pradesh), ha studiato a Rajasthan e Bombay. Ha lavorato come giornalista ed è attualmente impegnata per Frontline . Vive e lavora a Delhi.</e

Werdenstein – Lettura in video

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Spesso amici e conoscenti mi hanno chiesto di leggere in pubblico un capitolo del mio romanzo “Werdenstein” (Trilogia Nazista – Nemo Editrice 2010). Dal canto mio avevo pensato, tuttavia, non alla solita lettura in teatro o in biblioteca, ma a qualcosa di più “tecnologico”… un video insomma. Ed eccolo finalmente online.

Il video è stato registrato in questi giorni con mezzi semplici e poco sofisticati. Nonostante alcune imperfezioni tecniche dell’audio, il risultato mi è parso comunque accettabile e ho preferito offrirvelo in occasione di queste feste, piuttosto che attendere altri mesi per la sua realizzazione. Lo trovate su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=-nxIVWBbkvI e su Vimeo: http://vimeo.com/18223140

Si tratta di un “duetto” tra due personaggi maschili: il giovane Philipp von Rosenberg, protagonista del romanzo, e l’abate Alexander, priore dell’abbazia di Werdenstein e responsabile di una misteriosa commissione d’inchiesta facente capo al collegio di Bad Löwenfeld di cui Philipp è allievo.

Ringrazio gli Amici che mi hanno aiutato a realizzarlo e che mi hanno supportata con il loro appoggio e il loro entusiasmo.

A tutti, buon ascolto e un felice Anno Nuovo !

MAESTRO DI TE STESSO (Lettere a un giovane poeta)

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Nel 1903 il ventenne Franz Kappus invia a Rainer Maria Rilke (già affermato poeta e scrittore) i suoi primi tentativi di poesia, accompagnati da una lettera in cui chiede all’artista un giudizio critico sui propri versi. Inizia così un breve carteggio durato quattro anni, nel corso dei quali, con stupefacente saggezza e lungimiranza, ma anche con quella sincera umiltà che è il segno distintivo dei grandi artisti e delle grandi anime, Rilke affronta i principali temi della vita: l’arte, l’amore,  Dio, la solitudine e la morte. Pubblicate postume, le sue lettere presto si diffusero in tutti i paesi di lingua tedesca e da allora hanno rappresentato una sorta di “guida spirituale”, non solo per i poeti, ma per tutti coloro che sono in cerca del proprio cammino nella vita, oltre a costituire un successo editoriale mondiale che fino a oggi non ha conosciuto soste.

Lessi per la prima volta Lettere a un giovane poeta di Rainer Maria Rilke durante la stesura del mio romanzo Werdenstein, e precisamente mentre scrivevo i capitoli ambientati nel collegio militare di Bad Löwenfeld (1911). Vi si narrava, tra le altre cose, del giovane Andreas von Kluge, aspirante poeta e sfortunato amante del protagonista adolescente. “Vidi” (mi sia concessa l’espressione di sapore vagamente medianico) il giovane Andreas leggere e amare Rilke nel segreto, e l’impegno ad approfondire a mia volta la conoscenza del grande poeta praghese mi aiutò a penetrare più a fondo nella psicologia del mio personaggio.

Parlando in questi giorni con un mio allievo musicista, il quale desiderava da me un giudizio critico sulla propria opera di compositore e cantante, mi sono tornate in mente proprio quelle Lettere a un giovane poeta che, durante quegli studi, avevano destato il mio ammirato stupore. Sentivo che in esse era contenuta l’unica risposta possibile alla domanda che, più sottile e complessa, vibrava in segreto dietro la richiesta del mio allievo: «Sono davvero un artista io? Ho forse il diritto di dichiararmi tale? Chi può deciderlo?»

Dedico questa prima lettera di Rilke a tutti coloro che si sono posti la medesima domanda… siano essi scrittori, musicisti, pittori, non importa: le lettere di Rilke oltrepassano i confini della poesia, il loro contenuto si rivolge a tutti i percorsi della ricerca artistica, poiché parlano all’anima e al cuore, non solo all’intelletto, e, lontane come sono dallo stereotipo maestro-discepolo, racchiudono un invito a diventare, ognuno di noi, Maestro di se stesso.

Carmen Margherita Di Giglio (18/10/2010 ore 22:29)Brief Rilke 1

“Parigi, 17 febbraio 1903

Egregio signore,

la sua lettera mi è giunta solo alcuni giorni fa. Voglio ringraziarla per la sua grande e cara fiducia. Poco altro posso. Non posso addentrarmi nella natura dei suoi versi, poiché ogni intenzione critica è troppo lontana da me. Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un giudizio critico: se ne ottengono sempre più o meno felici malintesi. Le cose non si possono tutte afferrare e dire come d’abitudine ci vorrebbero far credere; la maggior parte degli eventi sono indicibili, si compiono in uno spazio inaccessibile alla parola, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, esistenze piene di mistero la cui vita, accanto nostra che svanisce, perdura. (…)

Lei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. Li invia alle riviste. Li confronta con altre poesie, e si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare. Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le impone di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza. Allora si avvicini alla natura. Allora cerchi, come un primo uomo al mondo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde. Non scriva poesie d’amore; eviti dapprima quelle forme che sono troppo correnti e comuni: sono le più difficili, poiché serve una forza grande e già matura per dare un proprio contributo dove sono in abbondanza tradizioni buone e in parte ottime. Perciò rifugga dai motivi più diffusi a favore di quelli che le offre il suo stesso quotidiano; descriva le sue tristezze e aspirazioni, i pensieri effimeri e la fede in una bellezza qualunque; descriva tutto questo con intima, sommessa, umile sincerità, e usi, per esprimersi, le cose che le stanno intorno, le immagini dei suoi sogni e gli oggetti del suo ricordo. Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri. E se anche si trovasse in una prigione, le cui pareti non lasciassero trapelare ai suoi sensi i rumori del mondo, non le, rimarrebbe forse la sua infanzia, quella ricchezza squisita, regale, quello scrigno di ricordi? Rivolga lì la sua attenzione. Cerchi di far emergere le sensazioni sommerse di quell’ampio passato; la sua personalità si rinsalderà, la sua solitudine si farà più ampia e diverrà una casa al crepuscolo, chiusa al lontano rumore degli altri. E se da questa introversione, da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi. Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori: poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso, una scheggia e un suono della sua vita. Un’opera d’arte è buona se nasce da necessità. È questa natura della sua origine a giudicarla: altro non v’è. E dunque, egregio signore, non avevo da darle altro consiglio che questo: guardi dentro di sé, esplori le profondità da cui scaturisce la sua vita; a quella fonte troverà risposta alla domanda se lei debba creare. La accetti come suona, senza stare a interpretarla. Si vedrà forse che è chiamato a essere artista. Allora prenda su di sé la sorte, e la sopporti, ne porti il peso e la grandezza, senza mai ambire al premio che può venire dall’esterno. Poiché chi crea deve essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura sua compagna.
Forse, però, anche dopo questa discesa nel suo intimo e nella sua solitudine, dovrà rinunciare a diventare un poeta (basta, come dicevo, sentire che senza scrivere si potrebbe vivere, perché non sia concesso). Ma anche allora, l’introversione che le chiedo non sarà stata vana. La sua vita in ogni caso troverà, da quel momento, proprie vie; e che possano essere buone, ricche e ampie, questo io le auguro più di quanto sappia dire.
Cos’altro dirle? Mi pare tutto equamente rilevato; e poi, in fondo, volevo solo consigliarla di seguire silenzioso e serio il suo sviluppo; non lo può turbare più violentemente che guardando all’esterno, e dall’esterno aspettando risposta a domande cui solo il sentimento suo più intimo, nella sua ora più quieta, può forse rispondere. (…)

Le restituisco inoltre i versi che gentilmente mi ha voluto confidare. E la ringrazio ancora per la grandezza e la cordialità della sua fiducia, di cui con questa risposta sincera, e data in buona fede, ho cercato di rendermi un po’ più degno di quanto io, un estraneo, non sia.

Suo devotissimo
Rainer Maria Rilke”


MANN E I SUOI DEMONI MUSICALI (Parte seconda)

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Nei racconti e nei romanzi di Mann, la musica di Wagner risuona nel punto centrale di ogni sconvolgimento. Essa infonde una deliziosa carica di adrenalina nei personaggi “stanchi di vivere” delle prime opere letterarie, offrendo una promessa di volo e di libertà. Ed è dotata di un potere di seduzione mortale. Sia nel “Piccolo signor Friedemann” che in “Tristano” o nei “Buddenbrook“, ogni qualvolta viene eseguito Wagner, la paralisi della volontà, la disgregazione e la fine sono prossime.

“Può ridurre l’aspettativa di vita e riattivare sentimenti repressi.” Avvertimenti del genere dovrebbero essere stampati su ogni biglietto del “Tristano”. L’argomentazione generale di Mann contro la musica è espressa da Ludovico Settembrini, personaggio de “La montagna incantata“, il quale paragona i suoi effetti a quelli dell’”oppio”. Fin dall’inizio, influenzato dalla critica di Nietzsche a Wagner, Thomas Mann sviluppò soprattutto le implicazioni politiche del tema, promuovendo una cultura del sospetto nei confronti della musica stessa. Di tanto in tanto, descriveva così anche il proprio rapporto con la musica, ad esempio quando in una lettera scrisse che era felice di aver perso le rappresentazioni di Wagner a Bayreuth: “Io sono inerme nei confronti della musica di Wagner. Sono sicuro che se avessi visto il ‘Parsifal’ non avrei potuto scrivere una riga per almeno due settimane. “Parole stupefacenti e non particolarmente credibili da parte di un autore che considerava la musica un elisir di vita e una fonte inesauribile di stimolo nel lavoro.

Egli fa “così tanta musica, quanta se ne può legittimamente fare senza far musica”, disse una volta. La sua ambizione era quella di creare “buone partiture“. In tal senso, l’uso wagneriano del leitmotiv era il suo modello. Sebbene il leitmotiv possa sembrare statico e stereotipato quale mezzo di caratterizzazione esterna, l’intreccio wagneriano permette un’esperienza più dinamica del tempo con l’alludere continuamente ad esso e con l’incorporare elementi del futuro e del passato, puntando al di là della consapevolezza del presente dei suoi personaggi. I passaggi di riflessione e di abbinamento dei motivi sono – secondo l’acuta espressione di Ernst Bloch – “soste nella conduzione della trama” durante il corso drammatico-musicale degli eventi.

 

 

Thomas Mann adottò tale procedura compositiva, e ciò coinvolge soprattutto la “musicalità” del suo stile narrativo. Egli considerò il linguaggio orchestrale di Wagner  una scuola dell’ambivalenza nel suo più profondo significato. Oltre agli elementi formali, molti dei racconti di Mann hanno riferimenti espliciti a Wagner nel loro contenuto. “I Buddenbrook”, per esempio, è una replica dell’Anello del Nibelungo, sebbene il racconto mitico sia trasferito in un’ambiente borghese. Il primo libro adombra “L’Oro del Reno”: lì la famiglia degli dèi prende possesso di un castello nel Valhalla, qui invece ci sono i Buddenbrook a occupare la casa di Mengstrasse a Lubecca. Appaiono i conflitti: lì i giganti pretendono un rimborso per il loro lavoro di costruzione, qui Gotthold Buddenbrook chiede il pagamento per i servizi resi. Oro e “soldi”, Gold und Geld (dove “Geld” è il corrispettivo tedesco della parola “soldi”), sono al centro di entrambe le vicende.

Una prassi obbligatoria del romanzo realistico consiste nel ridicolizzare l’illusione scenica del teatro d’opera e nello sgonfiare la sua aria teatrale. Neppure Thomas Mann è estraneo a questa procedura quando descrive il teatro d’opera. Il cantante che interpreta Siegfried può essere “un uomo dalle guance rosee, con una barba color pane”, mentre un Hunding dalle gambe storte può fissare lo sguardo sul pubblico “con occhi di bufalo”. Tuttavia, la magia del “dramma interiore” resta intatta.

Le serate all’opera sono descritte come rituali sociali sia nei libri di Flaubert che in quelli di Tolstoj e di Henry James, i quali non si occuparono tanto di musica, quanto di giovani donne da marito, fornendo lo scenario per il loro ingresso in società. I simboli sociali sono studiati con il binocolo da teatro. Questo vale anche per certe descrizioni che Mann fa del teatro d’opera. Ma in Mann c’è un movimento in direzione opposta, verso l’interiorità: Thomas Mann giurava continuamente di provare “ore di profonda, solitaria felicità in mezzo alla folla del teatro d’Opera.”

Egli ereditò dalla madre la sua passione per la musica. Ludwig Ewers, un giornalista amico dei Mann, scrisse che Julia Mann “non era solo una pianista, ma possedeva anche una voce piena e chiara di mezzosoprano con cui dilettava i suoi bambini.” Il “Lohengrin” al Teatro comunale di Lubecca rappresentò l’iniziazione musicale del diciassettenne Thomas Mann – e cambiò la sua esistenza.

Per tutta la vita, Mann andò regolarmente a concerti e opere liriche e trascorse molte ore di riflessione solitaria con il suo giradischi. James Meisel, il suo segretario a Princeton, descrisse perfettamente  il delinearsi della devozione musicale sul volto dello scrittore: “È uno spettacolo vedere come ascolta’ Tristano ‘e’ Götterdämmerung ‘. Il suo viso, di solito così controllato, si lascia progressivamente andare e diventa morbido, dolce, pieno di dolore e di gioia.”

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Tutto iniziò nel 1920 con un grammofono di eccellente qualità che egli trovò un giorno nel “Villino”, il rifugio sul lago di Starnberg, dove si rintanava a lavorare lontano dai suoi numerosi bambini. Ascoltava rapito e decise subito di trovare un posto per la scatola magica ne “La montagna incantata”. Presto, anche Hans Castorp cadde in ginocchio davanti a un grammofono “Polyhymnia” caricandovi su i suoi dischi preferiti. Le arie dall’ “Aida” e dalla “Carmen“, che ascoltava più e più volte, sono proiezioni di ruoli, riflessi sottili della sua condizione tra l’arrogante Peeperkorn, il coraggioso cugino Ziemssen e la seducente Clawdia Chauchat.

Gli esperti di Thomas Mann amano in particolar modo il capitolo sulla musica ne “La montagna incantata”. Nella maggior parte delle opere di Mann, il mondo moderno non gioca un  ruolo importante – niente masse democratiche, niente grandi città frettolose e frenetiche. Questo ruolo invece è assunto dal… giradischi! Per tutta la vita Thomas Mann sentì il bisogno di verificare la sua comprensione della musica avvalendosi gli esperti e si circondò di mentori musicali. Forse il suo unico vero amico fu il suo vicino di casa a Monaco di Baviera, Bruno Walter, uno dei più grandi direttori d’orchestra dell’epoca. Quando il direttore entrava nella carrozza reale, lo scrittore spesso gli sedeva accanto. I posti in teatro riservati a Walter, vennero spesso messi a disposizione di Mann e della sua famiglia. I suoi gloriosi sogni d’infanzia di diventare un “direttore” (il direttore d’orchestra è presentato con umorismo nella novella “Il pagliaccio”) si erano quasi avverati. Stando insieme a Bruno Walter, poteva quasi assumere la parte del direttore d’orchestra “gioia della creazione”.

Mann, però, fu anche testimone della fatale connessione tra musica e politica che caratterizzò l’ostilità populista antisemita contro Bruno Walter. “La tradizione wagneriana di Monaco nelle mani di un Ebreo!” – era questa la motivazione per tanta ostilità. Il direttore d’orchestra era accusato di “interpretazione non-ariana”. I nazisti e lo stesso Hitler riuscirono a scaccialo. Nel 1923, Walter annunciò le sue dimissioni. Successivamente, la stampa populista scrisse a proposito dell’esilio del direttore d’orchestra: “Il fatto che  il grande potere sia finalmente riuscito a mettere al tappeto gli ebrei, è una “vittoria per la Germania!” (CONTINUA)

Traduzione di Carmen Margherita Di Giglio © 2010

Wolfgang Schneider, scrittore, vive a Berlino. E’ l’autore del libro su Thomas Mann “Lebensfreundlichkeit und Pessimismus. Thomas Manns Figurendarstellung”

Se volete potete distribuire liberamente questo testo, in maniera non commerciale e gratuitamente, conservandone l’integrità, comprese queste note, i nomi degli autori e il link https://carmendigiglio.wordpress.com

MANN E I SUOI DEMONI MUSICALI (Parte prima)

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Ecco la prima parte di un articolo di Wolfgang Schneider da me tradotto. L’articolo era originariamente apparso in tedesco sulla rivista Literaturen del Luglio-Agosto 2007. A quanto mi risulta, è la sua prima traduzione in italiano: ma il suo valore meritava l’impegno.

Nella storia della letteratura, Thomas Mann è considerato l’autore più ossessionato dalla musica. I suoi poteri descrittivi erano al meglio quando scriveva di argomenti musicali. Ma i musicisti hanno sempre contestato le sue dichiarazioni in tale ambito. Come mai?

Per Mann, la musica – la musica romantica in particolare, – è la “maga delle anime “- ma, probabilmente, con esiti molto oscuri. La chiave argomentativa del “Dr. Faustus” risiede nel sostenere che la Germania non avesse disceso la china della barbarie nazionalsocialista “in contraddizione” alla sua cultura musicale classica, ma piuttosto “nell’evocazione” di essa. E questo non solo perché Adolf Hitler era un fanatico di musica e un fan di Wagner…

Tutti coloro che hanno parlato del “Terzo Reich” e di tutto ciò che è venuto prima sono stati costretti a parlare anche di musica. Ai musicisti non piace che lo si dica. Questa prospettiva è stata reputata molto plausibile da Hans Rudolf Vaget (uno dei più profondi esperti di Thomas Mann), nelle quindici indagini contenute nel suo libro “Thomas Mann e la Musica” – senza dubbio uno testi migliori e con più fonti informative sull’argomento.

Vaget sottolinea come, in Germania, la musica dominasse su tutte le arti sin dal 1800. Essa era parte dell’alta cultura della nazione. Essere tedesco significava appartenere alle stessa razza di Bach, Beethoven e Richard Wagner. Al tempo stesso, sin dal Romanticismo, era prevalsa la nozione che la musica fosse la più alta espressione dell’«anima tedesca».

La coscienza Imperialistica ha bisogno di cultura per giustificare le sue pretese egemoniche. Nulla era più utile a questo scopo del cosiddetto “corteo trionfale” della musica tedesca nel mondo intero. In tale ambito, la Germania occupava una posizione di supremazia, e ciò era motivo di orgoglio patriottico anche per il più antimusicale dei tedeschi. Oltre all’ idealismo, la vita musicale tedesca – dal più modesto musicista dilettante, ai circoli canori, ai cori maschili, fino allo studio della  musica– era intrisa di una “mentalità potenzialmente aggressiva”.

Thomas Mann stesso contribuì molto all’idolatria nei confronti della musica tedesca, prima ancora di affrontare criticamente la questione nel “Doctor Faustus”. Una delle linee chiave di pensiero nel suo “Considerazioni di un impolitico,” scritto durante la Prima Guerra Mondiale, consiste nel ritenere che la cultura tedesca musicocentrica avesse separato il paese dall’Occidente, obbligandolo a difendere la propria individualità con la guerra. Nel 1917, Mann  reagì manifestando un risoluto entusiasmo verso l’opera di Hans Pfizner, “Palestrina“, lavoro parsifalesco dell’ultimo Romanticismo, che sembrò finalmente confermare ancora una volta il primato della Germania e la sua leadership musicale. E il  compositore preferito di Mann, Richard Wagner, era uno di quelli che avevano contribuito a questo primato. Wagner stesso lo aveva definito col termine di “conquista del mondo artistico”. “Cinquanta anni dopo la morte del Maestro, l’intero globo  si cullava al suono di questa musica ogni sera”.

lohengrin2La paura di aprire l’argomento “Thomas Mann e Wagner”  ha prevalso  per lungo tempo. In parte a causa delle contaminazioni ideologiche; in parte a causa del fatto che il wagnerismo era considerato un ostacolo nel momento in cui si trattava di collocare Thomas Mann all’interno del modernismo. Difatti, per molti, Richard Wagner rappresentava gli abissi del 19° secolo nella sua forma più inquietante: enfasi, sfarzo musicale, draghi nazionalistici e vecchio espansionismo tedesco. Pensate al satirico “Lohengrin” raffigurato in “Der Untertan” (Il suddito) di Heinrich Mann“.

Thomas Mann, però, aveva sempre fatto distinzione tra teatralità scenica wagneriana e autentico dramma interiore. Per lui questo lato introspettivo rappresentava “il vero Wagner“. L’interiorizzazione della narrativa, che tanto ha caratterizzato lo sviluppo della letteratura moderna, fu radicalmente ispirata da queste caratteristiche dell’opera di Wagner, raggiungendo il suo culmine nella tecnica del dialogo interiore del wagneriano James Joyce. Ecco quindi molteplici collegamenti progressivi. Come affermava Nietzsche, “Wagner riassume la modernità. Non c’è via d’uscita, si deve prima diventare wagneriani”.

(CONTINUA…)

Traduzione di Carmen Margherita Di Giglio (© 2010)

Wolfgang Schneider, scrittore, vive a Berlino. E’ l’autore del libro su Thomas Mann “Lebensfreundlichkeit und Pessimismus. Thomas Manns Figurendarstellung”

Se volete potete distribuire liberamente questo testo, in maniera non commerciale e gratuitamente, conservandone l’integrità, comprese queste note, i nomi degli autori e il link https://carmendigiglio.wordpress.com


Toscanini e il fascismo “interiore”

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Milano 25 settembre 2007
Non basta combattere il fascismo all’esterno, bisogna combatterlo anche “dentro di sé”. Vissuto nell’epoca delle grandi dittature, Arturo Toscanini, oggi ricordato come uno dei massimi direttori d’orchestra, fu fervente antifascista e antinazista. Ma in teatro, e talvolta nella vita privata, fu dittatore e fascista anche lui; e non per orientamento politico, ma per “temperamento”. Oltre ai grandi meriti artistici, Toscanini realizzò anche alcune interessanti riforme di ordine pratico (luci spente in sala, ingresso vietato ai ritardatari, sipario che si chiude al centro al posto di quello calato dall’alto, niente bis e niente cappelli per le signore in platea. Arrivò persino a negare al duca Uberto Visconti di Modrone, uno dei maggiori finanziatori del Teatro alla Scala, la possibilità di salire sul palcoscenico), ma lo fece attraverso l’imposizione della propria autorità, senza mai cercare un colloquio con la parte avversa e, spesso, tramite l’umiliazione altrui. Lo fece, dicono, in nome dell’arte. Ma nessuna ragione, per elevata che sia, giustifica l’umiliazione del prossimo: e l’Essere Umano viene prima di tutto, e sicuramente anche prima dell’arte. Coloro che lo conobbero ritengono che Toscanini non fosse “buono”; e non era “buono” perché in realtà era un timido che nascondeva i propri complessi dietro un comportamento dittatoriale. Certo, dalla timidezza e dai complessi nascono molti mali e aberrazioni. Vizienczey dice che “I codardi sono pericolosi”. E lo dice a proposito dell’Hauptsturmfuhrer delle SS Franz Stangl, comandante dei campi di sterminio di Sobibor e Treblinka. Il soprano Emma Eames scrisse che Toscanini fuori teatro era la cortesia fatta persona, ma non appena alzava la bacchetta si trasformava nell’esatto contrario. E Shostakovich: “Toscanini strillava e inveiva contro gli esecutori, faceva scenate spaventose, e ai poveri orchestrali non restava che fare buon viso a cattivo gioco, pena il licenziamento”. La debolezza a volte può far dimenticare il rispetto del prossimo, e quando si perde il rispetto del prossimo o la semplice umana compassione, si diventa facilmente “fascisti”. “Tutti mi credono un carattere forte” diceva di se stesso Toscanini, “e non sono che un debole”. A riprova che è sempre la debolezza (la debolezza occultata dietro una forza fittizia) che genera il “fascismo”. Personalmente ritengo che Toscanini possedesse una grande carica di umanità che tuttavia non sfruttò del tutto, non quanto la sua singolare personalità gli avrebbe permesso. Dimostrò molta dignità nella lotta contro il fascismo, ma non altrettanta nella vita privata. La verità è che qualche incauto biografo vorrebbe spacciare il suo comportamento per “dongiovannismo”, ma troppo spesso “dongiovannismo”, all’interno del matrimonio, è l’eufemismo ipocrita sotto il quale si nasconde il gretto adulterio. “Un uomo può avere delle amanti, ma deve avere per tutta la vita una sola moglie” era il suo motto: atteggiamento d’ipocrita finzione che trova l’uguale in quel Benito Mussolini che egli così coraggiosamente avversava. Dava del fascista a molti colleghi, persino a De Sabata che era ebreo. Quell’avversione era probabilmente un modo per esorcizzare il fascista che era in lui: accade che spesso detestiamo negli altri proprio quegli aspetti che sentiamo anche nostri, senza tuttavia riconoscerli apertamente. La sfida personale è prendere coscienza di tali aspetti e adoperarsi per superare i propri limiti. È una sfida che richiede obiettività e coraggio, ma spetta a ogni individuo che voglia porsi a capo di una nazione, di un’orchestra, o semplicemente al comando di se stesso e della propria vita.

“Non mi aspetto nulla di buono da un uomo brutale. E poco importa quale sia il campo d’azione di questi, politica o arte. Sempre e ovunque, l’uomo brutale tenterà di farsi dittatore, tiranno, mirerà a opprimere i suoi simili”.

    Dmitrij Shostakovich

La vocalità femminile nel Lied di Schubert ©

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Ci ha stupito una dichiarazione rilasciata dal soprano Elisabeth Schwarzkopf a proposito di una presunta incompatibilità tra Lied schubertiano e voce femminile: la Schwarzkopf (soprano lirico, uno dei maggiori del secondo dopoguerra, nata a Jarocin, Poznan, nel 1915) paradossalmente s’interrogava sulla plausibilità delle sue stesse interpretazioni, reputando il registro sopranile, e quello femminile in generale, poco adatto ad esprimere il sentimento poetico schubertiano. Eppure invito chiunque ad ascoltare le sue esecuzioni (c’è uno splendido CD Schubert 24 Lieder edito dalla EMI), dopo di che l’unica domanda sensata da porsi è questa: se la Schwarzkopf, al pari della Gretchen am Spinnrade del Lied, quando si tormentava con tali interrogativi, non avesse per caso perduto la ragione, avviluppata tra le spirali di sestine del fantomatico arcolaio, o piuttosto non soffrisse, com’è più probabile, di quelle che la moderna psicologia definisce “crisi d’autostima”.
Tuttavia, è ben noto quanto per un cantante, per un artista in generale, l’autostima (qualcuno preferirà il meno abusato termine “orgoglio”) costituisca un attributo basilare. Forse per questa ragione essa ha voluto concedersi in disco “solo” qualche dozzina di esecuzioni schubertiane, evitando accuratamente di affrontare l’opera omnia dell’autore (cosa che invece ha fatto il baritono Dietrich Fischer-Dieskau, il quale ci ha donato l’incisione completa del corpus schubertiano, ricca di memorabili interpretazioni, anch’esse stupende). E noi possiamo solo dolerci del fatto che l’eccesso d’interrogativi e di scrupoli – che reputiamo assolutamente immotivati in un’artista del calibro della Schwarzkopf – ci abbia privato di un così grande tesoro. Tuttavia – e per fortuna – ci restano sue interpretazioni di alcuni tra i Lieder più famosi: cito, fra tutti, il drammatico Erlkönig (“Il Re degli Elfi”, su poesia di Goethe), a mio parere una delle esecuzioni più convincenti in assoluto, assieme a quella dello stupendo e quasi dimenticato baritono francese, Gerard Souzay (Fischer-Dieskau viene subito dopo).
Schubert compose Erlkönig nel 1815, non ancora diciottenne, adottandovi il procedimento della variazione strofica. Nell’interpretazione della Schwarzkopf i trapassi da una vocalità all’altra, da un personaggio all’altro (il narratore, il padre, il bambino, il Re degli Elfi) sono resi con suprema sottigliezza psicologica: la perfidia del Re, il terrore del fanciullo – quel rabbrividente mein Vater! concluso con un  crescendo sull’ultima nota d’ogni frase – lo smarrimento paterno, sono indimenticabili. I passaggi dalla vocalità scura del padre a quella bianca del fanciullo, fino a quella ambiguamente seduttiva del Re-morte, si compiono con incredibile efficacia, mentre Edwin Fischer galoppa drammaticamente sulla tastiera. Da notare come, in chiusura, la Schwarzkopf rinunci al consueto uso del registro di petto sulle parole war tot evitando così l’effetto truculento: particolare minimo, ma segno distintivo della sua qualità interpretativa.
Ora Erlkönig è un tipico Lied “virile”: quattro personaggi di sesso maschile si alternano sulla scena immaginaria di una notturna foresta nordica (quattro, probabilmente, dato che l’identità del narratore è incerta, se non lo identifichiamo con l’autore stesso); ma, alla fine, a chi interessa tutto questo quando il risultato è quello che è, ossia straordinario? L’anima non ha sesso, ed è l’anima che canta nei Lieder di Schubert e nei versi di Goethe: la Schwarzkopf si poneva un falso problema quando pensava che i Lieder evocassero la vita e l’amore da un punto di vista esclusivamente maschile: eppure, scivolando in campo letterario ma pur sempre artistico, Gustave Flaubert, tanto per citarne uno fra i molti, non si preoccupò di evocare l’amore e la vita da un punto di vista femminile quando scrisse Madame Bovary (guai se l’avesse fatto, ci avrebbe privato di uno dei capolavori della letteratura di tutti i tempi!). Inoltre, a proposito di un’interpretazione “ sessuata”, “virilizzata” dei Lieder di Schubert, pare che il nostro compositore stando ad alcuni biografi fosse omosessuale: si sarà posto egli il problema di dover limitare l’esecuzione dei suoi Lieder ai soli omosessuali? O si sarà chiesto se per caso egli stesso avesse o non avesse il diritto di musicare i versi scritti da un “eterosessuale”, quale si suppone fosse Goethe?
L’anima non ha sesso, non è donna, né uomo, e neppure gay. E così la vera arte. Schubert lo sapeva. Schwarzkopf lo ignorava, o se ne sarà dimenticata. Se ne è dimenticata quando si crea delle regole che la limitano artisticamente: una delle quali è quella che il Lied necessiti obbligatoriamente di una voce, a suo dire, “dentro” il pianoforte, una voce che si amalgami con lo strumento (come si suppone faccia quella maschile); mentre una voce femminile, e specificatamente di soprano, “galleggerebbe” al di sopra della tastiera (a proposito, anche Fischer-Dieskau ha rilasciato una dichiarazione simile…!). Ma in arte è ammessa, anzi auspicabile, una molteplicità di soluzioni, e alla fine ciò che conta è il risultato: i preconcetti, le regolette preconfezionate sono per gli studentelli e per i pavidi. Per fortuna, anche se dimentica troppe cose quando ci si arrovella sopra, Schwarzkopf non trascura quelle essenziali quando canta, ecco perché ci ha lasciato dei capolavori dell’interpretazione. Ci dispiace che essa non abbia voluto eseguire la Winterreise (il ciclo “Viaggio d’inverno”) ritenendola più consona alle voci maschili e a quelle di mezzosoprano (e per fortuna il soprano Lotte Lehmann, grande interprete di Sofia del Rosenkavalier, di Agathe del Freischutz e della pucciniana Suor Angelica, cantante prediletta da Strauss e da tanti grandi direttori tedeschi, non si pose il problema…).
Non si è posta il problema – a quanto pare e a quanto mi risulta – per ciò che concerne la pertinenza della vocalità femminile al Lied di Schubert, Waltraude Meyer, mezzosoprano o soprano drammatico, di cui ho assistito a una serie di rapinose esecuzioni liederistiche in un concerto tenutosi all’Auditorium di Milano nel Novembre 2003 (sorprendentemente la sala era semideserta, ma i presenti, tra cui la sottoscritta, furono benedetti da un’interpretazione assolutamnete memorabile. E a conclusione della serata, un Erlkönig elettrizzante, da brivido).
Resta da parlare di Victoria de Los Angeles, soprano catalano (Barcellona, 1923), voce dal timbro liquoroso, strumentale, e dallo stile impeccabile: la De Los Angeles dà sempre la sensazione della perfezione, anche se qualche perbenista del canto ha voluto accusarla di aprire troppo le note di passaggio e di appiattire gli acuti: ma proprio in virtù di questa sua naturalezza, di questo suo prescindere dall’artificio tecnico, è perfetta. Anche lei, come Souzay, ha infranto un cliché: e cioè che i grandi interpreti di Lieder debbano essere solo e necessariamente d’area germanica. Non so come avrebbe interpretato il drammatico e multiplo Erlkönig, purtroppo non mi risulta che ce ne abbia lasciato un’interpretazione, ma in Der Tod und das Madchen (“La morte e la fanciulla”), ad esempio, è perfetta. Superfluo cercare altri aggettivi. La De Los Angeles semplicemente “è”. In lei il canto è ciò che dovrebbe essere: si sviluppa con semplicità, naturalezza, espressività; oltre ad essere contrassegnato da una stupefacente attualità. È morta quest’anno (2005). In Italia sono state sprecate poche parole su di lei. Gli italiani sembrano ancora troppo centrati sulla vetusta dualità Callas-Tebaldi… spero riescano presto a superare questa limitante visione. Della de Los Angeles che canta Schubert c’è poco: ma quel poco che c’è, è perfetto.
Un repertorio schubertiano più vasto ha inciso invece Barbara Hendricks, senza però riuscire ad andare al di là di un’espressività generica, un po’ congelante, quantunque sia da ammirare la cura che essa ha dedicato, sul piano fonico, al rapporto tra pianoforte (Radu Lupu) e canto in sala d’incisione, una questione d’equilibrio di sonorità.Ottima interprete Anne Sophie von Otter, ma voce un po’ secca, con qualche asperità che la priva in alcuni momenti di una più fluida musicalità; e convincente anche la polposa, iper-drammatica Jessy Norman.
Per concludere vorrei menzionare, tra le voci storiche, quella di Elisabeth Schumann, soprano dotato di squisita predisposizione e impeccabile proprietà stilistica, che ai suoi tempi cantò tanto Schubert: il suo modo di porgere la musica, aristocratico e insieme pervaso di un sottile, quasi impalpabile fascino femminile, potevano colpire più delle stesse doti vocali, peraltro nient’affatto trascurabili. Oggi le sue interpretazioni schubertiane risultano un tantino datate, si avverte nel suo timbro un residuo d’acredine, ma supongo questo difetto sia da attribuire alla qualità delle incisioni di un tempo, riversate in CD, piuttosto che all’essenza del suo canto.
Spero di avere l’opportunità di parlare anche delle altre voci femminili da me trascurate in questa sede. E di quelle maschili: le parzialità lasciamole da parte. Perché il Lied, come l’anima, non ha sesso.

© 2005-2009 Carmen Margherita Di Giglio. Tutti i diritti riservati

Segnalo ai miei lettori le incisioni dei Lieder schubertiani considerati nel presente articolo: • Elisabeth Schwarzkopf, Schubert 24 Lieder , CD EMI 5627542• D.Fischer-Dieskau, G.Moore, Schubert: Lieder DEUTSCHE GRAMMOPHON• Elisabeth Schumann, Gerald Moore, Franz Schubert: 26 Lieder, Released: 1996, 76 minutes, recorded HMV 1933-45, AB 78679, CD Grammofono 2000 • Victoria de Los Angeles, The fabulous Victoria de Los Angeles, CD Testament SBT-1246 T• Anne Sofie von Otter, Thomas Quasthoff, Schubert: Lieder with Orchestra, Conductor: Claudio Abbado, Ensemble: Chamber Orchestra of Europe, CD Deutsche Grammophon• Jessye Norman, Phillip Moll, Schubert: Lieder CD Polygram Records• Barbara Hendricks, Radu Lupu Schubert Lieder CD EMI Number of Discs: 2• Waltraud Meier, Gerhard Oppitz, Lieder of Brahms, Schubert, Schuman CD RCA • Lotte Lehmann, Ulanowsky Die Winterreise CD Pearl

La mia prefazione al thriller “ La contessa di Calle”

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Un thriller scritto per gioco

31 dicembre 2006 – 1 gennaio 2007.

Notte di Capodanno a letto col febbrone. Che cosa inventarsi per ammazzare il tempo mentre gli amici se la spassano tra coppe di spumante, veglioni e fuochi d’artificio? Le alternative non sono delle più allettanti: ci si può dannare, singhiozzando disperatamente sulle proprie sventure; imprecare contro il destino avverso; sperare che il sonno sopraggiunga con l’innalzarsi della temperatura corporea; oppure ubriacarsi di Be-Total (le vitamine, si sa, fanno miracoli). Ma se il sonno latita, se le forze per imprecare scarseggiano, se il flacone delle vitamine è ormai agli sgoccioli e gli unici amici rimasti al tuo fianco sono una confezione di aspirine e un piccolo taccuino rosa, allora bisogna ingegnarsi diversamente.

Galeotto fu il taccuino rosa.

Mi serviva per prendere appunti. Prendere appunti è una mia costante abitudine, non potrei fare a meno di tenere a portata di mano un qualunque supporto cartaceo: dai quaderni di scuola alle pagine A4, dai biglietti dell’Atm al retro degli scontrini Esselunga; con buona pace della cartella “appunti” dello smartphone. Ma un taccuino così grazioso non è fatto per prendere appunti, sarebbe un vero spreco di carta riciclata! Copertina rosa-arancio a fiorellini rossi, pagine a colori, consistenti e vellutate, in cui la penna morbidamente affonda… ci si potrebbe quasi scrivere un racconto, un bel raccontino giallo, di quelli con tanto di assassini, veleno e fantasmi!

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E subito un’idea perversa mi balena in mente, un guizzo sanguigno, un bagliore crudele mi attraversa. Sì sì, davvero intrigante! Finiamolo presto. Di sicuro mi divertirò… molto più dei miei amici al veglione, ci scommetto.

Bene, per vendetta voglio metterci dentro anche loro. Ed eccoli (anzi, eccoci) tutti seduti attorno a un tavolo: cena con delitto o suppergiù, un classico dei classici, Agatha Christie docet.

Dunque, tredici amici si riuniscono per una cena in un’antica villa in Toscana. Dicono cose abbastanza intelligenti, ma anche un bel po’ di stupidaggini, discorsi non-sense, proprio come durante le “vere” cene tra amici (non so i vostri, ma i miei sono proprio così). Qualcuno di loro ha trovato in cantina un misterioso diario del milleottocento e adesso… Oh, sì, il diario! Non vedo l’ora di cominciare a scriverlo! Perché è proprio tra le sue pagine che ha inizio la narrazione vera e propria, la tragedia… il delitto!

Accidenti, non riuscirò mai a finire tutto questo in una sola notte. Sembrava dovesse venirne fuori un divertissement, un raccontino di venti pagine o suppergiù e invece… Per complicare le cose, al fine di caratterizzare storicamente la sezione del diario, m’insorge l’audace idea di ricostruire alcune prassi narrative e linguistiche tipiche del primo Ottocento e, a questo proposito, mi si affacciano alla mente certe reminiscenze di foscoliana memoria (Taci, taci: – vi sono de’ giorni ch’io non posso fidarmi di me: un demone mi arde, mi agita, mi divora…).[1] Foscolo (oso appena nominarlo) mi perdonerà, spero. Tempero l’audacia stilistica con la sobrietà nelle descrizioni. Tutto dovrà essere veloce, essenziale, da leggere in poche ore. Sarà come assistere a una pièce teatrale: il taglio da palcoscenico stempera, paradossalmente, i toni foschi del dramma – narrazione diretta contro narrazione indiretta, dialogo teatrale contro aria lirica.

Per farla breve, mi ci sono volute circa due settimane e ben più di un taccuino per terminare il tutto: la gestione dei salti temporali, il passato che si fonde con il presente, la ricostruzione del linguaggio d’epoca che si alterna al linguaggio moderno, reincarnazione, donne assassine… qualcuno dei nostri amici parla persino di entenglement, perbacco! Quasi quasi ne viene fuori un romanzo – di proporzioni contenute, ma pur sempre romanzo, – chi mai avrebbe potuto prevederlo.

Un thriller scritto per gioco (niente a che vedere con i miei precedenti Scrigno di Ossian e Werdenstein, intendiamoci: quel genere di libri che non si scrivono mai a letto sotto i botti di Capodanno, ma con tanto di scrivania e calamo) e ha anche un tono vagamente misandrico, nel senso di “misogino” al contrario. E come evitarlo, dato che parliamo di donne che uccidono gli uomini?

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A proposito, devo confessarvi che qualche lettore di sesso maschile si è davvero arrabbiato per questo e mi ha scritto delle cose non proprio carine. Per esempio, che non si dovrebbe parlare di donne assassine di uomini perché in realtà non esistono (sic!); che nel diario ho usato un linguaggio dannunziano, come mi sono permessa (ma no, non è D’Annunzio, è Foscolo!); che a un’insolente come me dovrebbe essere tolto il diritto di prendere in mano la penna; e via di questo tono. Forse quel lettore un tantino aveva ragione, giacché qualcuno dei nostri personaggi è davvero insolente. Però, che dire, io ci sono comunque affezionata, non fosse perché, fra tutti i miei scritti, questo è il più autobiografico e riflette, specie nel finale, un momento particolare della mia vita (… come dite? Volete sapere dove tengo nascosti i miei cadaveri? Oh, che indiscreti!)

Be’, leggetelo, amici miei, e forse, come me, vi divertirete e proverete qualche brivido (non per la febbre, spero!). Oppure… non insisto oltre. Questo adesso è il vostro romanzo, fate voi, io vi sono già grata che mi abbiate seguita fin qui.

Il sipario si alza, a me non resta che augurarvi buona lettura.

 Carmen Margherita Di Giglio

La prefazione al thriller “La contessa di Calle” è contenuta nella nuova edizione integrale del romanzo. Disponibile qui nella versione ebook: https://goo.gl/WbNdr1

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LO SCRIGNO DI OSSIAN nuova edizione. Decimo anniversario

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Cari amiciquest’anno ricorre il 10º anniversario della pubblicazione del mio  romanzo di esordio, Lo Scrigno di Ossian. Il libro nel corso degli anni è diventato un ebook bestseller su Amazon. Abbiamo voluto festeggiare questo successo e l’evento con una terza edizione cartacea riveduta e ampliata, in paperback e dal prezzo contenuto. Tra le novità di questa nuova edizione, una mia introduzione (presente anche nella versione ebook) e l’approfondimento di alcuni episodi e personaggi minori. 

Voglio però rassicurare i lettori delle precedenti edizioni: nessun cambiamento sostanziale,  solo alcuni ampliamenti che non vanno a compromettere in alcun modo la struttura fondamentale del romanzo. Quelli però che hanno già letto il libro e  vorranno rileggerlo per godersi le novità di questa terza edizione, potranno inviarmi una fotografia o una fotocopia della prima pagina del primo capitolo “Il sosia” (non della copertina) tratta dal volume in loro possesso, e sarò lieta di spedire loro in omaggio una copia di questa nuova edizione.

La foto (o la fotocopia) andrà inviata a questo indirizzo, completa del  recapito di spedizione. L’offerta è riservata esclusivamente ai lettori delle precedenti edizioni dello Scrigno di Ossian, in possesso di una copia cartacea del romanzo.

Un grazie a quelli che, nel corso degli anni hanno letto e  apprezzato Lo scrigno di Ossian, decretandone il successo. A tutti, in anteprima, dedico la mia introduzione al romanzo che potrete leggere qui: https://carmendigiglio.wordpress.com/2016/06/05/prefazione-alla-terza-edizione-del-romanzo-lo-scrigno-di-ossian/

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LO SCRIGNO DI OSSIAN

Lucania 1937 – Germania 1938. Respinto dalla donna amata, deciso a dimenticarla per sempre, il giovane pianista Andrea Ligerio si trasferisce in Germania per proseguire i suoi studi di piano. Qui conosce Philipp von Rosenberg, denominato “il Duca”, potente e generoso protettore di artisti, che, con l’intento di favorirne la carriera, lo introduce nel suo castello di Werdenstein. Ma una volta entrato a Werdenstein, circondato da una corte stravagante e fastosa, il giovane scoprirà che non è così facile uscirne e che quel luogo, apparentemente incantevole, cela in realtà un segreto mortale. Nel vortice di una vita sfrenata, fatta di piaceri e di vizi, fra intrighi politici, occulti riti d’iniziazione e passioni proibite, Andrea, bello e innocente, smarrisce se stesso e perde la purezza, precipitando così in un’inarrestabile discesa agli inferi.

Il romanzo è gia disponibile per l’acquisto a euro 10,00 sul sito di Amazon.it .

Dettagli prodotto

  • Copertina flessibile: 320 pagine
  • Editore: Nemo Editrice (Nuove Edizioni Milano Ovest). Terza edizione (2016)
  • ISBN-10: 8898790414
  • ISBN-13: 978-8898790418

 

Prefazione alla terza edizione del romanzo “Lo scrigno di Ossian”

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In anteprima per i lettori del mio blog , la prefazione al romanzo “Lo scrigno di Ossian” contenuta nella nuova edizione riveduta e ampliata per il decimo anniversaio della pubblicazione. 

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PREFAZIONE DELL’AUTRICE

La musica ha sette lettere e l’alfabeto venticinque note

(Joseph Joubert1)

Iniziai a scrivere Lo scrigno di Ossian quando avevo sedici anni e ne terminai la prima stesura a diciotto, tra i banchi di scuola. Sebbene la vicenda prenda lo spunto dalla storia dei miei antenati e dal paese in cui vivevano e nel quale io stessa ho vissuto per diversi anni, i personaggi e alcuni luoghi sono di pura fantasia. Certo non è un luogo di fantasia la Lucania, l’attuale Basilicata, ma chi vi cercasse la Lucania contadina o quella delle rivendicazioni sociali non la troverà fra queste pagine. Troverà, invece, un luogo vagamente sfumato e incorporeo, di solitudine, di lontananza e di riflessioni oniriche, in cui la natura indefinita e ambigua del protagonista affonda le sue radici.

Tuttavia le descrizioni di casa Ligerio rispecchiano piuttosto fedelmente gli interni di casa Scalese a San Mauro Forte (la casa dei miei antenati), e la cornice storico-geografica – i castelli della Baviera, la Germania nazista, la Notte dei cristalli – è basata sui fatti, che ho cercato di rappresentare con precisione, con tutti i particolari di fondo.

La coerenza storico-geografica è senza dubbio importante, ma credo che il senso di questo romanzo stia soprattutto nella musica. Quando cominciai a scrivere Lo scrigno, ero una ragazzina che aveva appena iniziato il suo percorso di cantante lirica e di musicista e il mio intento, allora, era quello di ricostruire un linguaggio che rispecchiasse, attraverso l’evocazione musicale, l’evoluzione interiore del protagonista – nato proprio mentre suonavo al piano un Lied di Schubert (Il sosia, Der Doppelgänger, quello che dà il nome al primo capitolo), – i cui moti dell’intimo sono scanditi dalla musica e scaturiscono da essa.

Mi premeva, perciò, che la punteggiatura riproducesse fedelmente le crome e le biscrome dell’anima, che i diminuendo e i crescendo del corso narrativo, così come le citazioni musicali, replicassero il variare dei destini, e che ogni virgola, come una pausa, scandisse certi silenzi interiori, in virtù di quelle arcane connessioni che legano i moti del sangue umano al suono musicale. Pensavo alla pagina bianca come a un pentagramma, rileggevo ogni riga per sentire se “cantava” e se quel canto era il canto del cuore di Andrea o il ruggito di Hans o il cupo lamento di Philipp.

Per questo motivo, in fase di revisione del libro per questa nuova edizione, si è discusso a lungo se spostare o no una virgola, se eliminare o meno un punto e virgola o un accapo, oppure se ridefinire la scelta di un aggettivo e la collocazione di un avverbio; e anche se una delle ragioni principali di questa riscrittura del romanzo sta nel fatto che si tratta dell’opera di una ragazza molto giovane, con tutti i problemi che conseguono all’esuberanza e all’imperizia della gioventù, alla fine si è deciso di intervenire con delicatezza sull’impianto originario: ogni cambiamento nella struttura “armonica e melodica” della frase sembrava riflettersi immediatamente sull’azione e sui personaggi, col rischio di snaturarli irrimediabilmente.

Se modifiche di rilievo ci sono state rispetto alla prima edizione, esse riguardano soprattutto la seconda parte del romanzo, in primis il capitolo “Il signore di Werdenstein” (la descrizione della serra tropicale di Philipp von Rosenberg, ad esempio, è notevolmente ampliata), i paragrafi finali e la definizione di alcuni personaggi minori.

Questo per dire che ci sono andata piano con le modifiche: la struttura delle frasi, il ritmo, il periodare, sono rimasti quanto più possibile coerenti rispetto alla prima stesura per non snaturare la concezione originaria del romanzo e serbarne intatta quella “musicalità” che mi sembra sia uno dei suoi elementi caratterizzanti, com’era negli intenti di  quell’adolescente che, seduta al piano, suonava Il Sosia di Schubert, e intanto vedeva al proprio posto un Andrea Ligerio innamorato che confondeva l’immagine di se stesso con quella della sua donna amata.

 Carmen Margherita Di Giglio

1 Filosofo francese (1754-1824) Citato in Maurice Toesca, Un homme heureux.

 

Cover Scrigno fronte 2

LO SCRIGNO DI OSSIAN

Lucania 1937 – Germania 1938. Respinto dalla donna amata, deciso a dimenticarla per sempre, il giovane pianista Andrea Ligerio si trasferisce in Germania per proseguire i suoi studi di piano. Qui conosce Philipp von Rosenberg, denominato “il duca”, potente e generoso protettore di artisti, che, con l’intento di favorirne la carriera, lo introduce nel suo castello di Werdenstein. Ma una volta entrato a Werdenstein, circondato da una corte stravagante e fastosa, il giovane scoprirà che non è così facile uscirne e che quel luogo, apparentemente incantevole, cela in realtà un segreto mortale. Nel vortice di una vita sfrenata, fatta di piaceri e di vizi, fra intrighi politici, occulti riti d’iniziazione e passioni proibite, Andrea, bello e innocente, smarrisce se stesso e perde la purezza, precipitando così in un’inarrestabile discesa agli inferi.

Il romanzo è gia disponibile per l’acquisto a euro 10,00 sul sito di Amazon.it .

Dettagli prodotto

  • Copertina flessibile: 320 pagine
  • Editore: Nemo Editrice (Nuove Edizioni Milano Ovest). Terza edizione (2016)
  • ISBN-10: 8898790414
  • ISBN-13: 978-8898790418

 

La dieta mentale dei 7 giorni

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Dieta-salute-mentale-730x348E’ ormai una certezza di inizio d’anno. Molti ripartono con tanti buoni propositi per tornare in forma e smaltire le tossine e i chili accumulati tra un cenone e l’altro. Io, che non credo nelle diete dimagranti e non ne ho mai seguito una in vita mia, vi voglio proporre un regime “dietetico” molto più efficace e con effetti molto più profondi e duraturi. Si tratta della DIETA MENTALE.

È il cibo che forniamo alla nostra mente a determinare le caratteristiche della nostra esistenza. Sono i pensieri a cui permettiamo di avere accesso alla nostra mente, gli argomenti su cui la nostra mente si sofferma, a determinare quello che siamo oggi e a rendere le circostanze esterne ciò che sono.

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Benjamin Franklin e Albert Einstein

Ho finito di tradurre durante queste ultime feste questo volumetto di Emmet Fox, celebre filosofo del New Thought, e me ne sono entusiasmata. Fare pulizia nella mente, smaltire “i chili di troppo” delle emozioni e dei pensieri tossici e dannosi spuò essere un’esperienza rivoluzionaria: alcuni tra i più grandi pensatori e geni della storia – da Benjamin Franklin ad Albert Einstein – hanno seguito per una vita intera questa rigorosa disciplina mentale. Fox la propone per una sola settimana e con tutte le istruzioni del caso… e secondo me, funziona alla grande!

Tutto ciò che siamo è il risultato di ciò che abbiamo pensato.
(Buddha)

 

La dieta mentale dei 7 giorni. Come cambiare la tua vita in una settimana

di Emmet Fox

traduzione di Carmen Margherita Di Giglio

Edizioni: Nemo Editrice

DIETA mentale cover 7apple (8) copiaPRESENTAZIONE

Questo non è l’ennesimo libro sulle diete. La dieta mentale che l’autore propone ha effetti ancora più profondi e di più vasta portata rispetto a quella alimentare. Fisicamente si diventa ciò che si mangia, ma spiritualmente, emotivamente e intellettualmente si diventa ciò che si pensa. La dieta mentale dei sette giorni è la chiave per raggiungere il successo in ogni aspetto della vita, dalle relazioni, alla carriera, al successo finanziario, fino alla salute fisica.
Una sola settimana di questa dieta avrà il potere di cambiare la vostra vita sotto ogni aspetto. Dopo questa settimana di profonda consapevolezza e disciplina mentale, tutto sarà completamente diverso e inconcepibilmente migliore che se non aveste mai accettato di intraprendere questo emozionante percorso.
La dieta mentale dei sette giorni è uno straordinario libriccino, breve, pratico e diretto, che è stato letto e messo in pratica da migliaia e migliaia di persone sin dalla sua prima pubblicazione nel 1935, e ancora oggi, dopo oltre ottanta anni, tiene fede alla sua promessa di cambiare la vita di chi saprà accogliere la sua eccitante sfida.

Il libro è disponibile informato ebook su amazon.it e presso i maggiori online bookstores, come Mondadori, Feltrinelli, IBS, ecc.

EMMET FOX
FOX B W PICFilosofo contemporaneo e ministro del New Thought, Emmet Fox nacque in Irlanda il 30 luglio 1886 e morì in Francia il 13 agosto 1951. Dopo aver studiato presso il St. Ignatius’ College di Stamford Hill, il collegio dei Gesuiti nei pressi di Londra, divenne ingegnere elettronico. Tuttavia, scoprì presto di avere il potere di guarire e sin dalla giovinezza venne in contatto con il New Thought, che approfondì in particolare attraverso gli scritti di Thomas Troward. Con le sue conferenze e i suoi insegnamenti, che tenne soprattutto negli Stati Uniti dove raccolse un seguito innumerevole, Fox insegnò che il fondamento di ogni vera espressione produttiva è il pensiero positivo. La sua tecnica si fonda sulla consapevolezza dei processi del pensiero quotidiano e sulla connessione con Dio, al fine di realizzare ogni cambiamento o manifestazione nell’ambiente esterno. Questo concetto è stato trasmesso anche da molti mistici, tra cui Rumi, Gesù, Buddha, Gandhi, e sostenuto dalle più grandi tradizioni spirituali. A tutt’oggi gli scritti di Fox restano estremamente influenti e trovano un grande seguito in tutto il mondo.

LA DIETA MENTALE DEI 7  GIORNI. COME CAMBIARE LA TUA VITA IN UNA SETTIMANA è disponibile in formato ebook su amazon.it e presso i maggiori online bookstores, come Mondadori, Feltrinelli, IBS, ecc.

 

 

 

 

 

Spezziamo le catene di Sant’Antonio!

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Bufala-Whatsapp

Non chiedetemi di partecipare alle cosiddette catene di Sant’Antonio. Vi ringrazio per avermi pensato, ma non rispondo MAI a questo genere di inviti, indipendentemente dal tipo di catena

Perché ? Il motivo principale è che le catene fanno sempre leva sulla superstizione e sui sensi di colpa e sono formulate per provocare una reazione emotiva nella “vittima”, che è cosí invogliata a non interrompere la catena e ridistribuirla a sua volta.

Tra le formule più diffuse: “Salva questo bambino” o “Partecipa alla ricerca sulla lordosi lombare” (leva emotiva: compassione), “Dimostra che vuoi bene ai tuoi amici mandando loro 257000 cuoricini” (senso di colpa), “Protesta contro l’estinzione degli etruschi e l’invasione dei giapponesi in via Montenapoleone” (rabbia) o: “Guarda che bello questo giochino” (divertimento). Quando non si ricorre a delle vere e proprie minacce.

Se volete saperne di più, ecco le catene che girano più frequentemente su WhatsApp, su Facebook oppure via SMS o e-mail :

1) catena portafortuna.

Esempio: “Gira questo messaggio a 10 amici ed avrai fortuna domani”. Fa leva sulla superstizione

2) catena richiesta denaro

esempio: “manda soldi per salvare bambini malati, gatti maltrattati,..”

Fa leva sull’emotività, la bontà e i sensi di colpa delle persone (è terribile!) sono spesso truffe

3) catena di guadagno
esempio: “guadagna facilmente 100 euro al giorno, puoi arricchirti in 1 settimana”

fa leva sulla credulità o la disperazione di chi ha problemi di lavoro…truffa

4) catena del malocchio

esempio: “avrai gravi problemi di salute se non inoltri quest msg a 10 altre persone”

fa leva sulla paura, la superstizione o tramanda vecchie leggende urbane

5) catena informazioni false (chiamate anche hoax)

esempio: “Whatsapp domani sarà a pagamento”

fa leva sulla leggerezza (la pigrizia?) e il panico della gente, che non verifica la veridicità delle informazioni ed inoltra dati senza accertarsi delle fonti.

6) catene di giochetti, frasi simpatiche, indovinelli

esempio: “Pensa ad un numero tra 1 e 6, Moltiplica per 3, ecc..inoltra la risposta…”

ok queste sono innocue e simpatiche, fanno leva… sul fatto che non vuoi fare i compiti :)

?? CHI FA LE CATENE ?

Ecco chi fa le catene, per ordine di pericolosità:

1) burloni

2) inconscienti

3) gente senza scrupoli

4) truffatori”

(FONTE: Il web)

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Se tuttavia, nonostante gli avvertimenti, non potete proprio trattenervi perché il buonismo o la superstizione vi hanno preso la mano e dunque avete deciso di continuare a mandarmi lo stesso le vostre amate catene, fate pure, ma sappiate che CHIUNQUE VOI SIATE le ignorerò o le cestinerò immediatamente.

Se sono nei vostri pensieri scrivetemi, meglio ancora telefonatemi. Se avete voglia di venirmi a trovare la mia porta é sempre aperta.

E per quelli che sono superstiziosi, ricordate: rispondere alle catene porta male! ;-)

Prefazione della Dott.ssa Elena De Giosa al libro FIORI DI BACH PER CANTANTI E ARTISTI di Carmen Margherita DI GIGLIO

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Mani-amicheCon la mia cara amica Elena De Giosa, medico chirurgo specializzato in Medicina del Lavoro ed esperta in omeopatia, ho condiviso riflessioni, sogni (sia in senso onirico che nel senso più ampio che investe aspirazioni, desideri e progetti), ricerche, percorsi olistici e filosofie di vita. Ecco la bella prefazione che Elena ha scritto per il mio libro Fiori di Bach per cantanti e artisti, uscito in questi giorni. 

PREFAZIONE DELLA DOTT.SSA ELENA DE GIOSA AL LIBRO “FIORI DI BACH PER CANTANTI E ARTISTI”

“Sono orgogliosa e felice di presentarvi questo libro. L’autrice ha voluto dedicarmelo ed è per me un vero piacere curarne la prefazione, soprattutto perché conosco Carmen sin dall’infanzia e ho avuto modo di seguirla nei suoi percorsi evolutivi.

Carmen non è un medico e neppure una professionista del settore sanitario, bensì una cantante lirica, un’insegnante di canto e una scrittrice, con una formazione accademica in campo musicale, una carriera lirica della durata di circa venticinque anni alle spalle e diverse pubblicazioni letterarie all’attivo. Soprattutto è una persona motivata da una naturale e sana curiosità che l’ha portata ad approfondire, sia per carattere che per passione, tutto ciò che mette in relazione i nostri schemi mentali con la nostra realtà e fisicità, il pensiero con l’azione, il corpo con la mente. Un lungo processo di ricerca compiutosi in virtù di uno studio rigoroso e perpetuato nel tempo, con una costanza e una dedizione così tenaci e ardenti, che neppure gli addetti ai lavori sarebbero in grado di uguagliare: ne sono stata testimone in prima persona e molte sono state le occasioni di confronto personale in cui le sue conoscenze e riflessioni, devo confessarlo, mi hanno letteralmente spiazzato, sollecitando per di più la mia curiosità verso tematiche nuove e stimolanti mirate al benessere psico-fisico dell’individuo.

Agli studi quotidiani scrupolosi e assidui, Carmen unisce qualcosa che sarebbe impossibile acquisire attraverso i libri: l’esperienza specifica nel settore artistico.

Infatti, durante gli anni, ha avuto l’opportunità di sperimentare i principi della floriterapia, appresi attraverso lo studio dei trattati di Richard Bach, Dietmar Krämer, Mechtild Scheffer, Patricia Kaminski e Richard Katz, sia su se stessa (secondo il precetto di Bach dell’autocura), che sui suoi colleghi e allievi di canto lirico e moderno, offertisi spontaneamente alle sue sperimentazioni. In tal modo, lungo un arco di oltre quindici anni, ha raccolto un’ampia casistica, con il mero intento di fornire un idoneo e sano sostegno all’artista che mostrasse obiettive difficoltà nell’espressione canora – difficoltà non riconducibili a una patologia di tipo fisico-strutturale, ma a un profondo schema mentale limitante, negativo.

È chiaro che, per farlo, un’insegnante di canto di talento deve anche entrare nella psicologia dell’artista, per comprendere la radice del suo blocco e scegliere di conseguenza la soluzione adeguata. E a questo scopo, Carmen si avvale delle conoscenze acquisite durante corsi di formazione in discipline motivazionali e auto-guarigione, e ritengo, con la certezza di ricevere piena conferma dai diretti interessati, che averla come insegnante sia una vera fortuna, anche per i numerosi strumenti che essa mette a disposizione dei suoi allievi, perché essi possano superare ogni difficoltà e crescere sia artisticamente che umanamente.

Il libro qui presente non pretende di sostituirsi ad altre terapie in atto, né di diventare un manuale scientifico. È uno strumento aggiuntivo, da intendersi quale integrazione ad altri strumenti, secondo quello che è l’attuale orientamento della Medicina integrata o Medicina complementare. Nel panorama delle pubblicazioni sulla floriterapia costituisce a ogni modo una rarità. Una rarità perché offre, nel suo genere, qualcosa che non esisteva fino a oggi: un vademecum che, oltre a essere un utile strumento di sostegno nelle difficoltà che ogni artista potrà incontrare lungo il suo percorso, è di facile e scorrevole lettura, rapidamente consultabile grazie alla struttura chiara e lineare. Chi volesse conoscere le caratteristiche di ogni singolo fiore, ne troverà la descrizione nella sezione apposita, chi invece avesse bisogno di una rapida soluzione a un problema di ordine tecnico o emotivo, potrà cercarla nel pratico prontuario finale.

Perché leggerlo? Innanzitutto (e non sembri riduttivo) perché utile. Utile non solo agli artisti, ma a tutti coloro che per lavoro si relazionano ad altre persone e al pubblico. Utile per tutti, perché i problemi qui trattati toccano un po’ tutti noi, per quella parte creativa, espressa o celata che sia, che ognuno di noi possiede.

Sono grata che oggi, nel mare magnum delle pubblicazioni sulla floriterapia, si sia aggiunta questa piccola perla, e ho la certezza che essa (come già accaduto per i preziosi trattati di Florence Scovel Shinn e di Emmet Fox che Carmen ha tradotto e diffuso in questi ultimi anni) darà la possibilità a un pubblico sempre più vasto di sperimentare ulteriori strumenti per la conoscenza di sé e l’autoguarigione.

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ELENA DE GIOSA
MEDICO CHIRURGO SPECIALIZZATO IN MEDICINA DEL LAVORO
ESPERTO IN OMEOPATIA (CSOA-IMO) CON QUALIFICA LFHOM C/O FACULTY OF HOMEOPATY (DULCAMARA)”

fiori-di-bachisbn-Il libro è disponibile in tutti i formati digitali, nei maggiori store online, tra cui Amazon, inMondadori, IBS, Kobo, in offertissima in questi giorni a soli euro 3,99 anziché 7,99!

http://www.amazon.it/cantanti-artisti-floriterapia-professionisti-spettacolo-ebook/dp/B017L5ZP8I/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1447375863&sr=8-1&keywords=fiori+di+bach+per+cantanti

FIORI DI BACH PER CANTANTI E ARTISTI di Carmen Margherita DI GIGLIO – Il primo trattato sulla floriterapia di Bach per gli artisti e i professionisti dello spettacolo

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Carmen Margherita Di GiglioE’ uscito in questi giorni il mio nuovo libro: Fiori di Bach per cantanti e artisti. Il primo trattato sulla floriterapia di Bach per gli artisti e i professionisti dello spettacolo (Nemo Editrice). Lo dedico ai miei amici, allievi e colleghi cantanti, scrittori e strumentisti, perché possano realizzare i loro sogni e accogliere bellezza e trascendenza nelle loro vite per mezzo della loro espressione creativa. Soprattutto lo dedico alla Dott.ssa Elena De Giosa, amica e medico dalla mente sensibile e aperta e dal cuore generoso, che ha voluto amorevolmente curarne la prefazione.

Il libro è disponibile in tutti i formati digitali, nei maggiori store online, tra cui Amazon, Mondadori Store, IBS, Kobo, in offertissima in questi giorni a soli euro 3,99, anziché euro 7,99!

http://www.amazon.it/cantanti-artisti-floriterapia-professionisti-spettacolo-ebook/dp/B017L5ZP8I/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1447375863&sr=8-1&keywords=fiori+di+bach+per+cantanti

PRESENTAZIONE

fiori-di-bachQuesto libro è il risultato dell’esperienza acquisita durante anni di lavoro e di studi nel campo dello spettacolo e dell’arte, soprattutto in relazione alla scrittura e alla pratica e all’insegnamento del canto lirico e moderno, affiancati da altrettanti anni di ricerche nel settore della floriterapia e di altre discipline olistiche.

Durante quest’arco di tempo ho avuto modo di raccogliere gli esiti delle sperimentazioni effettuate su allievi e colleghi artisti, nonché su me stessa (secondo il precetto di Bach dell’autocura), in modo da poter offrire un quadro il più vasto possibile sulle proprietà terapeutiche dei fiori di Bach applicati in ambito artistico e, più generalmente, in ambito creativo, dove la parola “creatività” è intesa nel senso più ampio del termine: perché, se è vero che in queste pagine mi rivolgo principalmente ai miei colleghi e ad altri professionisti dello spettacolo, è anche vero che la creatività non è appannaggio esclusivo di artisti visivi, scrittori, ballerini o di coloro che operano in uno dei settori che comunemente definiamo “artistico”. La creatività è la chiave per una vita ben vissuta, è la capacità di immaginare e “creare” un’esistenza che esprima appieno i nostri sogni: in questo senso siamo tutti artisti, e per ognuno di noi il percorso creativo coinvolge innumerevoli decisioni e scelte destinate a servire le nostre visioni. La creatività proviene dal libero accesso alla nostra energia personale. L’inibizione di questo flusso di energia conduce a blocchi creativi ed espressivi. I fiori di Bach possono aiutarci a sciogliere i nostri nodi psicologici, e pertanto questo libro, sebbene rivolto esplicitamente ai professionisti dell’arte e dello spettacolo (cantanti, attori, musicisti, ballerini, speaker, conferenzieri, scrittori, pittori, registi, sceneggiatori ecc.), può essere utile a tutti coloro che, pur non creando in ambito professionale, desiderano dare libero corso alle proprie capacità creative.

Il libro è articolato in tre sezioni. La sezione introduttiva, o premessa, si apre con un articolo sul doping nella lirica, da cui scaturisce un interrogativo emblematico: è possibile trovare una soluzione alternativa sana ai pericolosi farmaci di sintesi e alle droghe, per sostenere le numerose esigenze e pressioni che il mondo dello spettacolo, oggi più che mai, esercita sui suoi artisti? Gli studi effettuati negli ultimi anni dicono di sì, e la terapia con i fiori di Bach costituisce una valida risposta in tal senso; pertanto, in questa sezione, viene analizzato il suo funzionamento all’interno di quel legame corpo-mente che rende la floriterapia di Bach la scelta d’elezione in ambito artistico-creativo.

La prima parte contiene un profilo biografico di Edward Bach e una trattazione sintetica sull’effetto terapeutico dei rimedi floreali e sulla loro modalità di preparazione: un vademecum semplice e pratico che ogni artista potrà consultare con facilità al momento del bisogno.

Nella seconda parte viene analizzato ogni singolo fiore secondo tre aspetti fondamentali: il fiore nello stato “bloccato” e dunque lo stato d’animo negativo che rende necessario il suo utilizzo; il potenziale positivo evocato dalla sua assunzione; e l’impiego del fiore in campo artistico, con l’esame di alcune personalità di artisti a esso correlate. Nell’ultima parte vengono trattati i problemi più ricorrenti che gli artisti si trovano a fronteggiare nell’ambito della loro professione e tutte quelle problematiche che affliggono più in generale la creatività.

Buona lettura

Carmen Margherita Di Giglio

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CARMEN MARGHERITA DI GIGLIO

Dopo un’applaudita carriera di soprano svoltasi in Italia e all’estero lungo l’arco di 25 anni, si è dedicata all’editoria e alla scrittura. Laureatasi in canto al Conservatorio, è anche docente di canto lirico e moderno. Nell’ambito dell’insegnamento, si occupa della formazione tecnica dei cantanti nel repertorio operistico e moderno e della risoluzione dei problemi degli artisti nel settore della motivazione, del contatto con il pubblico e della completa espressione del potenziale creativo. È tra i primi insegnanti in Italia e in Europa ad utilizzare sistematicamente le tecniche del pensiero positivo, della programmazione neuro-linguistica (PNL), della floriterapia di Bach e delle discipline olistiche per l’apprendimento della tecnica del canto e per il potenziamento della prestazioni artistiche in ogni genere e repertorio. In campo letterario, è autrice dei bestseller Lo scrigno di Ossian e Werdenstein (#1 ebook Bestseller Amazon 2014-2015 nelle categorie Narrativa storica, Azione e avventura e Miti saghe e leggende) e del thriller La contessa di Calle (ebook Bestseller Amazon 2014-2015 in Narrativa storica e Horror). Ha tradotto e pubblicato per Nemo Editrice: La chiave d’oro di Emmet Fox, Il metodo scientifico per diventare ricchi di W. D. Wattles, La porta segreta del successo e Il magico sentiero dell’intuizione di Florence Scovel Shinn, prima edizione in Italia (2014), ognuno dei quali si è collocato nei top 10 ebook bestseller di Amazon per il self-help e il raggiungimento del successo. Altre sue pubblicazioni: La porta alchemica (poemetto esoterico) e Sogno di una notte di pieno inverno (racconto mistery), entrambi illustrati con le immagini di William Blake.

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Il doping nella lirica: dal “verme solitario” alla tecnica del… cortisone

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el-doping-intelectual1Il primo a sollevare la questione del doping nell’ambito della musica classica e operistica fu Salvatore Accardo.
“Credo che, purtroppo, anche nel nostro ambiente ci sia gente che prende qualcosa di più della creatina. Si vede e si sente, molte volte”, disse il famoso violinista, rispondendo al giornalista del Messaggero, che nel 1998 l’aveva interpellato anche per la sua passione calcistica, in riferimento a certe sensazionali dichiarazioni dell’allenatore romanista Zeman sull’utilizzo della creatina e di altre sostanze dopanti che i calciatori userebbero per potenziare la performance muscolare.

http://archiviostorico.corriere.it/1998/agosto/24/Ora_anche_lirica_parla_doping_co_0_9808244819.shtml

Dopo le dichiarazioni di Accardo, arrivarono subito, indignate, le smentite. In prima linea, il soprano Katia Ricciarelli: “Noi cantanti in particolare siamo persone fragili e credulone: saremmo disposti a qualunque inalazione lecita pur di star bene con la voce, ma, proprio per questo, siamo ben lontani dall’idea di assumere droghe, perché abbiamo bisogno di essere lucidi e di controllare il diaframma.”

Tutto fu messo a tacere fino al 2007, quando la questione fu di nuovo sollevata dal tenore wagneriano Endrik Wottrich, trisnipote di Wagner, che, durante il festival tedesco di Bayreuth, dichiarò pubblicamente: “Nessuno ne parla mai, ma il doping è diventato un fatto normale nella lirica. I solisti prendono farmaci betabloccanti per controllare l’angoscia, vari tenori prendono cortisonici per esser certi che la loro voce tocchi certi picchi. E l’alcol è roba comune. I livelli di stress nel nostro lavoro sono diventati intollerabili. Siamo costretti a viaggiare e a esibirci in continuazione, ci roviniamo anche per la paura di non essere all’altezza”.

DSC_8508_EndrikWottrich

Le parole di Wottrich trovarono un’eco internazionale sulle pagine della Frankfurter Allgemeine Zeitung e dell’Observer, e a lui si aggiunse Vesselina Kasarova. “L’opera lirica si sta cannibalizzando da sola” dichiarò, infatti, il mezzosoprano bulgaro, “gli impresari pretendono troppo, e sono sempre di più quelli fra noi che usano i farmaci per reggere a un certo stile di vita, o la chirurgia plastica per migliorare il proprio aspetto fisico”.

Le affermazioni di Wottrich e della Kasarova furono confermate anche da alcuni addetti ai lavori, tra cui Angelo Gabrielli, manager di diversi artisti, il quale ammise che “sono molti i cantanti che, per sopportare i ritmi infernali della lirica, ricorrono a farmaci, tipo il cortisone, all’alcol o al lifting delle corde vocali.” Insomma, come riportato sul Corriere della Sera: “Sui palchi della grande lirica ci si droga come sui tornanti del Tour de France.”

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Spettacoli/2007/08_Agosto/21/oprea_dopata_come_il_tour.shtml

A tutt’oggi, l’allarme principale riguarda soprattutto “l’uso e l’abuso del cortisone, un immunodepressivo che ha effetti prodigiosi sulle corde vocali. Se avete una laringite ve la cancella in un attimo, se non l’avete, donerà più profondità e naturalezza alla voce: peccato che il miracolo passi presto, l’assuefazione no. Come pure le sue conseguenze collaterali, che comprendono amenità come: perdita della massa muscolare, obesità, affaticamento, miopatia da steroidi, osteoporosi, fratture ossee e vertebrali e un bugiardino lungo una ventina di metri.”

(http://iltlogdelladomenica.tumblr.com/post/10471931/il-doping-di-petto)

dope

Ma il moderno cortisone, spesso utilizzato insieme ai betabloccanti (sostanze capaci di abbassare la frequenza cardiaca, venendo così in aiuto nei momenti in cui la calma, il controllo del diaframma e il superamento della paura da palcoscenico possono fare la differenza), ha precedenti storici di riguardo. Partiamo dalle iniezioni di acqua distillata praticate da Lauri Volpi (un ameno placebo?), per arrivare alla stricnina di Franco Corelli e Mario Del Monaco, somministrata in dosi infinitesimali “fortemente toniche per le corde vocali ma fatali per reni e sangue”, come fatale pare sia stato l’abuso di cortisone per José Carreras, probabile causa della sua leucemia.

Maria Callas e il verme solitario
Ma il precedente storico più grandioso ed eclatante è sicuramente il famoso “verme solitario” di Maria Callas, quello che la celebre diva avrebbe assunto in una coppa di champagne per propiziare il suo magico dimagrimento (da 110 kg a 54 kg nel giro di breve tempo!)

Maria-Callas

La trovata della tenia è tutt’oggi utilizzata per giustificare l’abnorme e rapidissima perdita di peso della diva, a riprova che i “creduloni” di cui parlava la Ricciarelli non sono tanto i cantanti, ma si pretende che lo siano gli spettatori, cui vengono propinate tesi che niente hanno di scientifico e che, se potevano essere spacciate per buone presso l’inesperto pubblico degli anni ‘50, oggi, alle nostre orecchie ben più scaltrite, suonano sommamente ridicole.

In realtà, stando alla testimonianza del celebre regista Franco Zeffirelli, intimo amico della Callas, pare che la diva assumesse anfetamine per “trovare le forze sia per il canto che per la dieta, mentre, per dormire e contrastare l’effetto delle anfetamine, era costretta a ricorrere a dosi sempre più massicce di barbiturici”.

http://archiviostorico.corriere.it/2002/settembre/17/Nella_mia_Callas_misteri_una_co_0_0209179195.shtml

La testimonianza del regista è suffragata dalle dichiarazioni del tenore Giuseppe Di Stefano e di sua moglie Maria, la quale, nel suo libro di memorie Callas nemica mia, afferma che la Callas facesse abuso di metaqualone, altrimenti detto quaalude, il temibile Mandrax, un potente antidepressivo con effetti allucinogeni, oggi ritirato dal mercato (avete presente la “droga di Wall Street”, quella che Jordan Belfort, il personaggio interpretato da Di Caprio nell’ultimo film di Scorsese, prendeva come fossero caramelle? E’ anche quella che, negli Anni Settanta, era chiamata “pillola della felicità”.) Oggi gli amici della Callas parlano di misteriose pillole gialle, rosse, verdi e nere (speed?), che la diva assumeva a tutto spiano durante i pasti (vedi a questo proposito il video dell’intervista a Vanda Ticozzi, amica di Maria Callas, min. 12.30).

“La morte di Maria”, dice ancora Zeffirelli, “fu attribuita a un attacco di cuore” (oggi si è fatta persino l’ipotesi di una dermatomiosite!) “ma in realtà non c’è mai stata alcuna autopsia (…). Il suo corpo fu cremato in fretta e furia. Forse per evitare esami autoptici?” ipotizza il regista.
I medici constatarono una crisi cardiaca, ma corressero in seguito la diagnosi, affermando che la morte fu causata da un’embolia polmonare, conseguenza di enormi quantità di sonniferi, anfetamine e antidepressivi.

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Esiste, in effetti, un’intossicazione acuta da anfetaminici, una cosiddetta “overdose”, caratterizzata clinicamente da un quadro di insufficienza cardiocircolatoria acuta ed irreversibile che porta a un rapido decesso.
Ma quali sono gli utilizzi delle anfetamine e quali i loro dannosi effetti sulla salute? Vediamolo nel dettaglio.

Come agiscono le anfetamine
Secondo Wikipedia: “L’anfetamina è uno stimolante sintetico usato per sopprimere l’appetito; controllare il peso; trattamento di disturbi mentali e comportamentali compreso narcolessia e ADHD (sindrome da deficit di attenzione ed iperattività). È inoltre usata come stupefacente e per l’aumento di prestazioni fisiche (doping). Questi usi sono illegali nella maggior parte dei paesi. È una droga comunemente usata.

L’anfetamina causa dipendenza psicologica. Inoltre induce tolleranza, ciò significa che è necessario aumentare la quantità assunta per raggiungere gli effetti. Le sensazioni negative del down o discesa possono risultare insopportabili e, per superarle, si tende a riassumere la sostanza, senza aver atteso un recupero dell’organismo, con l’aumento dei rischi correlati. Possono verificarsi aritmie cardiache, crisi ipertensive, dolori toracici, infarti, ictus, disfunzioni ai reni e al fegato, convulsioni e arresto respiratorio. In alcuni casi si può verificare un aumento della temperatura corporea fino ad avere un colpo di calore (40-41°), può provocare allucinazioni, manie di persecuzione, disturbi paranoici e stress. La mancanza di appetito può portare alla diminuzione di peso e si può avere immunodepressione con un aumento della suscettibilità alle infezioni. Dopo un uso eccessivo si può avere un vero e proprio crollo psico-fisico con depressione e un sonno profondo che può durare anche più giorni. Si possono avere disturbi psichiatrici che possono sfociare in vere e proprie psicosi.”

Tra gli effetti psichici riscontriamo: “Riduzione della capacità di autocritica, sopravvalutazione di sé, megalomania. Al termine dell’effetto, senso di stanchezza e irritazione, dopo alcuni giorni insonnia e depressione. Ricorso a farmaci sedativi. La tolleranza si instaura quasi subito. La dipendenza è psicologica e si instaura in tempi rapidi.”

Negli anni ‘50 le anfetamine venivano assunte con molta disinvoltura e non se ne conoscevano ancora gli effetti nefasti sulla salute. Utilizzate come prodotti per il dimagrimento, in seguito fecero il loro ingresso come stimolanti in campo sportivo, soprattutto tra i ciclisti, e propagandate come droghe da sesso. “Dopo decenni di abuso, la FDA (Food and Drug Administration statunitense) ne ha vietato l’uso come stupefacente e l’ha limitata all’uso con prescrizione medica nel 1959. L’Italia è stata uno degli ultimi paesi europei a recepire la normativa. Oggi è invece fra le nazioni più restrittive e dopo il ritiro del Plegine nessun anfetaminico è in commercio. Nella classifica di pericolosità delle varie droghe stilata dalla rivista medica Lancet, le anfetamine occupano l’ottavo posto.” (Wikipedia)
“In ambito medico si è sfruttata la capacità di questi farmaci di inibire lo stimolo della fame per combattere l’obesità. I gravi effetti indesiderati a livello cardiovascolare, a fronte dei modesti benefici terapeutici, ne hanno largamente limitato l’impiego.
Nel doping si fa ricorso alle amfetamine perché riducono la capacità dell’organismo di percepire la fatica. Riducendo questo segno premonitore dell’esaurimento fisico, questi farmaci spingono l’organismo oltre i propri limiti. Tra gli sportivi, le amfetamine hanno causato più morti (per aritmie, aumenti improvvisi della pressione, infarti) di qualsiasi altra sostanza. Aumentano inoltre in modo rilevante l’aggressività.”

L’utilizzo del cortisone
Oggi l’utilizzo delle anfetamine è ritenuto illegale. Non così il cortisone, che tuttavia non è una droga ma un ormone. Ma perché utilizzarlo per il canto artistico e quali sarebbero i “benefici” in tal senso?
Vediamo cosa scrive in proposito, sul suo blog dedicato alla lirica, Enrico Stinchelli, regista d’opera e conduttore radiofonico.

“Il cortisone stimola la tensione, la tonicità delle corde vocali” dichiara Stinchelli “e quindi la sensazione di poter cantare in forma perfetta, con voce squillante e facile all’acuto. Un vero inganno, soprattutto per chi canta “male”, cioè senza una corretta tecnica di appoggio sul fiato e di immascheramento dei suoni. Il cortisone viene automaticamente a sopperire le tecniche deficitarie, una sorta di stampella momentanea per sopportare lo stress di una recita importante o di un impegno irrinunciabile. Il cantante finisce per attribuire al cortisone ogni virtù e la sua stessa sopravvivenza artistica: Bentelan, Deflan e altre “meraviglie” del genere, finiscono per diventare come delle caramelline per la gola, un vademecum fisso, recita dopo recita, impegno dopo impegno. È un vero suicidio, non solo fisico (danni enormi ai reni, alla circolazione, al cuore…) ma anche vocale, poiché una volta svaniti gli effetti del farmaco incantato sopraggiunge un immediato ipotono cordale, e cantando sull’ipotono si arriva agli edemi, ai noduli, ai polipi.

Come si riconosce un cantante che fa abuso di cortisone?

hairspray_immFacilissimo: lo conoscevate magro e asciutto? Ora è gonfio, almeno il doppio della sua stazza normale. Non faccio nomi perché è antipatico, ma basta che osserviate le fotografie di celebri tenori, soprani ec. all’inizio della loro carriera e dopo qualche anno: se li vedete gonfi potete star certi che non è per le fettuccine o la coca-cola!”

http://www.enricostinchelli.it/site/note/143-la-tecnica-delcortisone.html

Interventi chirurgici alle corde vocali e loro conseguenze
Del resto, la pressione per affrontare l’esecuzione a qualunque costo è intensissima. Nessuno vuole essere conosciuto nel circuito come il cantante che annulla perché è malato.

“Se dite che avete avuto un intervento chirurgico, è come se foste maledetti”, ha dichiarato il tenore Rolando Villazon al Telegraph, dopo un intervento alle corde vocali per rimuovere una ciste che lo ha obbligato al silenzio per un anno. Stessa sorte è toccata al soprano francese Natalie Dessay, che ha subito un intervento chirurgico a una delle corde vocali nel 2002 e un altro nel 2003, facendo ritorno sulle scene solo nel 2005. A loro due, in fondo, è andata abbastanza bene. Non è stata così fortunata, invece, Julie Andrews, star del cinema inglese e famosa cantante di Broadway. Le fu rimosso un nodulo da una corda vocale presso il Sinai Hospital nel 1997. L’intervento purtroppo non riuscì e lei non fu più in grado di emettere quelle note alte che avevano contribuito al successo della sua carriera.

Conclusioni
Oggi il cortisone impazza e, mentre da una parte si cerca di fare di tutto per evitare la sua assunzione ai malati di LES, a causa dei gravissimi danni biochimici che esso produce, i medici continuano a prescriverlo ai cantanti con la massima disinvoltura. E i cantanti, si sa, sono ambiziosi. Col risultato che “le iniezioni di cortisone girano con la facilità di un’aspirina.”

“Una grossa responsabilità va attribuita ai foniatri” afferma ancora Stinchelli, “troppo facili a consigliare questo rimedio. Sarebbe il caso di spiegare SEMPRE che è la tecnica a dover essere perfezionata, al di là di soluzioni chimiche.”

25679059-Open-hand-raised-Stop-Doping-sign-painted-multi-purpose-concept-isolated-on-white-background-Stock-PhotoNoi non possiamo che essere d’accordo. Il cortisone non sostituisce la tecnica e una seria preparazione. Senza tecnica non si ottengono risultati duraturi, neanche trasformando l’individuo in una farmacia ambulante. E questo lo diciamo soprattutto a tutela degli artisti più giovani e di quelli più promettenti, affinché siano salvaguardati i veri talenti. Il successo e la fama possono arrivare solo con lo studio, la dedizione e l’impegno costanti, ma il cammino percorso è un cammino sicuro anche se faticoso, al contrario di altri sentieri collaterali, a prima vista più rapidi e invitanti, ma che celano insidie che possono segnare per un’intera esistenza.

Carmen Margherita Di Giglio

(Chi avesse informazioni, segnalazioni, commenti, testimonianze dirette o indirette sull’argomento, è pregato di scrivere SUBITO a info@carmendigiglio.com)

Fonti:

http://www.enricostinchelli.it/site/note/143-la-tecnica-delcortisone.html

http://archiviostorico.corriere.it/1998/agosto/24/Ora_anche_lirica_parla_doping_co_0_9808244819.shtml

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Spettacoli/2007/08_Agosto/21/oprea_dopata_come_il_tour.shtml

http://archiviostorico.corriere.it/2002/settembre/17/Nella_mia_Callas_misteri_una_co_0_0209179195.shtml

Un libro gratis per te: “Werdenstein”!

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Cari amici,

se vi piacciono i libri GRATIS, eccone subito uno per voi :-)
Werdenstein figura da mesi fra i BEST SELLER di Amazon nella Narrativa storica e nelle Saghe: e oggi l’ebook gratuito del primo episodio è al primo posto della classifica in “Miti saghe e leggende”.*
Un grazie a tutti quelli che lo hanno letto e apprezzato.
Potete scaricarlo gratuitamente sul sito di Amazon** a questo link:

http://www.amazon.it/regno-segreto-serie-WERDENSTEIN-Collana-ebook/dp/B00T3RYCQO/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1434375678&sr=1-1&keywords=werdenstein

Vi ricordo che l”offerta è valida per un periodo di tempo limitato: perciò coglietela al volo!
Nel caso in cui aveste domande, idee o suggerimenti, vi invito a scrivermi senza esitazioni sulla mia email personale, presso cui potrete anche lasciare un commento o una recensione: sarebbe davvero molto apprezzato!

A presto e buona lettura!

Carmen Margherita Di Giglio

LA TRAMA

GERMANIA 1907-1938. Da moglie e madre sottomessa e infelice, Helèna von Waldenburg si trasforma in donna forte e trasgressiva. È lei “il genio”, la creatrice di Werdenstein, fra le cui mani tutto sembra fiorire. Donna d’affari audace e ambiziosa, eterna rivale del marito, il gelido opportunista Heinrich von Rosenberg, ufficiale dell’esercito tedesco, Helèna è anche madre di Philipp (il tragico duca de “Lo scrigno di Ossian”), su cui riversa tutto il suo amore: amore assoluto, amore disarmante, amore profondo e totalizzante… ma non amore materno. Dietro le mura dorate del castello di Werdenstein si nasconde, infatti, un inconfessabile segreto: l’ultimo tabù dell’umanità, da sempre tenuto sepolto agli occhi delle folle, innominabile e intoccabile anche ai nostri giorni…
Attraverso una scrittura raffinata e intensa che non risparmia nulla al lettore, passando dai toni della saga familiare a quelli del giallo e del romanzo storico-politico, l’autrice delinea il ritratto di una società decadente – quella che dalla Germania di Guglielmo II condurrà alla follia del Terzo Reich − e apre uno squarcio sul tema delle contraddizioni esistenziali, delle degenerazioni erotiche che sottostanno all’ideologia nazista e su alcune delle tematiche più scottanti dell’umanità: l’incesto madre-figlio, l’innocenza e la colpa, l’eterno femminino e l’esistenza di Dio.

Werdenstein ebook è suddiviso in 6 episodi:
1- Il regno segreto
2- Il mistero dell’abate Alexander
3- La duchessa
4- Il crepuscolo della dea
5- Notte dei Lunghi Coltelli
6- Lo scrigno

CARMEN MARGHERITA DI GIGLIO
Scrittrice, traduttrice, docente di canto lirico e soprano, è autrice dei romanzi “Lo scrigno di Ossian“,  “Werdenstein” (entrambi #1 ebook Bestseller Amazon 2014-2015 nelle categorie Azione e avventura e Miti saghe e leggende) e “La contessa di Calle” (ebook Bestseller Amazon 2014-2015 in Narrativa storica e Horror). Carmen ha tradotto e pubblicato per Nemo Editrice: “La chiave d’oro” di Emmet Fox, “Il metodo scientifico per diventare ricchi” di W. D. Wattles, “La porta segreta del successo” e “Il magico sentiero dell’intuizione” di Florence Scovel Shinn, prima edizione in Italia (2014), ognuno dei quali si è collocato nei top 10 ebook bestseller  di Amazon per il self-help e il raggiungimento del successo. Altre sue pubblicazioni: “La porta alchemica” (poemetto esoterico) e “Sogno di una notte di pieno inverno” (racconto mistery), entrambi illustrati con le immagini di William Blake.

**L’offerta è valida per un periodo di tempo limitato.

* La classifica è riferita alle ore 10.00 del 15/06/2015.

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Come conquistare un uomo (per sempre) e poi mollarlo

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donna seduttriceQualche giorno fa una mia amica, gettando un’occhiata perplessa allo schermo del mio iPad, mi faceva notare che in una sola delle mie 8 caselle di posta erano presenti ben 8.243 e-mail non ancora aperte. Ottomila-quattrocento-ventitre messaggi accumulati nelle ultime 3 settimane: mica bruscolini! Ma di che genere di e-mail si tratta? Chi sono e che cosa mi scrivono questi misteriosi corrispondenti epistolari?

Ebbene, a parte gli spam selvaggi e quelle e-mail che proprio non riesco ad aprire per mancanza di tempo (moltiplica 8.423 per 8 caselle e fatti il conto), a parte anche le e-mail degli amici che si disperdono nell’ammasso informe della posta in entrata come un ago nel pagliaio (e meno male che ci sono Facebook e il telefonino, altrimenti ci saremmo già persi di vista da un pezzo), ho potuto notare che circa il 45% di tale corrispondenza è basato su un argomento ben preciso, delicato e specifico. Ossia: COME CONQUISTARE UNA DONNA.

Ed ecco le innumerevoli offerte di libri e manuali su COME CONQUISTARE UNA DONNA in sette mosse (l’ultimo era un ebook di 23 pagine a 75,00 euro, scontatissimo a 49,00… ma solo per oggi!!!) , l’iscrizione al corso di 2 anni e 7 mesi su come rimorchiare al bar UNA DONNA; e la newsletter (mai richiesta) su come diventare un provetto seduttore (di DONNE ovviamente) in 77 lezioni.

Certo gli uomini, poverini, non sanno più a che santo votarsi. Ma… mi viene un dubbio: e per le donne, non c’è niente? Dopotutto io sono una donna, è scritto sulla mia carta d’identità e anche all’anagrafe, e persino nelle informazioni personali di Facebook: perché diamine non mi mandano qualcosa di più specifico? Guardo meglio, spulcio tra gli 8.423 messaggi moltiplicati per 8: NIENTE.

Ma allora dov’è la par condicio? Mi faccio un giro sul web: su 10 siti che trattano di seduzione, 9 parlano di COME CONQUISTARE UNA DONNA! Me li leggo tutti (o quasi): soffro di affettuosa tenerezza nei confronti dei tanti maschietti, alle prese con certe maldestre tecniche antidiluviane… riempila di complimenti, sfiorale l’orecchio con la lingua, falla ridere e l’avrai conquistata (a me quasi viene da piangere!).

Come fare se il partner è imbranato a letto

Mi arriva persino uno studio dell’Università olandese di Radboud, pubblicato su Archives of Sexual Behaviour, a dimostrazione “che gli uomini sprecano un sacco di energie mentali nell’intento di fare buona impressione sulle donne, mettendo a rischio le loro prestazioni cognitive”. Insomma la scienza ha scoperto che gli uomini si imbranano di fronte alle donne mentre non avviene il contrario.

Sembra quindi che per le donne, anche per quelle non proprio dotate di charme e avvenenza (salvo alcuni casi disperati, quelli non mancano mai), sia molto più facile rimorchiare, conquistare, sedurre, almeno per una notte… Altro che manuale da 79,00 euro da studiare ogni giorno e corso intensivo di 2 anni e sette mesi! Se non basta la scarpetta giusta e il push up, per loro c’è un istinto connaturato da predatrice che non sbaglia mai!

seduzione

Sarà per questo che le donne (ma solo perché le cose facili non piacciono a nessuno e nella vita bisogna pur crearsi una SFIDA) – be’, loro al massimo si leggono il manuale su come conquistare un uomo e tenerselo PER SEMPRE. Vuoi mettere il confronto? Qui la posta in gioco si fa MOLTO più alta, una specie di roulette russa. Lo seduci PER SEMPRE! L’hai praticamente ridotto a un’ameba… e mica per una notte sola: per tutta la vita! LA CONQUISTA DELL’ETERNITA’!

$T2eC16d,!ykE9s7t)+uhBR70Qk2DSQ~~60_12Sì, ma se poi la sfida ti si ritorce contro? Se ti parte il colpo a una tempia? Ahah! Lui ti si attacca addosso e non te lo schiodi più! Il rischio è notevole, altissimo (un sacco di coppie arrivano al divorzio o alla separazione perché lei, in fase di seduzione, ci è andata con la mano pesante, si è gettata a corpo morto alla conquista dell’eternità e non ha effettuato la selezione propedeutica. Il colpo è partito: BANG!). Ma ecco pronto l’antidoto: i manuali, le newsletter e i siti su COME MOLLARE UN UOMO. Per sole donne ovviamente. Spero che anche questi, in futuro, non m’invadano la casella di posta. Staremo a vedere.

(A proposito: 8.423 moltiplicato 8, fa 67.384 email… Per quelli che ci stanno ancora pensando ;-)

E per chi vuol dare un’occhiata a uno dei libri in questione: books.google.it/books?isbn=8807840022

LEZIONI DI CANTO – I segreti per diventare un cantante di successo

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(Le tecniche esposte nelle seguenti lezioni sono tratte dalla PNL, dalla psicologia cognitivo-comportamentale e da altre discipline affermative)

Lezione Numero 1

Mi chiedono spesso quale sia la prima qualità per diventare un grande cantante. D’istinto mi verrebbe da rispondere con la classica battuta di Rossini, che, con il suo inconfondibile senso dell’ironia, soleva replicare: “Voce, voce, voce“. Ma premesso che ciò sia da ritenersi scontato e in considerazione del fatto che alcuni talenti vocali non sono immediatamente riconoscibili se non dopo un lungo tirocinio tecnico (un po’ come le pepite nascoste nel fango), la mia risposta a tale domanda è la seguente: CREDERE NEL PROPRIO TALENTO.

freddy mercuryE’ possibile constatare che quasi tutti i cantanti di vero talento sembrano possedere un’innata fiducia nelle proprie capacità, unita alla volontà di sviluppare le proprie qualità vocali e al desiderio di condividerle con il mondo. Purtroppo là fuori ci sono un sacco di pessimisti e di individui la cui missione nella vita sembra essere quella di scoraggiare i giovani cantanti. Tra questi metterei in testa molti insegnanti di canto, ma anche critici musicali, direttori artistici e d’orchestra. Ho potuto osservare sin troppo spesso, sia nell’ambito degli studi privati che delle accademie e del Conservatorio, in che modo e con quali “tecniche” costoro cerchino di scoraggiare soprattutto quei giovani virgulti che sembrano i più dotati e che manifestano un’insolita personalità e spiccate qualità individuali al di là dei limiti tecnici dovuti all’inesperienza.

Ogni insegnante dovrebbe possedere la capacità di comprendere il talento allo stato grezzo e presagirne i futuri sviluppi, senza pretendere di trovarsi di fronte a uno strumento già formato e affinato. La capacità di “sentire” il talento al di là della tecnica richiede una grande quantità di tempo e pazienza da parte del docente. È proprio a causa di questo scoraggiamento continuo a cui vengono sottoposti, che molti cantanti dotati di talento si perdono d’animo e rinunciano, stroncando sul nascere le loro promettenti carriere. Solo pochi di loro, dotati di costanza, sono in grado di trovare i giusti strumenti tecnici per sviluppare la propria voce fino a raggiungere il massimo potenziale.

CallasI cantanti hanno bisogno di credere in se stessi e di mantenere salda la fede nelle proprie innate capacità, a dispetto di tutti di pessimisti di cui sopra. Questo può essere difficile, ma è qualcosa che tutti i più grandi hanno dovuto affrontare nella loro carriera (Leggi l’articolo di approfondimento) I pessimisti non scompariranno lungo il percorso – semplicemente cambieranno forma: da insegnanti ad agenti, da accompagnatori a direttori d’orchestra e così via. Tuttavia, se non credi in te stesso, non avrai mai la costanza di fare il lavoro necessario per essere un cantante di successo. In primo luogo, DEVI credere in te stesso, e solo allora gli altri ti seguiranno. Abbi fede e continua ad andare avanti fino a quando non avrai sviluppato una tecnica favolosa che ti consentirà di mantenere intatta una sana vocalità, e fino a quando non avrai acquisito le competenze necessarie, compresa un’approfondita conoscenza musicale, la padronanza dell’arte scenica, ecc. E se davvero (ma DAVVERO!) credi con tutto il cuore di poter diventare un cantante d’opera, un vocalist rock, un cantautore o qualsiasi altra cosa tu sappia di poter diventare, e hai la forza di andare avanti e di acquisire le necessarie competenze, è probabile che ci sia una ragione fondata per il tuo credo e che il tuo talento sia autentico (leggi l’articolo di approfondimento). Solo se acquisirai la capacità di sviluppare i tuoi punti di forza e migliorare le tue debolezze, potrai andare lontano. Non è possibile sapere ciò che sei in grado di realizzare davvero fino a quando non imparerai a credere in te stesso e a metterti alla prova. Senza una reale fiducia in se stessi, acquisire un buon senso di autostima come cantanti è praticamente impossibile.

Seguimi in questo stimolante percorso. Nel prossimo articolo apprenderemo come costruire una solida autostima e quali sono le tecniche più efficaci per supportarla e per aiutarti a raggiungere il tuo massimo potenziale. A presto!

Per approfondimenti, visita la sezione Lezioni di canto a Milano, dedicata ai miei Corsi di canto.

Un pensiero per te

La nostra paura più profonda
non è di essere inadeguati.
La nostra paura più profonda,
è di essere potenti oltre ogni limite.
E’ la nostra luce, non la nostra ombra,
a spaventarci di più.
Ci domandiamo: ” Chi sono io per essere brillante, pieno di talento, favoloso? ”
In realtà chi sei tu per NON esserlo?
Siamo figli di Dio.
Il nostro giocare in piccolo,
non serve al mondo.
Non c’è nulla di illuminato
nello sminuire se stessi per fare in modo che gli altri
non si sentano insicuri intorno a noi.
Siamo tutti nati per risplendere,
come fanno i bambini.
Siamo nati per rendere manifesta
la gloria di Dio che è dentro di noi.
Non solo in alcuni di noi:
è in ognuno di noi.
E quando permettiamo alla nostra luce
di risplendere, inconsapevolmente diamo
agli altri la possibilità di fare lo stesso.
E quando ci liberiamo dalle nostre paure,
la nostra presenza
automaticamente libera gli altri.

Se vuoi contattarmi, puoi scrivermi qui

Oppure visita il mio sito: www.carmendigiglio.com

Carmen Margherita Di Giglio, soprano e docente di canto, è tra i primi insegnanti in Italia e in Europa ad utilizzare sistematicamente le tecniche del pensiero positivo, della programmazione neuro-linguistica (PNL) e delle discipline olistiche per l’apprendimento della tecnica del canto e per il potenziamento della prestazioni artistiche in ogni genere di canto e repertorio, dal lirico al moderno. Vive e insegna a Milano. www.carmendigiglio.com

La contessa di Calle

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cover interno La contessa di CalleSono profondamente emozionata, carissimi, nel presentarvi il mio nuovo romanzo.

La contessa di Calle è un giallo… storico, ma anche contemporaneo. Ed è, in parte, una commedia con tocchi di humor nero, ma soprattutto delitti, eros, fantasmi e reincarnazione. Ho mescolato questi ingredienti per rendere più emozionante e gustosa la ricetta!

Mi sono anche divertita un sacco durante la stesura. Un capodanno a letto col febbrone: cosa posso fare per passare il tempo mentre tutti danzano e festeggiano? Scrivere un thriller, no?

Detto fatto. Scritto a penna sul mio taccuino rosa-arancio di carta riciclata. Tredici amici si riuniscono per una festa in un’antica villa in Toscana. Qui scoprono un vecchio diario del milleottocento e… Non vi dico di più , ma scommetto che anche voi vi divertirete e proverete un bel po’ di brividi (non per la febbre, spero…). Oltre al fatto che si tratta di un mio romanzo e quindi… niente di convenzionale, ma molte sorprese e percorsi “karmici” inattesi.

Insomma, quanto serve per nutrire lo spirito e scatenare le emozioni… divertendosi! amazon_it-logo

Il libro potete scaricarlo immediatamente dal web: su Amazon in formato Kindle e sui diversi store per il formato epub – IBS, Barnes and Noble, Unilibro, Apple – cliccando sul logo di una delle librerie qui a destra, per leggerlo in tutta comodità sul vostro reader.

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Oppure potete acquistarlo in formato cartaceo su www.nemoeditrice.it o ordinarlo presso la vostra libreria di fiducia. Sono sicura che troverete la soluzione che fa per voi.logo-in-mondadori

Dunque, cari amici, buona lettura e buon divertimento! :-)

LA CONTESSA DI CALLE – Tramalafeltrinelli_logo

Aprile 2011. Il ritrovamento di un antico diario getta finalmente luce sul mistero che da due secoli avvolge la cittadina di Calle in Toscana. A chi appartiene il fantasma che si aggira nelle notti di nebbia presso villa Muriano? Una serie di delitti emerge progressivamente dalla lettura del diario, accentrando l’attenzione sulla figura di un’enigmatica contessa vissuta ai principi del Milleottocento. Spetterà alla scrittrice Cecilia De Ambris e ai suoi amici, riunitisi in villa Muriano, dipanare il giallo della sua vicenda.

In un alternarsi di momenti divertenti e ironici, caratterizzati da gag di vivace humor nero, e momenti drammatici e carichi di suspense, la serata culminerà in una tragica scoperta, fino alla presa di coscienza definitiva: solo la forza dell’amore e il perdono possono illuminare l’oscurità e salvare un’anima in pena.

Giallo, erotismo, humor ed esoterismo si fondono all’interno di una narrazione in cui il passato si sovrappone al presente, per dar vita a una lettura brillante e allo stesso tempo ricca di fascino e mistero, in grado di tenere il lettore col fiato sospeso fino al sorprendente epilogo.

Come nasce un capolavoro

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met-tosca-scarpiaForse non tutti sanno che…

la prima stesura di “E lucevan le stelle” era completamente diversa da quella che conosciamo oggi.  Illica, nei suoi versi, aveva delineato un giovane Cavaradossi che, in punto di morte pensava alla patria, alla spenta Repubblica Romana, allo Stato Pontificio.

Puccini lesse quella prima stesura e andò su tutte le furie: in un toscano non proprio raffinato, come d’abitudine. Ecco il momento clou della conversazione tra Illica e Puccini a questo proposito:

puccini_pianoforteIllica: – Giacomo, che ne pensi? Non ti pare una magnifica romanza?
Puccini: – Magnifica pol’esse, romanza poco, anzi, niente! Ma ti pare che un giovine bello che sta per morì sta a pensà a codeste segate?! Pensava, ma alle cosce e ar culo di Tosca!

Illica riscrisse il testo. Il resto è storia. anzi di più: è un capolavoro.

(FONTI: “Puccini, maledetto toscano“, di Giampaolo Testi)

Carmen Margherita Di Giglio, Milano 23 luglio 2013

 

Il libro è fashion!

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1011536_10201457681714764_2100983135_nSiete orgogliosi di farvi notare con il vostro libro fra le mani? Se siete fanatici della moda, è in arrivo per voi una buona  notizia : sembra che il libro sia diventato un oggetto  di tendenza! Molto fashion!

Qualche anno fa pronosticai che, con l’avvento dell’ebook, il libro cartaceo non sarebbe affatto morto, ma avrebbe conosciuto nuova vita come oggetto fashion e decorativo, da esporre su un tavolino in bella vista o riprodotto più o meno ovunque. Non immaginavo però che tutto questo sarebbe accaduto presto, prestissimo… oggi stesso!

“La letteratura è diventata cool e si fa oggetto di marketing. Con una dose d’ironia, appare nelle boutique di moda e si legge sui vestiti” scrive la rivista Slate.

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Il libro-oggetto e i grandi nomi della letteratura mondiale compaiono nelle vetrine di moda e sui capi d’abbigliamento. Copertine dallo stile tradizionale, citazioni letterarie stampate su t-shirts o tazze: la letteratura è ovunque, o quasi, ed è sicuramente «in» farsi vedere con un importante classico fra le mani!

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Date un’occhiata a queste foto o visitate questi siti e vi farete un’idea.

http://outofprintclothing.com/

http://www.etsy.com/fr/listing/150896084/pride-and-prejudice-jewelry-peacock-book?ref=shop_home_active

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… E NON FARTI FREGARE DAI BASTARDI

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Non illegitimi te carborundum: «Non farti fregare dai bastardi». Questa massima pseudo-latina fu trovata sulle mura di un campo di prigionia e pare che fosse stata adottata come motto dai servizi segreti dell’esercito britannico durante la seconda guerra mondiale. In ogni caso, tutti gli artisti dovrebbero farne tesoro.

Parliamo di artisti. Ma allora chi sono gli illegitimi di cui discutiamo in questa sede? Secondo Stephen Vizinczey, scrittore, saggista e filosofo ungherese, autore del saggio Verità e menzogne in letteratura (Truth and Lies in Literature), si tratterebbe dei professoroni d’ogni tempo, i vari Saint Beuve che ci “inducono a credere nella reincarnazione multipla” (sarebbe a dire che, purtroppo, non muoiono mai).

Cito Vizinczey: « Il critico artista mancato è un luogo comune. La questione interessante è perché questi mediocri invidiosi arrivino a posizioni di comando nella burocrazia della cultura, a pronunciare sentenze di vita o di morte su artisti che cercano di farsi strada. La risposta sembra trovarsi nel disagio dell’establishment di fronte all’esuberante sicurezza del talento e all’autorità morale di artisti che presumono di giudicare la società con la loro intelligenza senza esserne stati incaricati da nessun comitato o commissione. Ciò costituisce una sfida nei confronti di tutti gli esperti designati, quindi il critico deve esser qualcuno in cui avere fiducia, non qualcuno che si lascia trasportare dall’autorità della verità e della bellezza. » (da Verità e menzogne in letteratura, Harper’s, giugno 1986.)

Con buona pace di quelli che, identificandosi con i mediocri in questione, strilleranno istericamente o con ostentata pacatezza che sono loro gli unici detentori della verità.

Per fortuna viviamo in una società democratica… O no? Quanto alla massima in questione, gli artisti che tengono ben presente questo avvertimento sopravvivono e, molto spesso, emergono. È il caso di Henry Beyle, meglio conosciuto come Stendhal: se avesse dato troppo peso alle critiche o, peggio, alla simulata indifferenza di Saint Beuve (il critico designato a emanare sentenze di vita o di morte sugli scrittori del suo tempo), forse oggi non avremmo potuto apprezzare le sue opere (sto parlando de Il rosso e il nero e de La Certosa di Parma, solo per dirne due).

Certo non si fece “fregare” Maria Callas, all’anagrafe Maria Kalogeropoulos, quando, ancora sconosciuta, dopo la prima audizione alla Scala fu stroncata dall’illegitimus del tempo, Mario Labroca, colui che decideva le sorti dei cantanti nel tempio dell’arte musicale italiana. Labroca sentenziò che Maria Kalogeropoulos avrebbe fatto meglio a ritornarsene in America perché il suo talento era praticamente “niente”. Maria Kalogeropoulos però non gli diede ascolto. Sappiamo tutti come andò a finire.

Questi illustri esempi c’insegnano a superare la smania di cercare l’approvazione altrui. Finché si è ragazzini tra i banchi di scuola, passi… ma quando si è adulti occorre aver acquisito un certo senso d’autonomia e autocoscienza (ciò che a scuola purtroppo non ci viene insegnato) per capire se quello che produciamo sia davvero c@cca oppure no… o se per caso non lo sia quello che ci propinano i media e i critici designati. Purtroppo molti di noi rimangono per sempre bambini: cercano ancora l’approvazione di mamma, papà e professore (alias l’editore o il critico di turno), e gli abili manipolatori speculano su tali insicurezze.

Concludendo, e con tutto il rispetto per le altrui opinioni, abbiamo il diritto di essere NOI per primi a decidere se quello che facciamo ha valore oppure no (dopo aver sviluppato onestà, umiltà e autoconsapevolezza, s’intende, ma questo è un discorso che proseguirò in altra sede) ed eventualmente a darci da fare per autopromuoverlo. Ciò non sminuisce affatto il nostro operato, ma, in un mondo dove la maggior parte di noi ha ancora paura di dire IO SONO e si affida acriticamente al consenso delle autorità esterne, sicuramente contribuisce all’affermazione di due qualità rare: il coraggio e l’indipendenza.

Milano (pubblicato il 08/07/2012)

© 2012 Carmen Margherita Di Giglio. Tutti i diritti riservati.

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“Senso” o della maschia bellezza

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Definito dalla critica «il più bel racconto italiano del secondo ‘800», Senso di Camillo Boito fa parte della raccolta Nuove Storielle Vane, pubblicata nel 1883. La vicenda è nota al grande pubblico grazie alla trasposizione cinematografica di Luchino Visconti: la trentanovenne contessa Livia rievoca nel suo diario una relazione d’amore dei suoi ventidue anni con un giovane soldato dell’esercito austro-ungarico, Remigio Ruiz (da Visconti ribattezzato Franz Mahler).

Se Visconti conferisce importanza centrale all’aspetto storico della vicenda (siamo alla vigilia della battaglia di Custoza, e nel film Livia collabora con i patrioti italiani congiurando al fianco del cugino Ussoni), Boito mette da parte istanze patriottiche e motivazioni politiche per focalizzare l’attenzione del lettore su ben altre tematiche. Il racconto è difatti tutto imperniato sulla centralità della “bellezza”, elemento costante nella produzione letteraria boitiana (vedi ad esempio le novelle Un corpo e Baciale ‘l piede e la man bella e bianca, entrambe facenti parte della raccolta «Storielle Vane» pubblicata da Treves nel 1876). E proprio qui sta il lato sorprendente, l’assoluta modernità della narrazione: non la convenzionale e abusata bellezza femminile, che sebbene decantata attraverso lo specchio della contessa, è colta nella sua prima decadenza; ma la conturbante bellezza maschile, concupita, posseduta, contemplata attraverso l’occhio di una donna.

«…Mi parve fatto di marmo tanto era candido e bello» scrive la contessa Livia nel suo diario; «ma il suo ampio torace si agitava per il respiro profondo, e i suoi occhi celesti brillavano, e dai capelli biondi cadevano le gocciole come pioggia di lucenti perle…». La bellezza dell’amante è in grado di ispirarle una violenta passione all’interno di uno spregiudicato gioco di contrasti; cosicché, tanto più l’animo dell’uomo si degrada in debolezze, bassezze e meschinità, tanto più il suo corpo le appare bello e vigoroso ed esalta in lei l’ardore dei sensi, dando vita a una dinamica interiore di luci e ombre che sembra concettualizzare certe impressioni cromatiche pittoriche care all’autore: « Mi piaceva in quell’uomo la stessa viltà. – Scrive ancora Livia: – Quando esclamava: – Ti giuro, Livia, non amerò e non abbraccerò mai altra donna che te – io gli credevo; e, mentre egli mi stava innanzi ginocchioni, lo guardavo adorando, come fosse un Dio. […] La perfetta virtù mi sarebbe parsa scipita e sprezzabile al paragone de’ suoi vizii; la sua mancanza di fede, di onestà, di delicatezza, di ritegno mi sembrava il segno di una vigoria arcana, ma potente, sotto alla quale ero lieta, ero orgogliosa di piegarmi da schiava. Quanto più il suo cuore appariva basso, tanto più il suo corpo splendeva bello».

Il contrasto trova il suo culmine nell’ultima scena della novella: dopo aver denunciato per diserzione il suo giovane amante, Livia lo vede a avviarsi alla fucilazione al fianco di un altro condannato a morte. Nel raffronto con l’altera dignità di quest’ultimo, che incede fiero, Remigio, singhiozzante, l’affascina nella sua viltà, e l’immagine del suo corpo statuario, piegato dalla paura, riaccende in lei un’ultima fiamma di perversa eccitazione.

Livia, dunque, non è l’eroina caduta del film viscontiano; e non è neppure vittima sino in fondo del morboso sentimento che esibisce con caparbietà fino alla conclusione. Insomma non le appartengono le lacrime e il pentimento che si è soliti associare a certi personaggi femminili. Se c’è qualcosa che riesce a scalfire il cinismo della protagonista boitiana non è un uomo, non è la passione, ma il tempo. Sotto quest’aspetto essa precorre la marescialla di Hoffmanstall musicata da Strauss nel Rosenkavalier, ma non ne possiede la delicata grazia da tramonto autunnale, né potrebbe mai proferire con rassegnata levità guardandosi allo specchio: «Il tempo: un affare bizzarro!» (Die Zeit, die ist ein sonderbar Ding!).

Livia non si rassegna, e al termine del racconto siamo quasi sicuri che l’avrà vinta, a modo suo, anche sul trascorrere delle ore.

Carmen Margherita Di Giglio

Prefazione a “Senso” di Camillo Boito per l’edizione 2012 Nemo Editrice in vendita su inMondadori: http://www.inmondadori.it/Senso-Boito-Camillo/eai978889025079/
http://www.amazon.it/Senso-Il-narratore-ebook/dp/B008EY7CC8/ref=sr_1_2?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1377038235&sr=1-2&keywords=Senso+boito

Il potere creativo dell’Immaginazione Artistica

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“Creatio ex nihilo sui et subiecti” è un concetto fondamentale della filosofia patristica che definisce la creazione come realizzazione a partire dal nulla (lett. “Creazione dal nulla di se stesso e di un soggetto”). È questo il modo di procedere proprio dell’Immaginazione Artistica. L’Immaginazione è il dono che l’Artista trae dalla Divinità immanente, la porta che fornisce l’accesso alla Verità. Ogni autentica ispirazione è una replica del soffio della creazione, il Ruah Divino, il primo alito che infuse vita nelle cose dell’Universo (Gen. 1:1). Già nel secolo XVIII, William Blake, poeta, incisore, pittore e profeta, aveva intuito che alla base dell’Arte vi è l’Immaginazione quale vera forza creativa, poiché l’Artista non copia dalla natura: l’autentica Arte è creativa, non imitativa o associativa. Quando scruta negli abissi dell’anima, nelle profondità della mente umana e negli errori della Storia, l’Artista evoca la completezza della Creazione basata sugli opposti: del giorno e della notte, dello yin e dello yang, giacché nel regno delle cose terrene non può esistere luce senza tenebre, così come non può esistere il concetto di armonia se non vi è irregolarità che gli si contapponga; l’alchimia dei contrari contribuisce a comporre la Bellezza, di cui l’arte è Madre e Padre al tempo stesso.

Come suggerito nell’evangelica Parabola dei Talenti, l’Artista, nell’avvertire il senso della propria missione, ha l’obbligo di non nascondere i propri talenti sotto terra, ma di metterli al servizio dell’umanità. Ed è probabilmente ciò che intendeva il compositore Richard Wagner quando dichiarava : «Io sono nato quale strumento per qualcosa di più alto di quanto il mio essere non permetta. Sono nelle mani del Genio Immortale che servo per tutto il tempo che durerà la mia vita, ed Egli intende che io porti a termine solo ciò che posso realizzare». Non un atto di auto-indulgenza o di sterile orgoglio, ma ciò che ogni Artista dovrebbe sempre tener presente: il senso della propria missione e del servizio che tramite la propria opera egli rende alla Divinità immanente.

In apertura di quest’anno 2012 voglio ricordare – agli Artisti in generale ma soprattutto a noi tutti, Artisti della Vita e creatori della nostra realtà – quanto questa sia considerata un’epoca di nuovi inizi. Molti sono convinti che sia in atto un cambiamento di coscienza a livello planetario. Personalmente non seguo queste teorie, ma se proprio vogliamo parlare di cambiamento di coscienza, allora esso non può prescindere dall’Arte. Anzi, potremmo dire che “deve” avere inizio dall’Arte. In ogni epoca l’Artista ha avuto il compito di plasmare il mutamento, dandogli forma, così come il vasaio plasma la sua creta e lo scultore realizza la propria opera sbozzando la materia. Se però vogliamo porci sulla strada dell’evoluzione e del risveglio, la nostra sfida principale deve consistere nel plasmare noi stessi quale prima Opera d’Arte, liberandoci dalle credenze basate sulla paura piuttosto che sull’amore, sul dubbio piuttosto che sulla fede, sulla preoccupazione piuttosto che sulla fiducia: un invito per ogni Artista della Vita a realizzare nel modo più pieno e completo la propria chiamata.

Carmen Margherita Di Giglio

« L’immaginazione non è uno stato mentale: è l’essenza stessa dell’esistenza umana. » (William Blake)

«L’arte non riproduce il visibile; piuttosto, crea il visibile. » (Paul Klee)

« La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo.» (Albert Einstein)

« La logica ti porterà da A a B. L’immaginazione ti porterà ovunque.» (Albert Einstein)

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MANN E I SUOI DEMONI MUSICALI (Parte terza)

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Il Nazismo strumentalizzò la cultura wagneriana dominante per penetrare nello spirito delle classi borghesi erudite. Il più importante saggio di Thomas Mann, “Sofferenza e grandezza di Richard Wagner “, rappresenta il tentativo di offrire un’alternativa alla versione ufficiale che considerava Wagner il “santo patrono del solipsismo tedesco”. “Mann cercò invece di dare una visione artistica, cosmopolita e psicologica del compositore.

La parola “dilettantismo” nei confronti di Wagner fu sufficiente a creare agitazione nell’intero establishment wagneriano. Nel marzo del 1933, “la città wagneriana di Monaco di Baviera levò una protesta” nei confronti Thomas Mann, accusato di intorbidare la reputazione dei “giganti culturali tedeschi”. La protesta fu sollevata in primis dal successore di Bruno Walter, Hans Knappertsbuch, e firmata – tra gli altri – da Hans Pfitzner e Richard Strauss. In realtà fu la cultura musicale borghese di Monaco, e non le autorità naziste, ad allontanare Thomas Mann dalla Germania (e addirittura in nome di Wagner!). I nazisti lodarono la “volontà del popolo” con gioia sardonica. La “ex-comunicazione nazionale ” fu un trauma mortificante, il peggiore che uno scrittore abbia mai sperimentato da parte del pubblico tedesco, e, come per la vicenda di Bruno Walter, una motivazione significativa per la stesura del “Doctor Faustus”, un romanzo sulla connessione tra musica e politica.

La musica, più di ogni altra forma d’arte, fu al servizio dell’immagine culturale dei nazisti. Il Festival di Bayreuth era una vera e propria vetrina per il Terzo Reich. I concerti di Wilhelm Furtwängler raggiungevano gli ascoltatori di tutto il mondo. Anche Thomas Mann, l’emigrante, si aggrappava alla sua radio, benché nutrisse alcuni scrupoli: “Non avremmo dovuto ascoltare, non avremmo dovuto porgere il nostro orecchio alla truffa”, scrisse nel suo diario dopo una trasmissione del “Lohengrin” nel 1936. Per lui Wilhelm Furtwängler era l’esempio più potente dell’artista che pensa di poter custodire la cultura in un vuoto politico. E la raffigurazione dell’arroganza musicale tedesca era espressa da dichiarazioni del tipo “nessuna vera sinfonia è mai stata scritta da un non-tedesco».

Hans Rudolf Vaget sostiene che fu un errore contrapporre a Thomas Mann il mediocre scrittore Frank Thiess nel dibattito sull’”emigrazione interna”: in realtà sarebbe stato molto più adeguato Furtwängler, il “rappresentante emblematico” di tutti coloro che si erano adattati. Sebbene intimamente si opponesse al regime, il direttore d’orchestra si identificava con la Germania bellicosa e “tragicamente” decadente. Allo stesso tempo aiutava i perseguitati, e mantenne sempre aperti i contatti con i suoceri ebrei di Thomas Mann. Egli visitò i Pringsheim nel corso dell’anno 1937-1938, dopo che erano stati scacciati dal loro palazzo di Monaco di Baviera; il “dolce Willi” trascorse “ben due ore e mezzo” con noi, come Edvige Pringsheim riferì alla figlia Katia a Zurigo . Ma Thomas Mann era scettico a tale proposito. Egli considerò i quindici minuti di standing ovation che Furtwängler ricevette dopo il suo primo concerto nel dopoguerra a Berlino, come una prova di incorreggibilità politica.

Il critico musicale Joachim Kaiser si chiede: “Può il destino di Adrian Leverkühn, può la vita e il crollo di un compositore paralizzato e fatalmente brillante rappresentare in modo convincente o plausibile il crollo della Germania di Hitler?” E se lo chiede in modo tale che l’unica risposta possibile è “no”.
In realtà non vi è alcuna analogia allegorica tra Leverkühn e la Germania nazionalsocialista. Hans Rudolf Vaget interpreta piuttosto la raffigurazione del rapporto tra musica e politica presente nel romanzo nel senso di “anticipazione”. Il tentativo da parte di Leverkühn di eliminare il “non-tematico” da una composizione, nella ricerca di un”organizzazione perfetta” del materiale musicale, è una prefigurazione degli aspetti totalitaristici del Terzo Reich. Per Vaget, “anticipazione” significa che la ricettività collettiva al nazionalsocialismo è già evidente nello sviluppo culturale dell’epoca precedente – la “mentalità del periodo di incubazione “.

In questo senso, il “Doktor Faustus” analizza la profonda crisi della musica tedesca nell’era post-wagneriana. “Finis musicae”, la parola d’ordine che circolava all’inizio del 20° secolo, esprimeva perfettamente la preoccupazione che la grande tradizione musicale tedesca potesse essere prossima alla fine. Quando e come sarebbe stato più possibile un salto innovativo sul modello del “Tristano”?

Con la sua apertura verso nuove forme, il romanzo di Mann sulla musica affronta, inoltre, la tematica della necessità di garantire sicurezza a tutto il mondo, anche se questo significa far ricorso a mezzi demoniaci. Adrian Leverkühn mira a una “Führerschaft” o “leadership” musicale – una conquista del mondo attuata dal genio. Egli vuole “aprire una breccia fra le ingombranti difficoltà dell’epoca” e “sconfiggere l’avanzata della marcia.” Da questo punto di vista, Thomas Mann comprendeva Schönberg meglio del suo consulente musicale Theodor Adorno, che considerava invece più importanti le tendenze oggettive della “materia musicale”. In realtà Schönberg aveva parlato di composizione basata sul sistema dodecafonico in senso totalmente Leverkühniano e con un certo grado di arroganza faustiana: “Ho fatto una scoperta che assicurerà il predominio della musica tedesca per i prossimi cento anni”. Pertanto, mentre Leverkühn ha poco in comune con i discorsi proto-fascisti degli intellettuali di Monaco, il compositore è invece un “Maestro di origine Germanica” (cit.) che non solo prende parte al concetto di superiorità musicale tedesca, ma ne è l’incarnazione.

Nel 1948, riascoltando l’ultimo atto dell'”Oro del Reno”, Thomas Mann osservò: “Per quest’unico brano darei tutta la musica di Schönberg, tutti i Berg, i Krenek e i Leverkühns.” Non c’è da meravigliarsi se il romanzo è stato accusato di essere un po’ ipocrita – Thomas Mann permette che Leverkühn componga una musica che diverge dai suoi gusti musicali! È strana quest’obiezione: perché mai presupporre che la raffigurazione delle cure mediche nella “Montagna incantata” rifletta il desiderio di Thomas Mann stesso per tali cure, e perché invece ritenere che gli altri campi della conoscenza presenti nei suoi romanzi siano basati su un senso soggettivo della credibilità?

No, Mann non amava particolarmente ascoltare musica dodecafonica, ma ne apprezzava la sfida estetica, l’attrattiva intellettuale – e l’utilità letteraria. Così si lasciò stimolare da Adorno, che conferisce a certi passaggi del romanzo una forte spinta nella direzione della “dialettica negativa”, altrimenti piuttosto estranea alla comprensione musicale di Mann. Il capitolo Kretzschmar sulla Sonata per pianoforte di Beethoven Opera 111 è stato il primo ad essere influenzato da Adorno, e Joachim Kaiser – sebbene impressionato dal talento di Mann nel descrivere la musica – lo accusò di compiere errori fondamentali. L’equilibrio mentale del suo “Consigliere Segreto” doveva essere parso alquanto discutibile allo stesso Mann. Si potrebbe dedurre, dal modo in cui alla fine Mann inserisce Adorno nel suo romanzo quale incarnazione del diavolo, che costui fosse “un intellettuale che compone musica egli stesso, ma solo fino al punto in cui glielo permette la sua capacità di pensare.” Una riflessione piuttosto maligna, che colpiva un nervo scoperto: le composizioni musicali di Adorno non avevano mai soddisfatto le sue aspettative.

Il Modello dell'”anticipazione” proposto da Hans Rudolf Vaget è convincente, sebbene celi  le lacune concettuali presenti nel “Doctor Faustus”. Sia Leverkühn che la Germania nazista cercarono di fare un patto col diavolo, ma Leverkühn è tutt’altro che un wagneriano fascista. Egli è un compositore che sotto Hitler sarebbe stato certamente ostracizzato quale “bolscevico culturale”, ciò che confonde anche i critici più intelligenti. Ogni parallelismo tra musica e romanzo tedesco proposto da Mann resta dunque problematico – e, proprio per questo, interessante, perché non potrà mai generare interpretazioni pienamente armoniose.

Traduzione di Carmen Margherita Di Giglio © 2011

Wolfgang Schneider, scrittore, vive a Berlino. E’ l’autore del libro su Thomas Mann “Lebensfreundlichkeit und Pessimismus. Thomas Manns Figurendarstellung”

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Carmen Margherita di Giglio – Intervista

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carmen margherita di giglio (2)Carmen Margherita Di Giglio parla del suo romanzo “Werdenstein” (Trilogia nazista – Nemo Editrice)

La seguente intervista è stata rilasciata al Giornale Letterario e pubblicata nel numero 11 del maggio 2011.

Come nasce l’idea di “Werdenstein”? La genesi di “Werdenstein” è strettamente collegata alla nascita dell’intera Trilogia Nazista. In origine “Werdenstein” era soltanto un breve capitolo che avrei voluto inserire nel romanzo“Lo scrigno di Ossian” poco prima della sua pubblicazione, per far luce sui primi anni di vita di uno dei personaggi principali, ossia Philipp von Rosenberg, il duca di Werdenstein. In realtà quel breve capitolo fu presto rimosso in quanto inappropriato al tono generale della narrazione. Lo recuperai fortuitamente dal cestino della carta straccia. Con mia sorpresa quelle poche pagine sembravano contenere i germi di una nuova ispirazione, ben più ampia e complessa di quanto potesse far prevedere il progetto iniziale. Ampliai dunque il capitolo estromesso e scrissi “Werdenstein” in breve tempo, facendone così il secondo romanzo di una trilogia, di cui “Lo scrigno di Ossian” sarebbe stato il primo volume. E una volta terminata la stesura, passai subito a elaborare lo schema del terzo, su cui sto lavorando attualmente.

Quali sono stati i tempi di stesura? Sebbene “Werdenstein” sia stato scritto in pochi mesi, in realtà ha richiesto cinque anni complessivi di lavoro continuo e assiduo in fase di revisione, tra ricerche storiche e scelte linguistiche e stilistiche. Non si potevano liquidare in pochi mesi di lavoro circa trent’anni di storia, né ignorare le molteplici problematiche scaturite da una vicenda scritta in lingua italiana ma ambientata in Germania, tra personaggi di nazionalità tedesca.

Perché Trilogia Nazista e che ruolo ha “Werdenstein” al suo internoIl nazismo è il filo conduttore storico che lega l’intera trilogia, nonostante essa spazi ben oltre quell’epoca, sia per ambientazione che per contenuti. “Werdenstein” ne costituisce l’antefatto, il prequel, come usa dire nel linguaggio cinematografico. Ecco perché affermo spesso che i primi due volumi della Trilogia Nazista, “Lo scrigno di Ossian” (vol 1) e “Werdenstein” (vol. 2), possono essere tranquillamente letti anche invertendo l’ordine di uscita.

Come nascono dalla sua penna i personaggi?

Per la creazione dei personaggi e della trama, di fianco a un’approfondita documentazione storica, utilizzo spesso un procedimento che si potrebbe definire “visionario”. I personaggi si presentano spontaneamente al mio occhio mentale come in una sequenza cinematografica: io li accolgo così come sono, senza giudicare né cercare di cambiare alcunché, nomi compresi. Mettendo a fuoco l’obiettivo, posso entrare nel loro animo e viverne in prima persona emozioni e sensazioni. Dopodiché il mio impegno è rivolto a descrivere ogni cosa con chiarezza e distacco, attraverso un filtro razionale. È anche fondamentale accertarmi che le sequenze e i dettagli storici percepiti siano il più accurati possibile. Per questo, dopo una prima stesura di getto, trascorro lunghi periodi di ricerche, tra biblioteche, archivi e viaggi. Le conferme sono spesso sorprendenti.

Da cosa scaturisce la scelta di ambientare la vicenda in Germania? Credo che a questo proposito abbia influito in maniera decisiva la mia attività di musicista e di soprano. Durante la mia carriera concertistica ho cantato in Germania e studiato approfonditamente il repertorio tedesco: da Mozart a Schubert, da Händel a Wagner a Strauss, ciò che ha influito senz’altro sulla genesi della Trilogia Nazista. In ogni caso, le immagini e i personaggi dei miei libri scaturiscono spesso da ispirazioni musicali. È la musica che genera molte delle mie visioni letterarie, è la musica che mi permette di trovare una connessione con mondi in apparenza lontani: sono convinta che essa ci conceda la facoltà di penetrare nell’anima di una nazione e di un’epoca meglio e più profondamente di quanto possa fare qualunque tipo di ricerca o di comprensione su basi razionali.

Dove può essere acquistato “Werdenstein”?

In vista di una distribuzione più capillare nelle librerie, “Werdenstein” può essere acquistato tramite internet, sul sito di Nemo Editrice o su IBS, Libreria Universitaria, Unilibro, Dea Store e Webster. Oppure è possibile ordinarlo telefonicamente ai seguenti numeri: 0291701376, cell. 3701001546, o inviare una mail a info@nemoeditrice.it con i propri dati, citando il codice di sconto 7788: in entrambi i casi il libro arriverà a comodamente a casa in contrassegno (ossia pagando direttamente al postino) al prezzo scontato di euro 16.00, spese di spedizione gratuite.


Blake… chi era costui?

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A William Blake dedicai la mia prima pubblicazione letteraria, il racconto esoterico-fantastico “Sogno di una notte di pieno inverno”. Al famoso simbolo della “Tigre” blakiana, si ispirano inoltre gli ideali di Nemo Editrice, impresa editoriale da me fondata nel 2006. Associata al potere e alla forza della creazione (artistica e non), la tigre è l’archetipo allegorico dell’immaginazione originaria, come nella visione esoterica del poeta: creata da un potente demiurgo in grado di proiettare in essa i suoi poteri divini, la tigre evoca un complesso di forze “titaniche” e fa appello alla capacità creativa. Il suo simbolo è dunque collegato alla forza energetica sovrannaturale dell’artista creatore, alla potente energia che apre le porte alla percezione sovrasensoriale, indispensabile alla creazione artistica in quanto partecipe della facoltà divina di accedere all’Assoluto.

Ma chi era in realtà William Blake? Vediamolo insieme…

William Blake (Londra, 28 novembre 1757 – Londra, 12 agosto 1827) fu poeta, incisore e pittore inglese.

Largamente sottovalutata mentre egli era in vita, oggi l’opera di Blake è considerata estremamente significativa e fonte di ispirazione sia nell’ambito della poesia sia delle arti visive.

Considerato un tempo pazzo per le sue idee stravaganti, attualmente è invece molto apprezzato per la sua espressività, la sua creatività e per la visione filosofica che sta alla base del suo lavoro. Come un giorno ha suggerito egli stesso:«L’immaginazione non è uno stato mentale: è l’essenza stessa dell’esistenza umana

Anche se la sua pittorica e la sua poesia sono state solitamente valutate separatamente, Blake spesso se ne servì di concerto per creare opere che di colpo sfidassero e sostituissero le convenzioni in uso. Si definiva capace di discutere e confrontarsi con i profeti dell’Antico Testamento e profuse un grande sforzo per creare le illustrazioni per il Libro di Giobbe. Ma l’amore dell’artista per la Bibbia si affiancava ad un’aperta ostilità verso la Chiesa d’Inghilterra (intesa come apparato istituzionale), e le sue convinzioni religiose erano influenzate dall’attrazione per il Misticismo e lo gnosticismo, nonché dalla fascinazione verso il movimento romantico che a quel tempo era in pieno sviluppo.

Alla resa dei conti, la difficoltà che si incontra nel tentativo di inserire William Blake in un qualsiasi periodo o movimento della storia dell’arte è forse la caratteristica che meglio riesce a definirlo.

Blake ha svolto un ruolo cruciale per lo sviluppo del moderno concetto di immaginazione nella cultura occidentale. La sua convinzione che l’umanità possa superare i limiti a lei posti dai cinque sensi è forse il suo più grande lascito: « Se le porte della percezione venissero sgombrate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito. » (William Blake -The Marriage of Heaven and Hell) .

Blake detestava la schiavitù e credeva nell’eguaglianza tra le razze e tra i sessi. In molti dei suoi dipinti e molte delle sue poesie esprime un concetto di umanità universale,secondo un’accezione del tutto confacente anche al pensiero massonico:”Tutti gli uomini sono uguali (attraverso le loro infinite differenze)“.

La sua sensibilità lo portò a interessarsi per tutta la vita degli avvenimenti politici e sociali, ma fu spesso costretto a mascherare i suoi ideali e il suo pensiero politico dietro allegorie religiose.

Rifiutò sempre qualsiasi forma di autorità imposta. In particolare, il punto di vista di Blake su ciò che vedeva come una forma di oppressione e una restrizione del diritto alla piena libertà si estese anche nel confronti della Chiesa.

Le sue convinzioni religiose sono evidenti nelle Songs of Experience (1794), in cui mostra il suo diverso atteggiamento nei confronti del Dio dell’Antico Testamento,del quale rifiutava le limitazioni imposte all’uomo, e il Dio del Nuovo Testamento(Cristo parte della Trinità), del quale vedeva invece l’influenza positiva.

Nonostante gli attacchi di Blake alla religione tradizionale ai suoi tempi sembrassero scioccanti, il suo rifiuto della religiosità non era un rifiuto della religione in se stessa. La sua opinione sulla religione tradizionale risulta evidente alla lettura di The Marriage of Heaven and Hell, dove in Proverbs of Hell scrive: « Le prigioni sono costruite con le pietre della legge, i bordelli con i mattoni della religione »; ed anche: «Come il bruco sceglie le foglie migliori per deporvi le uova, così il prete lancia i suoi anatemi contro le gioie più grandi. »

In The Everlasting Gospel, Blake non ritrae Gesù come un filosofo oppure, secondo la tradizione, un messia, ma come un essere dotato della massima creatività, al di sopra dei dogmi, della logica ed anche della morale. Scrisse: « Se fosse stato l’anticristo, Gesù, prostrandosi sottomesso, avrebbe fatto qualsiasi cosa per noi: sisarebbe introdotto furtivamente nelle sinagoghe, e non avrebbe trattato i più anziani e i preti come cani, ma umile come un agnello o un asinello, avrebbe obbedito a chiunque. Dio non vuole invece che l’uomo diventi umile. »

Gesù, secondo Blake, simbolizza nella sua unità la vitale relazione tra il divino e l’umano: « In origine esistevano una sola lingua e una sola religione: questa era la religione di Gesù, il Vangelo infinito. I tempi antichi ci mostrano il Vangelo di Gesù»

Fedele alla sua convinzione di non sottostare alle convenzioni e imposizioni dottrinarie e culturali, Blake costruì una propria mitologia,che occupa un ampio spazio dei suoi libri profetici. Era principalmente basata sulla Bibbia e sulla mitologia greca, ed accompagnava la sua idea del Vangelo eterno. Blake commentò che doveva “Creare un sistema oppure finire schiavo di quello di un altro uomo” .

Una delle obiezioni più forti che Blake portava contro il cristianesimo ortodosso era che sentiva che questo incoraggiava la soppressione dei desideri naturali e condannava le gioie terrene. In A Vision of the Last Judgement, egli dice che : « Gli uomini vengono ammessi in Paradiso non perché abbiano dominato e frenato le proprie passioni o non ne abbiano avute affatto, ma perché hanno coltivato la loro capacità di conoscere. Il Tesoro del Paradiso non è la negazione della passione, ma la realtà dell’intelletto, da cui tutte le passioni fuoriescono libere nella loro eterna Gloria. »

Blake credeva che la gioia dell’uomo innalzasse la gloria di Dio e che la religione praticata nel mondo fosse in realtà un culto di Satana. Era convinto che i cristiani ortodossi, anche a causa del loro rifiuto della gioia terrena, in realtà stessero adorando Satana e pensava a Satana come ad un errore e come ad uno Stato di morte.

Si opponeva ai sofismi teologici che giustificano il dolore, ammettono il male e trovano scuse per l’ingiustizia e detestava i tentativi di conquistarsi la beatitudine nell’altro mondo negando se stessi in quel modo.

Non credeva alla dottrina che insegnava Dio come un padrone, un’entità distinta dall’umanità e ad essa superiore. In particolare, vedeva il concetto di peccato come una trappola per incatenare i desideri degli uomini e credeva che costringersi ad obbedire ad un codice morale imposto dall’esterno fosse contrario allo spirito della vita.

Carmen Margherita Di Giglio – Milano 18 marzo 2011

(Fonti: Wikipedia e Il foglio massonico)

DONNE CHE CAMBIANO L’INDIA

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L’India sta cambiando. Nel cuore del cambiamento ci sono le donne. Il cambiamento è diffuso e variegato, individuale e collettivo, e si riflette sull’intero spettro della vita femminile: in politica, in economia, nella loro vita quotidiana, nel mondo degli affari o nel lavoro in casa e fuori.

Nonostante le ancora enormi contraddizioni e disparità di genere che caratterizzano la nazione, ecco alcuni importanti effetti di questo grande cambiamento:

nel 2010 più di 2,2 milioni di donne sono state elette in posizione di potere nei villaggi dell’India. L’India è ormai salita al primo posto nel mondo in termini di presenza femminile in politica.

Molte delle principali banche di settore pubbliche e private sono dirette dalle donne, che hanno occupato posizioni dirigenziali alla Reserv Bank of India, prima istituzione finanziaria del paese. E molte delle maggiori industrie indiane (dalle raffinerie di zucchero alle compagni alberghiere e di navigazione) sono sempre guidate dalle donne. La figura più potente nella politica al momento è Sonia Gandhi.

Nelle scuole primarie e secondarie il divario tra iscrizioni maschili e femminili è alto. Ma viene colmato alle superiori, dove, fin dall’anno dell’indipendenza (1947) il 50% degli iscritti sono ragazze.

Negli ultimi anni la presenza femminile nei settori tecnici e nei dietro le quinte del mondo dello spettacolo, è aumentata moltissimo. Non più soltanto dive di Hollywood, ma registe, coreografe, scenografe, sceneggiatrici, costumiste, tecniche del suono.

Una delle novità più importanti degli ultimi anni è il Right Information Contact, consente a tutti di richiedere informazioni sulle politiche e le pratiche del governo e di denunciare corruzione e comportamenti sospetti. Un ruolo chiave spetta a una donna, Aruna Roy, ex funzionario, ora attivista per i diritti civili.

Dopo il microcredito (tasso di restituzione delle donne 94%) arriva il brokering retail ad opera di Geojit BNP Baribas, che è stata la prima società privata a aprire agenzie con personale solo femminile. Per le clienti, corsi di informazione in tecniche di investimento finanziario. Le operazioni realizzate dalle donne hanno più successo di quelle degli uomini.

Carmen Margherita Di Giglio – Milano 5/3/2011

 

FONTI: Annie Zaidi (da Marie Claire 3/3/2011)

Annie Zaidi è nata a Allahabad (Uttar Pradesh), ha studiato a Rajasthan e Bombay. Ha lavorato come giornalista ed è attualmente impegnata per Frontline . Vive e lavora a Delhi.</e

Werdenstein – Lettura in video

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Spesso amici e conoscenti mi hanno chiesto di leggere in pubblico un capitolo del mio romanzo “Werdenstein” (Trilogia Nazista – Nemo Editrice 2010). Dal canto mio avevo pensato, tuttavia, non alla solita lettura in teatro o in biblioteca, ma a qualcosa di più “tecnologico”… un video insomma. Ed eccolo finalmente online.

Il video è stato registrato in questi giorni con mezzi semplici e poco sofisticati. Nonostante alcune imperfezioni tecniche dell’audio, il risultato mi è parso comunque accettabile e ho preferito offrirvelo in occasione di queste feste, piuttosto che attendere altri mesi per la sua realizzazione. Lo trovate su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=-nxIVWBbkvI e su Vimeo: http://vimeo.com/18223140

Si tratta di un “duetto” tra due personaggi maschili: il giovane Philipp von Rosenberg, protagonista del romanzo, e l’abate Alexander, priore dell’abbazia di Werdenstein e responsabile di una misteriosa commissione d’inchiesta facente capo al collegio di Bad Löwenfeld di cui Philipp è allievo.

Ringrazio gli Amici che mi hanno aiutato a realizzarlo e che mi hanno supportata con il loro appoggio e il loro entusiasmo.

A tutti, buon ascolto e un felice Anno Nuovo !

MAESTRO DI TE STESSO (Lettere a un giovane poeta)

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Nel 1903 il ventenne Franz Kappus invia a Rainer Maria Rilke (già affermato poeta e scrittore) i suoi primi tentativi di poesia, accompagnati da una lettera in cui chiede all’artista un giudizio critico sui propri versi. Inizia così un breve carteggio durato quattro anni, nel corso dei quali, con stupefacente saggezza e lungimiranza, ma anche con quella sincera umiltà che è il segno distintivo dei grandi artisti e delle grandi anime, Rilke affronta i principali temi della vita: l’arte, l’amore,  Dio, la solitudine e la morte. Pubblicate postume, le sue lettere presto si diffusero in tutti i paesi di lingua tedesca e da allora hanno rappresentato una sorta di “guida spirituale”, non solo per i poeti, ma per tutti coloro che sono in cerca del proprio cammino nella vita, oltre a costituire un successo editoriale mondiale che fino a oggi non ha conosciuto soste.

Lessi per la prima volta Lettere a un giovane poeta di Rainer Maria Rilke durante la stesura del mio romanzo Werdenstein, e precisamente mentre scrivevo i capitoli ambientati nel collegio militare di Bad Löwenfeld (1911). Vi si narrava, tra le altre cose, del giovane Andreas von Kluge, aspirante poeta e sfortunato amante del protagonista adolescente. “Vidi” (mi sia concessa l’espressione di sapore vagamente medianico) il giovane Andreas leggere e amare Rilke nel segreto, e l’impegno ad approfondire a mia volta la conoscenza del grande poeta praghese mi aiutò a penetrare più a fondo nella psicologia del mio personaggio.

Parlando in questi giorni con un mio allievo musicista, il quale desiderava da me un giudizio critico sulla propria opera di compositore e cantante, mi sono tornate in mente proprio quelle Lettere a un giovane poeta che, durante quegli studi, avevano destato il mio ammirato stupore. Sentivo che in esse era contenuta l’unica risposta possibile alla domanda che, più sottile e complessa, vibrava in segreto dietro la richiesta del mio allievo: «Sono davvero un artista io? Ho forse il diritto di dichiararmi tale? Chi può deciderlo?»

Dedico questa prima lettera di Rilke a tutti coloro che si sono posti la medesima domanda… siano essi scrittori, musicisti, pittori, non importa: le lettere di Rilke oltrepassano i confini della poesia, il loro contenuto si rivolge a tutti i percorsi della ricerca artistica, poiché parlano all’anima e al cuore, non solo all’intelletto, e, lontane come sono dallo stereotipo maestro-discepolo, racchiudono un invito a diventare, ognuno di noi, Maestro di se stesso.

Carmen Margherita Di Giglio (18/10/2010 ore 22:29)Brief Rilke 1

“Parigi, 17 febbraio 1903

Egregio signore,

la sua lettera mi è giunta solo alcuni giorni fa. Voglio ringraziarla per la sua grande e cara fiducia. Poco altro posso. Non posso addentrarmi nella natura dei suoi versi, poiché ogni intenzione critica è troppo lontana da me. Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un giudizio critico: se ne ottengono sempre più o meno felici malintesi. Le cose non si possono tutte afferrare e dire come d’abitudine ci vorrebbero far credere; la maggior parte degli eventi sono indicibili, si compiono in uno spazio inaccessibile alla parola, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, esistenze piene di mistero la cui vita, accanto nostra che svanisce, perdura. (…)

Lei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. Li invia alle riviste. Li confronta con altre poesie, e si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare. Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le impone di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza. Allora si avvicini alla natura. Allora cerchi, come un primo uomo al mondo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde. Non scriva poesie d’amore; eviti dapprima quelle forme che sono troppo correnti e comuni: sono le più difficili, poiché serve una forza grande e già matura per dare un proprio contributo dove sono in abbondanza tradizioni buone e in parte ottime. Perciò rifugga dai motivi più diffusi a favore di quelli che le offre il suo stesso quotidiano; descriva le sue tristezze e aspirazioni, i pensieri effimeri e la fede in una bellezza qualunque; descriva tutto questo con intima, sommessa, umile sincerità, e usi, per esprimersi, le cose che le stanno intorno, le immagini dei suoi sogni e gli oggetti del suo ricordo. Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri. E se anche si trovasse in una prigione, le cui pareti non lasciassero trapelare ai suoi sensi i rumori del mondo, non le, rimarrebbe forse la sua infanzia, quella ricchezza squisita, regale, quello scrigno di ricordi? Rivolga lì la sua attenzione. Cerchi di far emergere le sensazioni sommerse di quell’ampio passato; la sua personalità si rinsalderà, la sua solitudine si farà più ampia e diverrà una casa al crepuscolo, chiusa al lontano rumore degli altri. E se da questa introversione, da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi. Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori: poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso, una scheggia e un suono della sua vita. Un’opera d’arte è buona se nasce da necessità. È questa natura della sua origine a giudicarla: altro non v’è. E dunque, egregio signore, non avevo da darle altro consiglio che questo: guardi dentro di sé, esplori le profondità da cui scaturisce la sua vita; a quella fonte troverà risposta alla domanda se lei debba creare. La accetti come suona, senza stare a interpretarla. Si vedrà forse che è chiamato a essere artista. Allora prenda su di sé la sorte, e la sopporti, ne porti il peso e la grandezza, senza mai ambire al premio che può venire dall’esterno. Poiché chi crea deve essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura sua compagna.
Forse, però, anche dopo questa discesa nel suo intimo e nella sua solitudine, dovrà rinunciare a diventare un poeta (basta, come dicevo, sentire che senza scrivere si potrebbe vivere, perché non sia concesso). Ma anche allora, l’introversione che le chiedo non sarà stata vana. La sua vita in ogni caso troverà, da quel momento, proprie vie; e che possano essere buone, ricche e ampie, questo io le auguro più di quanto sappia dire.
Cos’altro dirle? Mi pare tutto equamente rilevato; e poi, in fondo, volevo solo consigliarla di seguire silenzioso e serio il suo sviluppo; non lo può turbare più violentemente che guardando all’esterno, e dall’esterno aspettando risposta a domande cui solo il sentimento suo più intimo, nella sua ora più quieta, può forse rispondere. (…)

Le restituisco inoltre i versi che gentilmente mi ha voluto confidare. E la ringrazio ancora per la grandezza e la cordialità della sua fiducia, di cui con questa risposta sincera, e data in buona fede, ho cercato di rendermi un po’ più degno di quanto io, un estraneo, non sia.

Suo devotissimo
Rainer Maria Rilke”


MANN E I SUOI DEMONI MUSICALI (Parte seconda)

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Nei racconti e nei romanzi di Mann, la musica di Wagner risuona nel punto centrale di ogni sconvolgimento. Essa infonde una deliziosa carica di adrenalina nei personaggi “stanchi di vivere” delle prime opere letterarie, offrendo una promessa di volo e di libertà. Ed è dotata di un potere di seduzione mortale. Sia nel “Piccolo signor Friedemann” che in “Tristano” o nei “Buddenbrook“, ogni qualvolta viene eseguito Wagner, la paralisi della volontà, la disgregazione e la fine sono prossime.

“Può ridurre l’aspettativa di vita e riattivare sentimenti repressi.” Avvertimenti del genere dovrebbero essere stampati su ogni biglietto del “Tristano”. L’argomentazione generale di Mann contro la musica è espressa da Ludovico Settembrini, personaggio de “La montagna incantata“, il quale paragona i suoi effetti a quelli dell’”oppio”. Fin dall’inizio, influenzato dalla critica di Nietzsche a Wagner, Thomas Mann sviluppò soprattutto le implicazioni politiche del tema, promuovendo una cultura del sospetto nei confronti della musica stessa. Di tanto in tanto, descriveva così anche il proprio rapporto con la musica, ad esempio quando in una lettera scrisse che era felice di aver perso le rappresentazioni di Wagner a Bayreuth: “Io sono inerme nei confronti della musica di Wagner. Sono sicuro che se avessi visto il ‘Parsifal’ non avrei potuto scrivere una riga per almeno due settimane. “Parole stupefacenti e non particolarmente credibili da parte di un autore che considerava la musica un elisir di vita e una fonte inesauribile di stimolo nel lavoro.

Egli fa “così tanta musica, quanta se ne può legittimamente fare senza far musica”, disse una volta. La sua ambizione era quella di creare “buone partiture“. In tal senso, l’uso wagneriano del leitmotiv era il suo modello. Sebbene il leitmotiv possa sembrare statico e stereotipato quale mezzo di caratterizzazione esterna, l’intreccio wagneriano permette un’esperienza più dinamica del tempo con l’alludere continuamente ad esso e con l’incorporare elementi del futuro e del passato, puntando al di là della consapevolezza del presente dei suoi personaggi. I passaggi di riflessione e di abbinamento dei motivi sono – secondo l’acuta espressione di Ernst Bloch – “soste nella conduzione della trama” durante il corso drammatico-musicale degli eventi.

 

 

Thomas Mann adottò tale procedura compositiva, e ciò coinvolge soprattutto la “musicalità” del suo stile narrativo. Egli considerò il linguaggio orchestrale di Wagner  una scuola dell’ambivalenza nel suo più profondo significato. Oltre agli elementi formali, molti dei racconti di Mann hanno riferimenti espliciti a Wagner nel loro contenuto. “I Buddenbrook”, per esempio, è una replica dell’Anello del Nibelungo, sebbene il racconto mitico sia trasferito in un’ambiente borghese. Il primo libro adombra “L’Oro del Reno”: lì la famiglia degli dèi prende possesso di un castello nel Valhalla, qui invece ci sono i Buddenbrook a occupare la casa di Mengstrasse a Lubecca. Appaiono i conflitti: lì i giganti pretendono un rimborso per il loro lavoro di costruzione, qui Gotthold Buddenbrook chiede il pagamento per i servizi resi. Oro e “soldi”, Gold und Geld (dove “Geld” è il corrispettivo tedesco della parola “soldi”), sono al centro di entrambe le vicende.

Una prassi obbligatoria del romanzo realistico consiste nel ridicolizzare l’illusione scenica del teatro d’opera e nello sgonfiare la sua aria teatrale. Neppure Thomas Mann è estraneo a questa procedura quando descrive il teatro d’opera. Il cantante che interpreta Siegfried può essere “un uomo dalle guance rosee, con una barba color pane”, mentre un Hunding dalle gambe storte può fissare lo sguardo sul pubblico “con occhi di bufalo”. Tuttavia, la magia del “dramma interiore” resta intatta.

Le serate all’opera sono descritte come rituali sociali sia nei libri di Flaubert che in quelli di Tolstoj e di Henry James, i quali non si occuparono tanto di musica, quanto di giovani donne da marito, fornendo lo scenario per il loro ingresso in società. I simboli sociali sono studiati con il binocolo da teatro. Questo vale anche per certe descrizioni che Mann fa del teatro d’opera. Ma in Mann c’è un movimento in direzione opposta, verso l’interiorità: Thomas Mann giurava continuamente di provare “ore di profonda, solitaria felicità in mezzo alla folla del teatro d’Opera.”

Egli ereditò dalla madre la sua passione per la musica. Ludwig Ewers, un giornalista amico dei Mann, scrisse che Julia Mann “non era solo una pianista, ma possedeva anche una voce piena e chiara di mezzosoprano con cui dilettava i suoi bambini.” Il “Lohengrin” al Teatro comunale di Lubecca rappresentò l’iniziazione musicale del diciassettenne Thomas Mann – e cambiò la sua esistenza.

Per tutta la vita, Mann andò regolarmente a concerti e opere liriche e trascorse molte ore di riflessione solitaria con il suo giradischi. James Meisel, il suo segretario a Princeton, descrisse perfettamente  il delinearsi della devozione musicale sul volto dello scrittore: “È uno spettacolo vedere come ascolta’ Tristano ‘e’ Götterdämmerung ‘. Il suo viso, di solito così controllato, si lascia progressivamente andare e diventa morbido, dolce, pieno di dolore e di gioia.”

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Tutto iniziò nel 1920 con un grammofono di eccellente qualità che egli trovò un giorno nel “Villino”, il rifugio sul lago di Starnberg, dove si rintanava a lavorare lontano dai suoi numerosi bambini. Ascoltava rapito e decise subito di trovare un posto per la scatola magica ne “La montagna incantata”. Presto, anche Hans Castorp cadde in ginocchio davanti a un grammofono “Polyhymnia” caricandovi su i suoi dischi preferiti. Le arie dall’ “Aida” e dalla “Carmen“, che ascoltava più e più volte, sono proiezioni di ruoli, riflessi sottili della sua condizione tra l’arrogante Peeperkorn, il coraggioso cugino Ziemssen e la seducente Clawdia Chauchat.

Gli esperti di Thomas Mann amano in particolar modo il capitolo sulla musica ne “La montagna incantata”. Nella maggior parte delle opere di Mann, il mondo moderno non gioca un  ruolo importante – niente masse democratiche, niente grandi città frettolose e frenetiche. Questo ruolo invece è assunto dal… giradischi! Per tutta la vita Thomas Mann sentì il bisogno di verificare la sua comprensione della musica avvalendosi gli esperti e si circondò di mentori musicali. Forse il suo unico vero amico fu il suo vicino di casa a Monaco di Baviera, Bruno Walter, uno dei più grandi direttori d’orchestra dell’epoca. Quando il direttore entrava nella carrozza reale, lo scrittore spesso gli sedeva accanto. I posti in teatro riservati a Walter, vennero spesso messi a disposizione di Mann e della sua famiglia. I suoi gloriosi sogni d’infanzia di diventare un “direttore” (il direttore d’orchestra è presentato con umorismo nella novella “Il pagliaccio”) si erano quasi avverati. Stando insieme a Bruno Walter, poteva quasi assumere la parte del direttore d’orchestra “gioia della creazione”.

Mann, però, fu anche testimone della fatale connessione tra musica e politica che caratterizzò l’ostilità populista antisemita contro Bruno Walter. “La tradizione wagneriana di Monaco nelle mani di un Ebreo!” – era questa la motivazione per tanta ostilità. Il direttore d’orchestra era accusato di “interpretazione non-ariana”. I nazisti e lo stesso Hitler riuscirono a scaccialo. Nel 1923, Walter annunciò le sue dimissioni. Successivamente, la stampa populista scrisse a proposito dell’esilio del direttore d’orchestra: “Il fatto che  il grande potere sia finalmente riuscito a mettere al tappeto gli ebrei, è una “vittoria per la Germania!” (CONTINUA)

Traduzione di Carmen Margherita Di Giglio © 2010

Wolfgang Schneider, scrittore, vive a Berlino. E’ l’autore del libro su Thomas Mann “Lebensfreundlichkeit und Pessimismus. Thomas Manns Figurendarstellung”

Se volete potete distribuire liberamente questo testo, in maniera non commerciale e gratuitamente, conservandone l’integrità, comprese queste note, i nomi degli autori e il link https://carmendigiglio.wordpress.com

MANN E I SUOI DEMONI MUSICALI (Parte prima)

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Ecco la prima parte di un articolo di Wolfgang Schneider da me tradotto. L’articolo era originariamente apparso in tedesco sulla rivista Literaturen del Luglio-Agosto 2007. A quanto mi risulta, è la sua prima traduzione in italiano: ma il suo valore meritava l’impegno.

Nella storia della letteratura, Thomas Mann è considerato l’autore più ossessionato dalla musica. I suoi poteri descrittivi erano al meglio quando scriveva di argomenti musicali. Ma i musicisti hanno sempre contestato le sue dichiarazioni in tale ambito. Come mai?

Per Mann, la musica – la musica romantica in particolare, – è la “maga delle anime “- ma, probabilmente, con esiti molto oscuri. La chiave argomentativa del “Dr. Faustus” risiede nel sostenere che la Germania non avesse disceso la china della barbarie nazionalsocialista “in contraddizione” alla sua cultura musicale classica, ma piuttosto “nell’evocazione” di essa. E questo non solo perché Adolf Hitler era un fanatico di musica e un fan di Wagner…

Tutti coloro che hanno parlato del “Terzo Reich” e di tutto ciò che è venuto prima sono stati costretti a parlare anche di musica. Ai musicisti non piace che lo si dica. Questa prospettiva è stata reputata molto plausibile da Hans Rudolf Vaget (uno dei più profondi esperti di Thomas Mann), nelle quindici indagini contenute nel suo libro “Thomas Mann e la Musica” – senza dubbio uno testi migliori e con più fonti informative sull’argomento.

Vaget sottolinea come, in Germania, la musica dominasse su tutte le arti sin dal 1800. Essa era parte dell’alta cultura della nazione. Essere tedesco significava appartenere alle stessa razza di Bach, Beethoven e Richard Wagner. Al tempo stesso, sin dal Romanticismo, era prevalsa la nozione che la musica fosse la più alta espressione dell’«anima tedesca».

La coscienza Imperialistica ha bisogno di cultura per giustificare le sue pretese egemoniche. Nulla era più utile a questo scopo del cosiddetto “corteo trionfale” della musica tedesca nel mondo intero. In tale ambito, la Germania occupava una posizione di supremazia, e ciò era motivo di orgoglio patriottico anche per il più antimusicale dei tedeschi. Oltre all’ idealismo, la vita musicale tedesca – dal più modesto musicista dilettante, ai circoli canori, ai cori maschili, fino allo studio della  musica– era intrisa di una “mentalità potenzialmente aggressiva”.

Thomas Mann stesso contribuì molto all’idolatria nei confronti della musica tedesca, prima ancora di affrontare criticamente la questione nel “Doctor Faustus”. Una delle linee chiave di pensiero nel suo “Considerazioni di un impolitico,” scritto durante la Prima Guerra Mondiale, consiste nel ritenere che la cultura tedesca musicocentrica avesse separato il paese dall’Occidente, obbligandolo a difendere la propria individualità con la guerra. Nel 1917, Mann  reagì manifestando un risoluto entusiasmo verso l’opera di Hans Pfizner, “Palestrina“, lavoro parsifalesco dell’ultimo Romanticismo, che sembrò finalmente confermare ancora una volta il primato della Germania e la sua leadership musicale. E il  compositore preferito di Mann, Richard Wagner, era uno di quelli che avevano contribuito a questo primato. Wagner stesso lo aveva definito col termine di “conquista del mondo artistico”. “Cinquanta anni dopo la morte del Maestro, l’intero globo  si cullava al suono di questa musica ogni sera”.

lohengrin2La paura di aprire l’argomento “Thomas Mann e Wagner”  ha prevalso  per lungo tempo. In parte a causa delle contaminazioni ideologiche; in parte a causa del fatto che il wagnerismo era considerato un ostacolo nel momento in cui si trattava di collocare Thomas Mann all’interno del modernismo. Difatti, per molti, Richard Wagner rappresentava gli abissi del 19° secolo nella sua forma più inquietante: enfasi, sfarzo musicale, draghi nazionalistici e vecchio espansionismo tedesco. Pensate al satirico “Lohengrin” raffigurato in “Der Untertan” (Il suddito) di Heinrich Mann“.

Thomas Mann, però, aveva sempre fatto distinzione tra teatralità scenica wagneriana e autentico dramma interiore. Per lui questo lato introspettivo rappresentava “il vero Wagner“. L’interiorizzazione della narrativa, che tanto ha caratterizzato lo sviluppo della letteratura moderna, fu radicalmente ispirata da queste caratteristiche dell’opera di Wagner, raggiungendo il suo culmine nella tecnica del dialogo interiore del wagneriano James Joyce. Ecco quindi molteplici collegamenti progressivi. Come affermava Nietzsche, “Wagner riassume la modernità. Non c’è via d’uscita, si deve prima diventare wagneriani”.

(CONTINUA…)

Traduzione di Carmen Margherita Di Giglio (© 2010)

Wolfgang Schneider, scrittore, vive a Berlino. E’ l’autore del libro su Thomas Mann “Lebensfreundlichkeit und Pessimismus. Thomas Manns Figurendarstellung”

Se volete potete distribuire liberamente questo testo, in maniera non commerciale e gratuitamente, conservandone l’integrità, comprese queste note, i nomi degli autori e il link https://carmendigiglio.wordpress.com


Toscanini e il fascismo “interiore”

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Milano 25 settembre 2007
Non basta combattere il fascismo all’esterno, bisogna combatterlo anche “dentro di sé”. Vissuto nell’epoca delle grandi dittature, Arturo Toscanini, oggi ricordato come uno dei massimi direttori d’orchestra, fu fervente antifascista e antinazista. Ma in teatro, e talvolta nella vita privata, fu dittatore e fascista anche lui; e non per orientamento politico, ma per “temperamento”. Oltre ai grandi meriti artistici, Toscanini realizzò anche alcune interessanti riforme di ordine pratico (luci spente in sala, ingresso vietato ai ritardatari, sipario che si chiude al centro al posto di quello calato dall’alto, niente bis e niente cappelli per le signore in platea. Arrivò persino a negare al duca Uberto Visconti di Modrone, uno dei maggiori finanziatori del Teatro alla Scala, la possibilità di salire sul palcoscenico), ma lo fece attraverso l’imposizione della propria autorità, senza mai cercare un colloquio con la parte avversa e, spesso, tramite l’umiliazione altrui. Lo fece, dicono, in nome dell’arte. Ma nessuna ragione, per elevata che sia, giustifica l’umiliazione del prossimo: e l’Essere Umano viene prima di tutto, e sicuramente anche prima dell’arte. Coloro che lo conobbero ritengono che Toscanini non fosse “buono”; e non era “buono” perché in realtà era un timido che nascondeva i propri complessi dietro un comportamento dittatoriale. Certo, dalla timidezza e dai complessi nascono molti mali e aberrazioni. Vizienczey dice che “I codardi sono pericolosi”. E lo dice a proposito dell’Hauptsturmfuhrer delle SS Franz Stangl, comandante dei campi di sterminio di Sobibor e Treblinka. Il soprano Emma Eames scrisse che Toscanini fuori teatro era la cortesia fatta persona, ma non appena alzava la bacchetta si trasformava nell’esatto contrario. E Shostakovich: “Toscanini strillava e inveiva contro gli esecutori, faceva scenate spaventose, e ai poveri orchestrali non restava che fare buon viso a cattivo gioco, pena il licenziamento”. La debolezza a volte può far dimenticare il rispetto del prossimo, e quando si perde il rispetto del prossimo o la semplice umana compassione, si diventa facilmente “fascisti”. “Tutti mi credono un carattere forte” diceva di se stesso Toscanini, “e non sono che un debole”. A riprova che è sempre la debolezza (la debolezza occultata dietro una forza fittizia) che genera il “fascismo”. Personalmente ritengo che Toscanini possedesse una grande carica di umanità che tuttavia non sfruttò del tutto, non quanto la sua singolare personalità gli avrebbe permesso. Dimostrò molta dignità nella lotta contro il fascismo, ma non altrettanta nella vita privata. La verità è che qualche incauto biografo vorrebbe spacciare il suo comportamento per “dongiovannismo”, ma troppo spesso “dongiovannismo”, all’interno del matrimonio, è l’eufemismo ipocrita sotto il quale si nasconde il gretto adulterio. “Un uomo può avere delle amanti, ma deve avere per tutta la vita una sola moglie” era il suo motto: atteggiamento d’ipocrita finzione che trova l’uguale in quel Benito Mussolini che egli così coraggiosamente avversava. Dava del fascista a molti colleghi, persino a De Sabata che era ebreo. Quell’avversione era probabilmente un modo per esorcizzare il fascista che era in lui: accade che spesso detestiamo negli altri proprio quegli aspetti che sentiamo anche nostri, senza tuttavia riconoscerli apertamente. La sfida personale è prendere coscienza di tali aspetti e adoperarsi per superare i propri limiti. È una sfida che richiede obiettività e coraggio, ma spetta a ogni individuo che voglia porsi a capo di una nazione, di un’orchestra, o semplicemente al comando di se stesso e della propria vita.

“Non mi aspetto nulla di buono da un uomo brutale. E poco importa quale sia il campo d’azione di questi, politica o arte. Sempre e ovunque, l’uomo brutale tenterà di farsi dittatore, tiranno, mirerà a opprimere i suoi simili”.

    Dmitrij Shostakovich

La vocalità femminile nel Lied di Schubert ©

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Ci ha stupito una dichiarazione rilasciata dal soprano Elisabeth Schwarzkopf a proposito di una presunta incompatibilità tra Lied schubertiano e voce femminile: la Schwarzkopf (soprano lirico, uno dei maggiori del secondo dopoguerra, nata a Jarocin, Poznan, nel 1915) paradossalmente s’interrogava sulla plausibilità delle sue stesse interpretazioni, reputando il registro sopranile, e quello femminile in generale, poco adatto ad esprimere il sentimento poetico schubertiano. Eppure invito chiunque ad ascoltare le sue esecuzioni (c’è uno splendido CD Schubert 24 Lieder edito dalla EMI), dopo di che l’unica domanda sensata da porsi è questa: se la Schwarzkopf, al pari della Gretchen am Spinnrade del Lied, quando si tormentava con tali interrogativi, non avesse per caso perduto la ragione, avviluppata tra le spirali di sestine del fantomatico arcolaio, o piuttosto non soffrisse, com’è più probabile, di quelle che la moderna psicologia definisce “crisi d’autostima”.
Tuttavia, è ben noto quanto per un cantante, per un artista in generale, l’autostima (qualcuno preferirà il meno abusato termine “orgoglio”) costituisca un attributo basilare. Forse per questa ragione essa ha voluto concedersi in disco “solo” qualche dozzina di esecuzioni schubertiane, evitando accuratamente di affrontare l’opera omnia dell’autore (cosa che invece ha fatto il baritono Dietrich Fischer-Dieskau, il quale ci ha donato l’incisione completa del corpus schubertiano, ricca di memorabili interpretazioni, anch’esse stupende). E noi possiamo solo dolerci del fatto che l’eccesso d’interrogativi e di scrupoli – che reputiamo assolutamente immotivati in un’artista del calibro della Schwarzkopf – ci abbia privato di un così grande tesoro. Tuttavia – e per fortuna – ci restano sue interpretazioni di alcuni tra i Lieder più famosi: cito, fra tutti, il drammatico Erlkönig (“Il Re degli Elfi”, su poesia di Goethe), a mio parere una delle esecuzioni più convincenti in assoluto, assieme a quella dello stupendo e quasi dimenticato baritono francese, Gerard Souzay (Fischer-Dieskau viene subito dopo).
Schubert compose Erlkönig nel 1815, non ancora diciottenne, adottandovi il procedimento della variazione strofica. Nell’interpretazione della Schwarzkopf i trapassi da una vocalità all’altra, da un personaggio all’altro (il narratore, il padre, il bambino, il Re degli Elfi) sono resi con suprema sottigliezza psicologica: la perfidia del Re, il terrore del fanciullo – quel rabbrividente mein Vater! concluso con un  crescendo sull’ultima nota d’ogni frase – lo smarrimento paterno, sono indimenticabili. I passaggi dalla vocalità scura del padre a quella bianca del fanciullo, fino a quella ambiguamente seduttiva del Re-morte, si compiono con incredibile efficacia, mentre Edwin Fischer galoppa drammaticamente sulla tastiera. Da notare come, in chiusura, la Schwarzkopf rinunci al consueto uso del registro di petto sulle parole war tot evitando così l’effetto truculento: particolare minimo, ma segno distintivo della sua qualità interpretativa.
Ora Erlkönig è un tipico Lied “virile”: quattro personaggi di sesso maschile si alternano sulla scena immaginaria di una notturna foresta nordica (quattro, probabilmente, dato che l’identità del narratore è incerta, se non lo identifichiamo con l’autore stesso); ma, alla fine, a chi interessa tutto questo quando il risultato è quello che è, ossia straordinario? L’anima non ha sesso, ed è l’anima che canta nei Lieder di Schubert e nei versi di Goethe: la Schwarzkopf si poneva un falso problema quando pensava che i Lieder evocassero la vita e l’amore da un punto di vista esclusivamente maschile: eppure, scivolando in campo letterario ma pur sempre artistico, Gustave Flaubert, tanto per citarne uno fra i molti, non si preoccupò di evocare l’amore e la vita da un punto di vista femminile quando scrisse Madame Bovary (guai se l’avesse fatto, ci avrebbe privato di uno dei capolavori della letteratura di tutti i tempi!). Inoltre, a proposito di un’interpretazione “ sessuata”, “virilizzata” dei Lieder di Schubert, pare che il nostro compositore stando ad alcuni biografi fosse omosessuale: si sarà posto egli il problema di dover limitare l’esecuzione dei suoi Lieder ai soli omosessuali? O si sarà chiesto se per caso egli stesso avesse o non avesse il diritto di musicare i versi scritti da un “eterosessuale”, quale si suppone fosse Goethe?
L’anima non ha sesso, non è donna, né uomo, e neppure gay. E così la vera arte. Schubert lo sapeva. Schwarzkopf lo ignorava, o se ne sarà dimenticata. Se ne è dimenticata quando si crea delle regole che la limitano artisticamente: una delle quali è quella che il Lied necessiti obbligatoriamente di una voce, a suo dire, “dentro” il pianoforte, una voce che si amalgami con lo strumento (come si suppone faccia quella maschile); mentre una voce femminile, e specificatamente di soprano, “galleggerebbe” al di sopra della tastiera (a proposito, anche Fischer-Dieskau ha rilasciato una dichiarazione simile…!). Ma in arte è ammessa, anzi auspicabile, una molteplicità di soluzioni, e alla fine ciò che conta è il risultato: i preconcetti, le regolette preconfezionate sono per gli studentelli e per i pavidi. Per fortuna, anche se dimentica troppe cose quando ci si arrovella sopra, Schwarzkopf non trascura quelle essenziali quando canta, ecco perché ci ha lasciato dei capolavori dell’interpretazione. Ci dispiace che essa non abbia voluto eseguire la Winterreise (il ciclo “Viaggio d’inverno”) ritenendola più consona alle voci maschili e a quelle di mezzosoprano (e per fortuna il soprano Lotte Lehmann, grande interprete di Sofia del Rosenkavalier, di Agathe del Freischutz e della pucciniana Suor Angelica, cantante prediletta da Strauss e da tanti grandi direttori tedeschi, non si pose il problema…).
Non si è posta il problema – a quanto pare e a quanto mi risulta – per ciò che concerne la pertinenza della vocalità femminile al Lied di Schubert, Waltraude Meyer, mezzosoprano o soprano drammatico, di cui ho assistito a una serie di rapinose esecuzioni liederistiche in un concerto tenutosi all’Auditorium di Milano nel Novembre 2003 (sorprendentemente la sala era semideserta, ma i presenti, tra cui la sottoscritta, furono benedetti da un’interpretazione assolutamnete memorabile. E a conclusione della serata, un Erlkönig elettrizzante, da brivido).
Resta da parlare di Victoria de Los Angeles, soprano catalano (Barcellona, 1923), voce dal timbro liquoroso, strumentale, e dallo stile impeccabile: la De Los Angeles dà sempre la sensazione della perfezione, anche se qualche perbenista del canto ha voluto accusarla di aprire troppo le note di passaggio e di appiattire gli acuti: ma proprio in virtù di questa sua naturalezza, di questo suo prescindere dall’artificio tecnico, è perfetta. Anche lei, come Souzay, ha infranto un cliché: e cioè che i grandi interpreti di Lieder debbano essere solo e necessariamente d’area germanica. Non so come avrebbe interpretato il drammatico e multiplo Erlkönig, purtroppo non mi risulta che ce ne abbia lasciato un’interpretazione, ma in Der Tod und das Madchen (“La morte e la fanciulla”), ad esempio, è perfetta. Superfluo cercare altri aggettivi. La De Los Angeles semplicemente “è”. In lei il canto è ciò che dovrebbe essere: si sviluppa con semplicità, naturalezza, espressività; oltre ad essere contrassegnato da una stupefacente attualità. È morta quest’anno (2005). In Italia sono state sprecate poche parole su di lei. Gli italiani sembrano ancora troppo centrati sulla vetusta dualità Callas-Tebaldi… spero riescano presto a superare questa limitante visione. Della de Los Angeles che canta Schubert c’è poco: ma quel poco che c’è, è perfetto.
Un repertorio schubertiano più vasto ha inciso invece Barbara Hendricks, senza però riuscire ad andare al di là di un’espressività generica, un po’ congelante, quantunque sia da ammirare la cura che essa ha dedicato, sul piano fonico, al rapporto tra pianoforte (Radu Lupu) e canto in sala d’incisione, una questione d’equilibrio di sonorità.Ottima interprete Anne Sophie von Otter, ma voce un po’ secca, con qualche asperità che la priva in alcuni momenti di una più fluida musicalità; e convincente anche la polposa, iper-drammatica Jessy Norman.
Per concludere vorrei menzionare, tra le voci storiche, quella di Elisabeth Schumann, soprano dotato di squisita predisposizione e impeccabile proprietà stilistica, che ai suoi tempi cantò tanto Schubert: il suo modo di porgere la musica, aristocratico e insieme pervaso di un sottile, quasi impalpabile fascino femminile, potevano colpire più delle stesse doti vocali, peraltro nient’affatto trascurabili. Oggi le sue interpretazioni schubertiane risultano un tantino datate, si avverte nel suo timbro un residuo d’acredine, ma supongo questo difetto sia da attribuire alla qualità delle incisioni di un tempo, riversate in CD, piuttosto che all’essenza del suo canto.
Spero di avere l’opportunità di parlare anche delle altre voci femminili da me trascurate in questa sede. E di quelle maschili: le parzialità lasciamole da parte. Perché il Lied, come l’anima, non ha sesso.

© 2005-2009 Carmen Margherita Di Giglio. Tutti i diritti riservati

Segnalo ai miei lettori le incisioni dei Lieder schubertiani considerati nel presente articolo: • Elisabeth Schwarzkopf, Schubert 24 Lieder , CD EMI 5627542• D.Fischer-Dieskau, G.Moore, Schubert: Lieder DEUTSCHE GRAMMOPHON• Elisabeth Schumann, Gerald Moore, Franz Schubert: 26 Lieder, Released: 1996, 76 minutes, recorded HMV 1933-45, AB 78679, CD Grammofono 2000 • Victoria de Los Angeles, The fabulous Victoria de Los Angeles, CD Testament SBT-1246 T• Anne Sofie von Otter, Thomas Quasthoff, Schubert: Lieder with Orchestra, Conductor: Claudio Abbado, Ensemble: Chamber Orchestra of Europe, CD Deutsche Grammophon• Jessye Norman, Phillip Moll, Schubert: Lieder CD Polygram Records• Barbara Hendricks, Radu Lupu Schubert Lieder CD EMI Number of Discs: 2• Waltraud Meier, Gerhard Oppitz, Lieder of Brahms, Schubert, Schuman CD RCA • Lotte Lehmann, Ulanowsky Die Winterreise CD Pearl