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Un thriller scritto per gioco

31 dicembre 2006 – 1 gennaio 2007.

Notte di Capodanno a letto col febbrone. Che cosa inventarsi per ammazzare il tempo mentre gli amici se la spassano tra coppe di spumante, veglioni e fuochi d’artificio? Le alternative non sono delle più allettanti: ci si può dannare, singhiozzando disperatamente sulle proprie sventure; imprecare contro il destino avverso; sperare che il sonno sopraggiunga con l’innalzarsi della temperatura corporea; oppure ubriacarsi di Be-Total (le vitamine, si sa, fanno miracoli). Ma se il sonno latita, se le forze per imprecare scarseggiano, se il flacone delle vitamine è ormai agli sgoccioli e gli unici amici rimasti al tuo fianco sono una confezione di aspirine e un piccolo taccuino rosa, allora bisogna ingegnarsi diversamente.

Galeotto fu il taccuino rosa.

Mi serviva per prendere appunti. Prendere appunti è una mia costante abitudine, non potrei fare a meno di tenere a portata di mano un qualunque supporto cartaceo: dai quaderni di scuola alle pagine A4, dai biglietti dell’Atm al retro degli scontrini Esselunga; con buona pace della cartella “appunti” dello smartphone. Ma un taccuino così grazioso non è fatto per prendere appunti, sarebbe un vero spreco di carta riciclata! Copertina rosa-arancio a fiorellini rossi, pagine a colori, consistenti e vellutate, in cui la penna morbidamente affonda… ci si potrebbe quasi scrivere un racconto, un bel raccontino giallo, di quelli con tanto di assassini, veleno e fantasmi!

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E subito un’idea perversa mi balena in mente, un guizzo sanguigno, un bagliore crudele mi attraversa. Sì sì, davvero intrigante! Finiamolo presto. Di sicuro mi divertirò… molto più dei miei amici al veglione, ci scommetto.

Bene, per vendetta voglio metterci dentro anche loro. Ed eccoli (anzi, eccoci) tutti seduti attorno a un tavolo: cena con delitto o suppergiù, un classico dei classici, Agatha Christie docet.

Dunque, tredici amici si riuniscono per una cena in un’antica villa in Toscana. Dicono cose abbastanza intelligenti, ma anche un bel po’ di stupidaggini, discorsi non-sense, proprio come durante le “vere” cene tra amici (non so i vostri, ma i miei sono proprio così). Qualcuno di loro ha trovato in cantina un misterioso diario del milleottocento e adesso… Oh, sì, il diario! Non vedo l’ora di cominciare a scriverlo! Perché è proprio tra le sue pagine che ha inizio la narrazione vera e propria, la tragedia… il delitto!

Accidenti, non riuscirò mai a finire tutto questo in una sola notte. Sembrava dovesse venirne fuori un divertissement, un raccontino di venti pagine o suppergiù e invece… Per complicare le cose, al fine di caratterizzare storicamente la sezione del diario, m’insorge l’audace idea di ricostruire alcune prassi narrative e linguistiche tipiche del primo Ottocento e, a questo proposito, mi si affacciano alla mente certe reminiscenze di foscoliana memoria (Taci, taci: – vi sono de’ giorni ch’io non posso fidarmi di me: un demone mi arde, mi agita, mi divora…).[1] Foscolo (oso appena nominarlo) mi perdonerà, spero. Tempero l’audacia stilistica con la sobrietà nelle descrizioni. Tutto dovrà essere veloce, essenziale, da leggere in poche ore. Sarà come assistere a una pièce teatrale: il taglio da palcoscenico stempera, paradossalmente, i toni foschi del dramma – narrazione diretta contro narrazione indiretta, dialogo teatrale contro aria lirica.

Per farla breve, mi ci sono volute circa due settimane e ben più di un taccuino per terminare il tutto: la gestione dei salti temporali, il passato che si fonde con il presente, la ricostruzione del linguaggio d’epoca che si alterna al linguaggio moderno, reincarnazione, donne assassine… qualcuno dei nostri amici parla persino di entenglement, perbacco! Quasi quasi ne viene fuori un romanzo – di proporzioni contenute, ma pur sempre romanzo, – chi mai avrebbe potuto prevederlo.

Un thriller scritto per gioco (niente a che vedere con i miei precedenti Scrigno di Ossian e Werdenstein, intendiamoci: quel genere di libri che non si scrivono mai a letto sotto i botti di Capodanno, ma con tanto di scrivania e calamo) e ha anche un tono vagamente misandrico, nel senso di “misogino” al contrario. E come evitarlo, dato che parliamo di donne che uccidono gli uomini?

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A proposito, devo confessarvi che qualche lettore di sesso maschile si è davvero arrabbiato per questo e mi ha scritto delle cose non proprio carine. Per esempio, che non si dovrebbe parlare di donne assassine di uomini perché in realtà non esistono (sic!); che nel diario ho usato un linguaggio dannunziano, come mi sono permessa (ma no, non è D’Annunzio, è Foscolo!); che a un’insolente come me dovrebbe essere tolto il diritto di prendere in mano la penna; e via di questo tono. Forse quel lettore un tantino aveva ragione, giacché qualcuno dei nostri personaggi è davvero insolente. Però, che dire, io ci sono comunque affezionata, non fosse perché, fra tutti i miei scritti, questo è il più autobiografico e riflette, specie nel finale, un momento particolare della mia vita (… come dite? Volete sapere dove tengo nascosti i miei cadaveri? Oh, che indiscreti!)

Be’, leggetelo, amici miei, e forse, come me, vi divertirete e proverete qualche brivido (non per la febbre, spero!). Oppure… non insisto oltre. Questo adesso è il vostro romanzo, fate voi, io vi sono già grata che mi abbiate seguita fin qui.

Il sipario si alza, a me non resta che augurarvi buona lettura.

 Carmen Margherita Di Giglio

La prefazione al thriller “La contessa di Calle” è contenuta nella nuova edizione integrale del romanzo. Disponibile qui nella versione ebook: https://goo.gl/WbNdr1

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