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Ci ha stupito una dichiarazione rilasciata dal soprano Elisabeth Schwarzkopf a proposito di una presunta incompatibilità tra Lied schubertiano e voce femminile: la Schwarzkopf (soprano lirico, uno dei maggiori del secondo dopoguerra, nata a Jarocin, Poznan, nel 1915) paradossalmente s’interrogava sulla plausibilità delle sue stesse interpretazioni, reputando il registro sopranile, e quello femminile in generale, poco adatto ad esprimere il sentimento poetico schubertiano. Eppure invito chiunque ad ascoltare le sue esecuzioni (c’è uno splendido CD Schubert 24 Lieder edito dalla EMI), dopo di che l’unica domanda sensata da porsi è questa: se la Schwarzkopf, al pari della Gretchen am Spinnrade del Lied, quando si tormentava con tali interrogativi, non avesse per caso perduto la ragione, avviluppata tra le spirali di sestine del fantomatico arcolaio, o piuttosto non soffrisse, com’è più probabile, di quelle che la moderna psicologia definisce “crisi d’autostima”.
Tuttavia, è ben noto quanto per un cantante, per un artista in generale, l’autostima (qualcuno preferirà il meno abusato termine “orgoglio”) costituisca un attributo basilare. Forse per questa ragione essa ha voluto concedersi in disco “solo” qualche dozzina di esecuzioni schubertiane, evitando accuratamente di affrontare l’opera omnia dell’autore (cosa che invece ha fatto il baritono Dietrich Fischer-Dieskau, il quale ci ha donato l’incisione completa del corpus schubertiano, ricca di memorabili interpretazioni, anch’esse stupende). E noi possiamo solo dolerci del fatto che l’eccesso d’interrogativi e di scrupoli – che reputiamo assolutamente immotivati in un’artista del calibro della Schwarzkopf – ci abbia privato di un così grande tesoro. Tuttavia – e per fortuna – ci restano sue interpretazioni di alcuni tra i Lieder più famosi: cito, fra tutti, il drammatico Erlkönig (“Il Re degli Elfi”, su poesia di Goethe), a mio parere una delle esecuzioni più convincenti in assoluto, assieme a quella dello stupendo e quasi dimenticato baritono francese, Gerard Souzay (Fischer-Dieskau viene subito dopo).
Schubert compose Erlkönig nel 1815, non ancora diciottenne, adottandovi il procedimento della variazione strofica. Nell’interpretazione della Schwarzkopf i trapassi da una vocalità all’altra, da un personaggio all’altro (il narratore, il padre, il bambino, il Re degli Elfi) sono resi con suprema sottigliezza psicologica: la perfidia del Re, il terrore del fanciullo – quel rabbrividente mein Vater! concluso con un  crescendo sull’ultima nota d’ogni frase – lo smarrimento paterno, sono indimenticabili. I passaggi dalla vocalità scura del padre a quella bianca del fanciullo, fino a quella ambiguamente seduttiva del Re-morte, si compiono con incredibile efficacia, mentre Edwin Fischer galoppa drammaticamente sulla tastiera. Da notare come, in chiusura, la Schwarzkopf rinunci al consueto uso del registro di petto sulle parole war tot evitando così l’effetto truculento: particolare minimo, ma segno distintivo della sua qualità interpretativa.
Ora Erlkönig è un tipico Lied “virile”: quattro personaggi di sesso maschile si alternano sulla scena immaginaria di una notturna foresta nordica (quattro, probabilmente, dato che l’identità del narratore è incerta, se non lo identifichiamo con l’autore stesso); ma, alla fine, a chi interessa tutto questo quando il risultato è quello che è, ossia straordinario? L’anima non ha sesso, ed è l’anima che canta nei Lieder di Schubert e nei versi di Goethe: la Schwarzkopf si poneva un falso problema quando pensava che i Lieder evocassero la vita e l’amore da un punto di vista esclusivamente maschile: eppure, scivolando in campo letterario ma pur sempre artistico, Gustave Flaubert, tanto per citarne uno fra i molti, non si preoccupò di evocare l’amore e la vita da un punto di vista femminile quando scrisse Madame Bovary (guai se l’avesse fatto, ci avrebbe privato di uno dei capolavori della letteratura di tutti i tempi!). Inoltre, a proposito di un’interpretazione “ sessuata”, “virilizzata” dei Lieder di Schubert, pare che il nostro compositore stando ad alcuni biografi fosse omosessuale: si sarà posto egli il problema di dover limitare l’esecuzione dei suoi Lieder ai soli omosessuali? O si sarà chiesto se per caso egli stesso avesse o non avesse il diritto di musicare i versi scritti da un “eterosessuale”, quale si suppone fosse Goethe?
L’anima non ha sesso, non è donna, né uomo, e neppure gay. E così la vera arte. Schubert lo sapeva. Schwarzkopf lo ignorava, o se ne sarà dimenticata. Se ne è dimenticata quando si crea delle regole che la limitano artisticamente: una delle quali è quella che il Lied necessiti obbligatoriamente di una voce, a suo dire, “dentro” il pianoforte, una voce che si amalgami con lo strumento (come si suppone faccia quella maschile); mentre una voce femminile, e specificatamente di soprano, “galleggerebbe” al di sopra della tastiera (a proposito, anche Fischer-Dieskau ha rilasciato una dichiarazione simile…!). Ma in arte è ammessa, anzi auspicabile, una molteplicità di soluzioni, e alla fine ciò che conta è il risultato: i preconcetti, le regolette preconfezionate sono per gli studentelli e per i pavidi. Per fortuna, anche se dimentica troppe cose quando ci si arrovella sopra, Schwarzkopf non trascura quelle essenziali quando canta, ecco perché ci ha lasciato dei capolavori dell’interpretazione. Ci dispiace che essa non abbia voluto eseguire la Winterreise (il ciclo “Viaggio d’inverno”) ritenendola più consona alle voci maschili e a quelle di mezzosoprano (e per fortuna il soprano Lotte Lehmann, grande interprete di Sofia del Rosenkavalier, di Agathe del Freischutz e della pucciniana Suor Angelica, cantante prediletta da Strauss e da tanti grandi direttori tedeschi, non si pose il problema…).
Non si è posta il problema – a quanto pare e a quanto mi risulta – per ciò che concerne la pertinenza della vocalità femminile al Lied di Schubert, Waltraude Meyer, mezzosoprano o soprano drammatico, di cui ho assistito a una serie di rapinose esecuzioni liederistiche in un concerto tenutosi all’Auditorium di Milano nel Novembre 2003 (sorprendentemente la sala era semideserta, ma i presenti, tra cui la sottoscritta, furono benedetti da un’interpretazione assolutamnete memorabile. E a conclusione della serata, un Erlkönig elettrizzante, da brivido).
Resta da parlare di Victoria de Los Angeles, soprano catalano (Barcellona, 1923), voce dal timbro liquoroso, strumentale, e dallo stile impeccabile: la De Los Angeles dà sempre la sensazione della perfezione, anche se qualche perbenista del canto ha voluto accusarla di aprire troppo le note di passaggio e di appiattire gli acuti: ma proprio in virtù di questa sua naturalezza, di questo suo prescindere dall’artificio tecnico, è perfetta. Anche lei, come Souzay, ha infranto un cliché: e cioè che i grandi interpreti di Lieder debbano essere solo e necessariamente d’area germanica. Non so come avrebbe interpretato il drammatico e multiplo Erlkönig, purtroppo non mi risulta che ce ne abbia lasciato un’interpretazione, ma in Der Tod und das Madchen (“La morte e la fanciulla”), ad esempio, è perfetta. Superfluo cercare altri aggettivi. La De Los Angeles semplicemente “è”. In lei il canto è ciò che dovrebbe essere: si sviluppa con semplicità, naturalezza, espressività; oltre ad essere contrassegnato da una stupefacente attualità. È morta quest’anno (2005). In Italia sono state sprecate poche parole su di lei. Gli italiani sembrano ancora troppo centrati sulla vetusta dualità Callas-Tebaldi… spero riescano presto a superare questa limitante visione. Della de Los Angeles che canta Schubert c’è poco: ma quel poco che c’è, è perfetto.
Un repertorio schubertiano più vasto ha inciso invece Barbara Hendricks, senza però riuscire ad andare al di là di un’espressività generica, un po’ congelante, quantunque sia da ammirare la cura che essa ha dedicato, sul piano fonico, al rapporto tra pianoforte (Radu Lupu) e canto in sala d’incisione, una questione d’equilibrio di sonorità.Ottima interprete Anne Sophie von Otter, ma voce un po’ secca, con qualche asperità che la priva in alcuni momenti di una più fluida musicalità; e convincente anche la polposa, iper-drammatica Jessy Norman.
Per concludere vorrei menzionare, tra le voci storiche, quella di Elisabeth Schumann, soprano dotato di squisita predisposizione e impeccabile proprietà stilistica, che ai suoi tempi cantò tanto Schubert: il suo modo di porgere la musica, aristocratico e insieme pervaso di un sottile, quasi impalpabile fascino femminile, potevano colpire più delle stesse doti vocali, peraltro nient’affatto trascurabili. Oggi le sue interpretazioni schubertiane risultano un tantino datate, si avverte nel suo timbro un residuo d’acredine, ma supongo questo difetto sia da attribuire alla qualità delle incisioni di un tempo, riversate in CD, piuttosto che all’essenza del suo canto.
Spero di avere l’opportunità di parlare anche delle altre voci femminili da me trascurate in questa sede. E di quelle maschili: le parzialità lasciamole da parte. Perché il Lied, come l’anima, non ha sesso.

© 2005-2009 Carmen Margherita Di Giglio. Tutti i diritti riservati

Segnalo ai miei lettori le incisioni dei Lieder schubertiani considerati nel presente articolo: • Elisabeth Schwarzkopf, Schubert 24 Lieder , CD EMI 5627542• D.Fischer-Dieskau, G.Moore, Schubert: Lieder DEUTSCHE GRAMMOPHON• Elisabeth Schumann, Gerald Moore, Franz Schubert: 26 Lieder, Released: 1996, 76 minutes, recorded HMV 1933-45, AB 78679, CD Grammofono 2000 • Victoria de Los Angeles, The fabulous Victoria de Los Angeles, CD Testament SBT-1246 T• Anne Sofie von Otter, Thomas Quasthoff, Schubert: Lieder with Orchestra, Conductor: Claudio Abbado, Ensemble: Chamber Orchestra of Europe, CD Deutsche Grammophon• Jessye Norman, Phillip Moll, Schubert: Lieder CD Polygram Records• Barbara Hendricks, Radu Lupu Schubert Lieder CD EMI Number of Discs: 2• Waltraud Meier, Gerhard Oppitz, Lieder of Brahms, Schubert, Schuman CD RCA • Lotte Lehmann, Ulanowsky Die Winterreise CD Pearl

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