Per celebrare il 213° anniversario della nascita della grande scrittrice inglese Mary Shelley,  autrice tra l’altro del celeberrimo romanzo gotico Frankenstein, propongo alla vostra attenzione il seguente articolo:

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
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Mary Shelley, nata Mary Wollstonecraft Godwin (Londra, 30 agosto 1797 – Londra, 1 febbraio 1851), fu una scrittrice, saggista e biografainglese. È l’autrice del romanzo gotico Frankenstein (Frankenstein: or, The Modern Prometheus), pubblicato nel 1818. Curò le edizioni delle poesie del marito Percy Bysshe Shelley, poeta romantico e filosofo. Era figlia della filosofa e antesignana del femminismo Mary Wollstonecraft e del filosofo e politico William Godwin. Mary Wollstonecraft morì dieci giorni dopo aver messo al mondo Mary. Quest’ultima, insieme alla sorellastra più grande Fanny Imlay Godwin, nata da una precedente relazione della madre con Gilbert Imlay[2], crebbe col padre William Godwin, il quale decise di adottare Fanny e di crescerla come fosse sua figlia. Quando Mary aveva tre anni suo padre si sposò con Mary Jane Clairmont, sua vicina di casa. Godwin fornì a Mary un’educazione ricca e informale, incoraggiandola ad aderire alle sue idee politiche. Nel 1814 Mary si innamorò di uno dei discepoli di Godwin, Percy Bysshe Shelley, all’epoca già sposato con Harriet Westbrook. Assieme alla sorellastra Claire Clairmont, seconda figlia di Mary Jane Clairmont, Mary fuggì in Francia con Percy e, dopo aver attraversato insieme l’Europa, dovettero rientrare in Inghilterra a causa della mancanza di soldi. Mary era incinta di Percy; la bambina che nacque era prematura e morì pochi giorni dopo la nascita senza aver ricevuto un nome. Mary e Percy si sposarono nel 1816, dopo il suicidio della moglie di lui, Harriet. (Continua)

http://it.wikipedia.org/wiki/Mary_Shelley

All’interno dei racconti e dei romanzi di Mann la musica di Wagner risuona nel punto centrale dello sconvolgimento. Ai personaggi stanchi-della-vita delle prime opere dà una deliziosa carica di adrenalina, offrendo una  promessa di volo e libertà. E ha un potere di seduzione mortale. Sia nel “piccolo signor  Friedemann”, che in “Tristano” o nei “Buddenbrook”, quando viene eseguito Wagner, il più delle volte la paralisi della volontà, la disintegrazione e la fine sono a portata di mano.

“Può ridurre l’aspettativa di vita e riattivare i sentimenti repressi.” Avvertimenti del genere dovrebbero figurare su ogni biglietto d’opera del “Tristano”. L’obiezione generale alla musica è espressa da Ludovico Settembrini ne “La montagna incantata”, che paragona i suoi effetti a quelli dell’”oppio”. Fin dall’inizio, influenzato dalla critica di Nietzsche a Wagner, Thomas Mann sviluppò soprattutto le implicazioni politiche del tema, promuovendo una cultura del sospetto verso la musica. Di tanto in tanto aveva anche descritto il proprio rapporto verso la musica in questo modo, ad esempio, quando in una lettera scrisse che era felice di aver perso le rappresentazioni di Wagner a Bayreuth: “Io sono inerme quando si tratta della musica di Wagner. Sono sicuro che se avessi visto il ‘Parsifal’ non avrei potuto scrivere una riga per almeno due settimane. “Parole stupefacenti e non particolarmente credibili da parte di un autore per il quale la musica era un elisir di vita e una fonte inesauribile di stimolo nel suo lavoro.

Egli fa “così tanta musica quanta se ne può legittimamente fare senza fare musica”, disse una volta. La sua ambizione era quella di creare “buone partiture “. L’ uso wagneriano del leitmotiv era il suo modello per questo. Sebbene il leitmotiv possa sembrare statico e stereotipato quale mezzo di caratterizzazione esterna, l’intreccio wagneriano dei riferimenti permette un’esperienza più dinamica del tempo con l’alludere continuamente ad esso e con l’incorporare elementi del futuro e del passato, puntando al di là della presente consapevolezza dei personaggi. I passaggi di riflessione e di abbinamento dei motivi sono – secondo l’acuta espressione di Ernst Bloch - “soste nella conduzione della trama” nel corso drammatico-musicale degli eventi.

Thomas Mann adottò questa procedura compositiva, e  ciò coinvolge soprattutto la “musicalità” del suo stile narrativo. Egli vide il linguaggio orchestrale di Wagner come una scuola di ambivalenza e di più profondo significato. Oltre agli elementi formali, molti dei racconti di Mann hanno riferimenti espliciti a Wagner nel loro contenuto. ”Buddenbrook”, per esempio, è una replica dell’Anello del Nibelungo, reimpostando il racconto mitico in un ambiente borghese. Il  primo libro rispecchia “L’Oro del Reno”: lì la famiglia degli dèi prende possesso di un castello nel Valhalla, qui invece ci sono i Buddenbrook a occupare la casa di Mengstrasse a Lubecca. Appaiono i  conflitti: lì i giganti pretendono un  rimborso per il loro lavoro di costruzione, qui Gotthold Buddenbrook chiede il pagamento per  servizi resi. Oro e “soldi”, Gold und geld (dove “geld” è il corrispettivo tedesco per soldi), sono al centro di entrambe le storie.

Un esercizio obbligatorio nel romanzo realistico è quello di ridicolizzare lo spettacolo dell’illusione nel teatro d’opera e di sgonfiare la sua aria teatrale. Thomas Mann non era estraneo a questa modo di procedere nelle sue descrizioni del teatro d’opera. Il cantante raffigurante Siegfried può essere “un uomo dalle guance rosee, con una barba di pane colorato”, e un Hunding dalle gambe storte può fissare lo sguardo sul pubblico “con occhi di bufalo”.Tuttavia, la magia del “dramma interiore” resta intatta.

Le visite al teatro dell’opera sono descritte anche come rituali sociali nelle opere di Flaubert, Tolstoj e Henry James, i quali si occuparono meno della musica che delle giovani donne da marito, mostrando l’ingresso in società. I simboli sociali sono studiati con il binocolo da teatro. Questo vale anche per le descrizioni che Mann fa dell’opera. Ma con Mann c’è un movimento nella direzione opposta, verso l’interiorità: Thomas Mann giurò continuamente sulle  sue “ore di profonda solitaria felicità in mezzo alla folla del teatro d’Opera.”

Egli ereditò dalla madre la sua passione per la musica. Ludwig Ewers, un giornalista amico dei Mann, ha scritto che Julia Mann “non era solo una pianista ma possedeva anche  una  voce piena e chiara di mezzosoprano con cui dilettava i suoi ragazzi.” Il ”Lohengrin” al Teatro comunale di Lubecca rappresentò l’iniziazione musicale  del diciassettenne Thomas Mann – e cambiò  la sua esistenza.

Per tutta la vita andò regolarmente a concerti e opere liriche e trascorse molte ore di riflessione solitaria con il suo giradischi. James Meisel, il suo segretario a Princeton, ha descritto l’aspetto della devozione musicale sul volto dello scrittore: “È  uno spettacolo vedere come ascolta’ Tristano ‘e’ Götterdämmerung ‘. Il suo viso, di solito così controllato, si lascia progressivamente andare e diventa morbido , dolce, pieno di dolore e di gioia.

Tutto iniziò nel 1920 con un grammofono di prima classe che trovò un giorno nel “Villino”: il suo rifugio al lago di Starnberg, dove si rintanava a lavorare lontano dai suoi tanti bambini. Ascoltava rapito e decise subito di trovare un posto per la scatola magica ne “La montagna incantata”. Presto, anche Hans Castorp  cadde in ginocchio davanti a un “Polyhymnia” mettendovi su i suoi dischi preferiti. Le arie dall’ “Aida” e dalla “Carmen”, che ascoltava  più e più volte sono proiezioni di ruoli, riflessioni sottili della sua situazione tra gli arroganti Peeperkorn, il coraggioso cugino Ziemssen e la seducente Clawdia Chauchat.

Gli specialisti di Thomas Mann amano il capitolo sulla musica ne  “La montagna incantata”. Il mondo moderno nongioca un grande ruolo nella maggior parte del lavoro di Mann – niente masse democratiche, niente grandi città frettolose e frenetiche. E tuttavia il giradischi! Per tutta la vita Thomas Mann sentì il bisogno di verificare la sua comprensione della musica con esperti e si circondò di mentori musicali. Forse suo unico vero amico, fu il suo vicino di casa a Monaco di Baviera, Bruno Walter, uno dei grandi direttori d’orchestra dell’epoca. Quando il direttore entrava nella carrozza reale, lo scrittore spesso gli sedeva accanto. I posti in teatro riservati al direttore vennero spesso messi a disposizione di Mann e della sua famiglia. I suoi gloriosi sogni d’infanzia di diventare un “direttore” (il direttore  è presentato con umorismo nella novella “Il pagliaccio”) si erano quasi avverati. Stando insieme a Bruno Walter, poteva quasi assumere la parte del direttore d’orchestra “gioia della creazione”.

Ma fu anche testimone della fatale connessione tra musica e politica nell’ostilità populista antisemita contro Bruno Walter. ” La tradizione Wagnerina di Monaco nelle mani di un Ebreo!” – era il motivo di quelle ostilità. Il direttore d’orchestra fu accusato di “interpretazione non-ariana”. I nazisti e lo stesso Hitler riuscirono  a scaccialo. Nel 1923, annunciò le sue dimissioni. Successivamente la stampa populista scrisse a proposito dell’esilio del direttore d’orchestra: “È una “vittoria” che “per la prima volta in Germania, il grande potere abbia messo gli ebrei al tappeto.” (CONTINUA)

Traduzione di Carmen Margherita Di Giglio © 2010

Wolfgang Schneider, scrittore, vive a Berlino. E’ l’autore del libro su Thomas Mann “Lebensfreundlichkeit und Pessimismus. Thomas Manns Figurendarstellung”

Se volete potete distribuire liberamente questo testo, in maniera non commerciale e gratuitamente, conservandone l’integrità, comprese queste note, i nomi degli autori e il link http://carmendigiglio.wordpress.com

Ecco la prima parte di una mia traduzione in italiano di un articolo di Wolfgang Schneider, originariamente apparso in tedesco sulla rivista Literaturen del Luglio-Agosto 2007. A quanto mi risulta, è la prima volta che l’articolo appare in italiano: ma il suo valore meritava l’impegno. Spero sia di vostro gradimento!

Thomas Mann è considerato l’autore più ossessionato dalla musica nella storia della letteratura. I suoi poteri descrittivi erano al meglio quando scriveva di musica. Ma i musicisti hanno sempre posto obiezione alle sue dichiarazioni sulla musica. Come spiegarlo?

Per questo autore, la musica, la musica romantica in particolare, è la “maga delle anime “- ma forse con risultati molto oscuri. La chiave argomentativa del “Dr. Faustus” risiede nel sostenere che la Germania non discese la china che conduce alla barbarie nazionalsocialista “in contrasto” con la sua cultura musicale classica, ma piuttosto nell’evocazione di essa. E non solo perché Adolf Hitler era un fanatico di musica e un fan di Wagner.

Tutti coloro che hanno parlato del “Terzo Reich” e di tutto ciò che è venuto prima , sono stati costretti a parlare anche di musica. Ai musicisti non piace troppo sentirlo. Questa prospettiva è stata reputata molto plausibile da Hans Rudolf Vaget, uno dei più profondi esperti di Thomas Mann, nelle quindici indagini del suo libro “Thomas Mann e la Musica” – senza dubbio uno dei migliori, con più fonti informative su questo argomento.

Vaget sottolinea come la musica regnasse su tutte le arti in Germania sin dal 1800. Essa era parte dell’alta cultura della nazione. Essere tedesco significava appartenere alle stessa razza di Bach, Beethoven e Richard Wagner. Allo stesso tempo, sin dal Romanticismo, prevalse la nozione che la musica fosse la migliore espressione dell ‘«anima tedesca».

La coscienza Imperialistica ha bisogno della cultura per giustificare la sua pretesa egemonica. Nulla era utile a questo scopo quanto il cosiddetto “corteo trionfale” della musica tedesca nel mondo intero. In questo campo, la Germania occupava una posizione di supremazia, e questo era motivo di orgoglio patriottico anche per il più anti-musicale dei tedeschi. Oltre all’ idealismo, la vita musicale tedesca – dal più modesto musicista dilettante, ai circoli canori, fino al movimento corale per gli studi musicali – era infusa di una “mentalità potenzialmente aggressiva”.

Thomas Mann stesso contribuì molto all’idolatria per la musica tedesca prima ancora di affrontare criticamente la questione nel “Doctor Faustus”. Una linea chiave di pensiero nel suo “Considerazioni di un impolitico,” scritto durante la Prima Guerra Mondiale, è che la cultura tedesca musicocentrica separò il paese dall’occidente e lo obbligò a difendere la propria individualità con la guerra. Nel 1917 lui reagì con entusiasmo decisivo per l’opera di Hans Pfizner “Palestrina”, un lavoro Parsifalesco dell’ultimo Romanticismo, che sembrò finalmente confermare ancora una volta il primato della Germania nella leadership musicale. E il suo compositore preferito, Richard Wagner, fu tra coloro che garantirono questo primato. Wagner lo definì col termine di “conquista del mondo artistico”. “Cinquanta anni dopo la morte del maestro, il globo si adagiò su questa musica ogni sera”.

La paura di aprire l’argomento “Thomas Mann e Wagner” ha dominato per lungo tempo. In parte a causa delle contaminazioni ideologiche; in parte perché il wagnerismo era un ostacolo quando si trattava di collocare Thomas Mann all’interno del modernismo. Perché per molti, Richard Wagner rappresentava gli abissi del 19° secolo nella loro forma più inquietante: enfasi, sfarzo musicale, draghi nazionalistici e antico espansionismo tedesco. Pensate al satirico “Lohengrin” ritratto in “Der Untertan” di Heinrich Mann” “(Il suddito). Thomas Mann, però, aveva sempre distinto tra teatralità scenica wagneriana e vero dramma interiore. Per lui, questo lato introspettivo era “il vero Wagner”. L’internalizzazione della narrativa, che ha caratterizzato lo sviluppo della letteratura moderna, fu radicalmente ispirata da queste qualità dell’opera di Wagner – raggiungendo il suo culmine nella tecnica del dialogo interiore nel wagneriano James Joyce. Per cui vi sono un sacco di collegamenti progressivi. Come diceva Nietzsche, “Wagner riassume la modernità. Non c’è via d’uscita, si deve prima diventare wagneriani”.

Thomas Mann, però, aveva sempre distinto tra teatralità scenica wagneriana e reale dramma interiore. Per lui, questo lato introspettivo era “il vero Wagner”. L’internalizzazione della narrativa, che ha caratterizzato lo sviluppo della letteratura moderna, fu radicalmente ispirata da queste qualità dell’opera di Wagner – raggiungendo il suo culmine nella tecnica del dialogo interiore nel wagneriano James Joyce. Pertanto ci sono un sacco di collegamenti progressivi. Come diceva Nietzsche, “Wagner riassume la modernità. Non c’è via d’uscita, si deve prima diventare wagneriani”.

(CONTINUA…)

Traduzione di Carmen Margherita Di Giglio (© 2010)

Wolfgang Schneider, scrittore, vive a Berlino. E’ l’autore del libro su Thomas Mann “Lebensfreundlichkeit und Pessimismus. Thomas Manns Figurendarstellung”

Se volete potete distribuire liberamente questo testo, in maniera non commerciale e gratuitamente, conservandone l’integrità, comprese queste note, i nomi degli autori e il link http://carmendigiglio.wordpress.com


In riferimento all’articolo precedente sulla Streisand: ecco il corrispettivo maschile di una voce perfettamente omogenea tra registro di petto e registro di testa. Steve Perry, il cantante del gruppo rock Journey, esegue dal vivo (1982) “Open arms”. Il passaggio  al misto può essere ascoltato nel ritornello: “so now I” (petto), “come to you (misto) e with open arms” (sempre misto). Notevole, no?

Ecco la Streisand in uno dei suoi successi: “Evergreen”. Magistrale il  passaggio dal registro di petto a quello misto nella frase “Spirit rise” (petto) “and their dance is un” (misto)… e poi ancora giù nel registro di petto “rehearsed”. La Streisand ha un registro misto particolarmente potente ed esteso e il passaggio è  praticamente insensibile!

Un tributo allo splendido attore austriaco, interprete di  Ludwig, il folle e affascinante re di Baviera: una delle fonti di ispirazione per la creazione del personaggio di Philipp von Rosenberg, duca di Werdenstein , protagonista del mio ultimo romanzo Werdenstein (Nemo Editrice 2010).

Tu darai qualcosa soltanto quando la offrirai a te stesso, E il momento sarà sempre l’oggi, non il tempo dei tuoi eredi.
Le persone dicono: “Darò soltanto a chi lo merita”.
Ma non è questo che dicono gli alberi. Essi danno per poter continuare a vivere.
Perché tenere per sé significa perire.
Dunque non consideratevi persone generose
Nel momento in cui dividete qualcosa. Perché in realtà è la vita che tutto divide e condivide.
E gli esseri umani sono soltanto i testimoni della propria esistenza.

da Il Profeta (Kalhlil Gibran)

Milano, luglio 2009
Scomparsa recentemente, il soprano Carmen Lucchetti merita senz’altro un posto d’onore tra i grandi  Maestri di canto: la sua scuola discendeva direttamente dalla famosa Mercedes Llopart, insegnante tra gli altri di Renata Tebaldi, Alfredo Kraus e Renata Scotto e depositaria di una tecnica storica che permetteva di gestire agevolmente anche le agilità più impervie e le zone sopracute della voce.
Come erede della scuola Llopart, ma in maniera del tutto personale, Carmen Lucchetti era in grado di trasmettere ai suoi allievi il senso raffinato dello stile e dell’eleganza nel canto “legato in maschera” e il rispetto per lo spartito, secondo un approccio che non tollerava approssimazioni nella lettura e nel fraseggio.
Ricordo con riconoscenza questa straordinaria insegnante, anche se, a causa dei nostri caratteri forti (il nome Carmen non si smentisce neppure stavolta!), alcune divergenze tra noi sono state inevitabili.
Questo piccolo omaggio vuole essere il segno della mia gratitudine per il suo insegnamento, che ancora oggi continuo a tramandare ai miei allievi, corroborandolo con le tecniche più attuali, per mantenere viva nel tempo una preziosa eredità.

Torre del Greco 2 marzo 2008
All’interno delle raccolte di aforismi di ogni tempo (e per fortuna sempre meno nel nostro) non si può dare un passo senza imbattersi in pesanti ingiurie, calunnie e diffamazioni (e questi termini non sembrino esagerati) nei confronti del sesso femminile, che se volessimo raccoglierle tutte non basterebbe il numero di pagine della Sacra Bibbia. Queste “aforistiche menzogne” sembrano dettate da tanta meschinità, per non dire perfidia, da indurre qualunque spirito dotato di un minimo di obiettività a chiedersi se per caso non sia stato Adamo ad aver fatto un patto segreto col serpente per tentare Eva e riversarle addosso la colpa (patto del quale egli avrebbe avuto astuta cura di non fare alcun cenno poi nei libri sacri), o se il serpente non fosse Adamo stesso sotto mentite spoglie, dove l’aggettivo “mentite” richiama per affinità quella qualità dell’animo maschile che nei secoli gli ha dettato certe lettere. Non le prenderemo più troppo sul serio, in fondo un po’ fanno sorridere, poiché attualmente il sesso maschile è in fase di cambiamento ed evoluzione, e sempre più numerosi sono gli uomini che fondano le loro opinioni sull’intelligenza e sull’amore piuttosto che sull’odio o sul pregiudizio. Ciò che  un po’ spiace è che alcune donne (e solo alcune per fortuna) abbiano seguito quelle vecchie impronte, gareggiando in misoginia con il sesso opposto. Ma questo non stupisce più di tanto: fa parte della natura umana; che spesso, per non soccombere, si abbassa ad allearsi non con il più intelligente o il più saggio, ma con il più prepotente.

Milano 25 settembre 2007
Non basta combattere il fascismo all’esterno, bisogna combatterlo anche dentro sé stessi.Vissuto nell’epoca delle grandi dittature, Arturo Toscanini, oggi ricordato come uno dei massimi direttori d’orchestra, fu fervente antifascista e antinazista. Ma in teatro, e talvolta nella vita privata, fu dittatore e fascista anche lui; e non per schieramento politico, ma per atteggiamento interiore. Toscanini, è vero, realizzò alcune interessanti riforme (luci spente in sala, ingresso vietato ai ritardatari, sipario che si chiude al centro al posto di quello calato dall’alto, niente bis e niente cappelli per le signore in platea. Arrivò persino a negare al duca Uberto Visconti di Modrone, uno dei maggiori finanziatori del Teatro alla Scala, la possibilità di salire sul palcoscenico), ma lo fece attraverso l’imposizione della propria autorità, senza mai cercare un colloquio con la parte avversa e spesso tramite l’umiliazione altrui. Lo fece, dicono, in nome dell’arte. Ma nessuna ragione, per elevata che sia, giustifica l’umiliazione del prossimo: e l’Essere Umano viene prima di tutto, anche prima dell’Arte con la A maiuscola. Coloro che lo conobbero ritengono che Toscanini non fosse “buono”; e non era “buono” perché in realtà era un timido che nascondeva i propri complessi dietro un comportamento dittatoriale. Certo dalla timidezza e dai complessi nascono molti mali e molte aberrazioni. Vizienczey dice che “I codardi sono pericolosi”. E lo dice a proposito dell’Hauptsturmfuhrer delle SS Franz Stangl, comandante dei campi di sterminio di Sobibor e Treblinka. Emma Eames scrisse che Toscanini fuori teatro era la cortesia fatta persona, ma non appena alzava la bacchetta si trasformava nell’esatto contrario. E Shostakovich: “Toscanini strillava e inveiva contro gli esecutori, faceva scenate spaventose, e ai poveri orchestrali non restava che fare buon viso a cattivo gioco, pena il licenziamento”. La timidezza a volte può far dimenticare il rispetto del prossimo, e quando si perde il rispetto del prossimo o la semplice umana compassione, si diventa facilmente “fascisti”. ”Tutti mi credono un carattere forte” diceva di se stesso Toscanini, “e non sono che un debole”. A riprova che è sempre la debolezza (la debolezza occultata dietro una forza fittizia) che genera il “fascismo”. Personalmente ritengo che Toscanini possedesse una grande carica di umanità che tuttavia non sfruttò del tutto, non quanto la sua personalità gli avrebbe permesso.Dimostrò molta dignità nella lotta contro il fascismo, ma non altrettanta dignità nella vita privata: in famiglia tradiva ripetutamente sua moglie Carla oltrepassando i limiti della crudeltà, e qualche biografo vorrebbe spacciare questo suo comportamento per “dongiovannismo”. Ma troppo spesso “dongiovannismo” è l’eufemismo ipocrita  sotto il quale si  nasconde il gretto adulterio. “Un uomo può avere delle amanti, ma deve avere per tutta la vita una sola moglie” era il suo motto: atteggiamento d’ipocrita finzione che trova l’uguale in quel Benito Mussolini che egli così coraggiosamente avversava. Dava del fascista a molti colleghi, persino a De Sabata che era ebreo. Quell’avversione era probabilmente un modo per esorcizzare il fascista che era in lui: accade che spesso detestiamo negli altri proprio quei lati oscuri che sono in noi stessi, senza tuttavia volerli riconoscere. La sfida è prenderne coscienza e adoperarsi per superare i propri limiti. È una sfida che richiede grande obiettività e coraggio, ma spetta a ogni individuo che voglia essere a capo di una nazione, di un’orchestra o semplicemente al comando di se stesso e della propria vita.

“Non mi aspetto nulla di buono da un uomo brutale. E poco importa quale sia il campo d’azione di questi, politica o arte. Sempre e ovunque, l’uomo brutale tenterà di farsi dittatore, tiranno, mirerà a opprimere i suoi simili”.Shostakovich

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